Limoni

Un whatsapp: non fare mattate. Ma a me riescono bene solo quelle ultimamente. Prendo la macchina. Ubriaco. Vado da lei. Buio, strada vuota, luci bianche lungo la carreggiata. La vista offuscata, il trambusto del paraurti che impatta contro l’aria e il trambusto del cuore che viaggia all’impazzata. In venti minuti arrivo.

Ci abbracciamo da amici. Io sorrido, più dall’ebbrezza che alla sua vista. Lei sorride, più dal nervoso di non averla avvisata che dal fatto che io sia lì. Mi porta nel giardino. Arriva uno zio. Piacere, auguri. Se ne va. Per fortuna. Uno, due e tre e arriva il cugino. Piacere, auguri. Si siede. Rimane con noi. Bene. Il ginocchio della mia gamba destra sembra una molla impazzita. Parliamo della pandemia, di fattoria, di animali da allevamento, di capre, di come scuoiare la gente viva. Di come mangiarla. Ho paura. Faccio finta di sorridere. Prendo il telefono in mano e s’insinua in me la voglia di scappare da quei due cannibali. Lei fuma nervosamente. Dieci sigarette di fila. Lui sembra tranquillo. Ogni tanto ride, ogni tanto accavalla le gambe. Ogni tanto fuma e ha uno sguardo inquisitore. Benvenuto Mattia. Benvenuto nella famiglia.

Intanto, anche il ginocchio sinistro incomincia a molleggiare. Mentre la osservo, mi accorgo che senza trucco non mi piace. Sembra una donna-uomo. Le borse sotto gli occhi e rughe come parentesi tra la bocca e il naso. Le labbra sembrano più grandi di come le ricordavo. E quella sottile aria di imbarazzo e chiacchiera forzata, tra noi tre, non fa altro che amplificare un senso di repulsione nei suoi confronti. Mandalo via mi dico. Ma perché non lo manda via? Mi chiedo. Ma perché non se ne va, mi ripeto. A volte la loro ignoranza mi fa sorridere dentro (mica posso sventolarlo ai quattro venti) e quando lo fa, alzo gli occhi al cielo.

Poi li riabbasso e vedo un albero di limoni. Voglio annusarli. Mi piace il profumo dei limoni. E mi è venuto in mente che Quasimodo ci fece una poesia sui limoni. No, forse era Montale, ma ricordo solo il titolo: I LIMONI. Non faccio altro che pensare a cosa evoca questa parola. LIMONI. Poi torno a guardare lei. E mi rendo conto che volevo solo limonarla. Sono venuto qui solo per limonarla. E adesso mi sembra così remota questa possibilità che mi è venuta voglia di limonata. Per compensare quella mattata, dal gusto amaro, proprio come i limoni spremuti in uno spremiagrumi.

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Discussioni

  1. Ciao Mattia e bentornato! Ho letto con vero piacere il dialogo interiore del protagonista, questo suo abbandonarsi ad un flusso di coscienza ispirato a quello che gli succede attorno. Le assonanze, i colori o addirittura i frutti che evocano ricordi confusi. E ad ogni modo l’abbaglio che hai descritto capita, d’altronde lasciarsi andare verso qualcuno può voler dire anche abbandonarsi ad una provvidenziale retromarcia.

  2. Sono contenta di aver potuto leggere un nuovo racconto intriso del tuo humor: dolce amaro, un po’ aspro, come la limonata. Sebbene surreale rende perfettamente le sensazione di “ricerca” del tuo protagonista: c’è un vuoto dove alita un ricordo felice. Forse, questa visita inattesa ha saputo rimettere tutto nella giusta prospettiva.