L’incantesimo  

Serie: Partenope


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Qui si avvera ciò che è vero, a cui nessuno crede.

«E poi, lo lasciai dov’era, così com’era – chinu ‘e sangue ‘nfaccia! – e, continuando a scappare, veloce come una pescia che non vuole essere acchiappata, arrivai in questo luogo. Stanca, riemersi dalle acque e mi distesi sugli scogli. 
Quando mi svegliai mi guardai intorno, rimanendo incantata dalla bellezza del posto. E non solo. Accanto a me c’era un sirenetto che aveva vegliato sul mio sonno. Nu bellu guaglione che mi piacque assai, ma accussì assaje ca, mamma mia!, se ci penso, me piace ancora.»
«L’ammore che fa fa’, eh?»
«Sì, l’ammore fa fa’ ‘e capriole pure se hai la sciatica! Ma mò me faje addeventà  rossa rossa, vedi?»
«Tranquilla, che la vergogna dint’ ’o scuro non  si vede.»
«Ma ti dicevo del sirenetto…»
«Sì, continua.»
«Beh, rimasi con lui  nella grotta, dove abito tuttora.»
«Ah, tu abiti qui?»
«Sì,  sotto l’isolotto  di Megaride con sopra il Castel dell’Ovo  che io  ho visto costruire pietra su pietra. Se ci penso, sto male ancora adesso: fecero tanto di quel rumore che per mesi ebbi fastidio alle orecchie!»
«Scusa la curiosità, ma il sirenetto?»
«Se ne andò via con una sirenetta di passaggio.»

«Come mai?»

«Oh, accade spesso che il nuovo ha un sapore dolce, fosse anche più amaro del vecchio.»

«È la novità che affascina, che ti prende, che ti eccita… Ma pecché te lasciaie?»

«L’abbiamo appena detto.»

«Ma lei era più bella di te?»

«Che c’azzecca?»

«Per capire.»

«Ma non mi dire che per te l’amore è solo attrazione fisica!»

«Quanno maje. Io sono sentimentale al cento per cento. Pecché nun se vede?»

«Chiaramente!» gli rispose ironica, sistemandosi una ciocca di capelli.

«Ma dimmi, hai avuto altre storie importanti?» le chiese in confidenza, dopo essersi allentato il nodo della cravatta.

«Qualcuna sì, qualche altra no… Ogni tanto passa qualche sirenetto con cui mi intrattengo, se mi piace… Durante questi incontri, mi presento con un altro nome, sai?»

«Overo?»

«Sì, finché non si sa la storia vera, non voglio essere riconosciuta come quella ca perdette ‘a capa pe’ Ulisse!»

«E comme te faje chiammà?»

Partenope non rispose. Si voltò a guardare le stelle, mute e indifferenti testimoni della notte, mentre un’altra lacrima le scivolò sul viso.

«Ora che sai la verità sull’incontro tra me e il tanto decantato re di Itaca…non mi abbandonare» mormorò mestamente.

Filicchio provò compassione e tenerezza.

«Certo che no!» le promise risoluto, mentre lei gli  accarezzava la mano.

«Bene, allora ti dico quello che devi fare per me, per la storia e per la verità!» 

«Dimmi che le mie orecchie sono aperte per registrare l’agire che il corpo mio ha da fare per appagare il tuo volere» pronunciò con enfasi il commediografo.

«Ma nun è ‘o mumento ‘e fa’ stu teatrino!» lo rimproverò,  avvicinando la propria spalla alla sua, per parlare sottovoce: «Devi sapere che nelle fondamenta del castello, oltre all’Ovo, vi è il libro delle conoscenze. L’Ovo integro, ben nascosto e custodito in una nicchia impenetrabile, come ben  saprai, permette la sopravvivenza del castello e della città, a esso legata da uguale sorte. Il libro, invece, è in fondo a un labirinto di corridoi sotterranei che io  conosco, ma che non posso attraversare né nuotando, poiché privo di acqua,  né strisciando, a causa del pavimento pieno di aculei».

«Ecco perché ti serve uno che abbia le scarpe ai piedi!» commentò lui con malcelata delusione, subito raccolta da lei che si apprestò a investirlo di  importanza.
«Caro mio,  a me serve uno comm’a te e non uno qualunque!»

«Comm’a me?» ripeté lui, per avere conferma di essere stato scelto.

«Sì, comm’a te, pecché nisciuno è comm’a te!» 

Filicchio sentì il cuore battere in testa e  la lingua eccitata  ad articolare frasi cavalleresche: «Dimmi, o mia bella, dove mi volgo  per essere messaggero del tuo scopo!»  recitò a petto fiero.
«Devi andare tosto a correggere la storia, sì che la verità, all’istante, venga appresa dalle labbra tutte e dalla penna di chi scrive» replicò lei con tono accordato a quello dell’altro.

«Sono pronto, mia signora e padrona!» 

«Sono orgogliosa di te, mio coraggioso salvatore!» ribatté Partenope.

«Pecché è pericoloso quello che vado a fare?» chiese lui, preoccupato.

«Non temere che nulla avrai da patire, perché il mio incantesimo nulla ti farà sentire, avvertire e vedere, ma solo fare e tornare indietro, quando avrai fatto ciò che devi.»

«Eh? Cosa sarebbe?»

«Sss! Ora devi stare zitto, ca sennò jammo stuorto e non andiamo dritto!» lo ammonì, intanto che gli abbassava le palpebre con un movimento leggero delle dita.
«Ascolta il silenzio che ti parla e che ti porta,  passo dopo passo, a correggere con il vero ciò che è falso» sussurrò, quando l’altro già dormiva. 

Quando il signor Filicchio riaprì gli occhi, cominciava ad albeggiare sopra un mare placido e tranquillo. Tutto era al suo posto, il Vesuvio, il cielo e il molo,
a differenza della confusione tra la realtà  e la fantasia che ronzava nella sua testa.
Alla fine si convinse di essersi appisolato e di aver avuto quel sogno strano.
Lemme lemme, si avviò per riprendere il lungomare Caracciolo, lambendo il porticciolo dei pescatori.
Uno di loro  ormeggiava la barca  di ritorno dalla pescata. Filicchio lo superò, quando gli sovvenne  un pensiero: “Per levarmi il dubbio, se ho fantasticato oppure no, chiederò al pescatore della leggenda di Partenope. Di certo, se ho sognato, mi dirà della leggenda senza correzione, altrimenti…” . Così, tornò indietro che il pensiero non aveva ancora finito di scorrere del tutto.

«Buongiorno, mi scusi se la disturbo, per giunta a quest’ora» principiò, avvicinandosi al pescatore che di rimando: «Buona giornata, ha bisogno?», rispose, alzando il capo per dargli attenzione.
«Le sembrerà una domanda un po’ strana…»
«Ma dite, dite pure che mi piacciono le cose curiose.»
«Allora mi permetto: lei conosce la leggenda di Partenope?»
«La sirena che dette ‘na capata a Ulisse? Certo, chi è che non la conosce?» 

FINE.

Serie: Partenope


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