
L’Incubo
Serie: Club Inferno
- Episodio 1: L’Incontro
- Episodio 2: L’Incubo
- Episodio 3: La Valle e il Paese
STAGIONE 1
Il suo sguardo morto si alzò. Contemplò la finestra. La aprì. La notte era fredda e priva di vita, ma l’aria bollente usciva e quella fredda entrava. Passò del tempo. Abbastanza perché l’aria migliorasse, poco per cui diventasse perfetta. Si alzò e andò in cucina. Aprì il finestrone che dava sul balcone. Contemplò la notte. Il suo sguardo non andò a più di uno sputo dove la luce cessava di brillare. La notte separava. Lui. Il resto dell’esistenza.
Ora era troppo. Troppo freddo. Chiuse la finestra in soggiorno e si voltò per chiudere quella in cucina. Grigio. Ricoperto da centinaia o miliardi di ferite che sanguinavano tutte. Nudo. I suoi lunghi artigli neri graffiavano le mura della casa. Alto. Oltre che grigia e sanguinante, la sua pelle era secca. Secca ma spessa. Nessun capello. Nessun occhio. Gli occhi li aveva cavati qualcuno. Fece un passo verso la sua preda. A Riccardo cercare di parlargli sembrò stupido più che inutile. Insignificante. Il mostro uscì dalla stretta cucina. Lo fissava. Pur senza occhi, il mostro lo fissava. Lo fissava e lui sapeva cosa voleva. Telepatia? Empatia? No. Intuito. Tutti i condomini gli sembrarono morti, non un rumore da loro. Lui e il mostro e nessun’altro. La notte li aveva sigillati insieme. Il mostro si era piegato ed era uscito dalla cucina. Ora era ritto. La sua testa sfiorava il soffitto. Le sue mani, i suoi artigli facevano avanti e indietro nell’aria. Non sorrideva. Sogghignava. Il vuoto nei suoi (non) occhi. I suoi artigli calarono su Riccardo.
Continuò a guardare la sua camera nel buio. Aveva paura che fosse ancora lì. Prese i fiammiferi dal comodino. Li guardò. Samuele aveva ragione, pensò, ho bisogno di rilassarmi, ho bisogno di quel club, ho bisogno di scrivere.
4
Il rumore della moneta che cadeva fu subito sostituito dal toot-toot del telefono a gettoni. Il parcheggio era pieno, le famiglie e gli autisti dei camion si alternavano tra di loro mentre le porte dell’area di servizio venivano aperte e lentamente si richiudevano. La strada era immensa, le macchine ci correvano sopra e l’animavano. Migliaia di vite e ricordi e opinioni vagavano, le ruote scorrevano e gorgogliavano.
toot-toot
Guardava la sua auto. Parcheggiata tra altre due, il sole ci batteva sopra. Guardava la luce che ci rimbalzava sopra e ripensava a quello che ci aveva messo dentro.
toot-toot
Una grossa valigia rossa che conteneva i suoi vestiti, una ventiquattrore marrone che difendeva i suoi scritti e le sue matite, la macchina da scrivere rinchiusa nella apposita valigia nera, un tavolo con sedie ripiegabili e una lampada da notte a batterie.
toot-toot
I fari di una delle due auto vicine brillarono. Una famiglia si avvicinò. Pregò che non toccassero la sua auto mentre entravano nella loro. Non amava arrabbiarsi. Era una persona calma. La sua non fu toccata e la loro uscì dal parcheggio.
toot-toot
Rumore di scatto.
“Samuele Fogli, direttore finanziario. Chi parla?”
La stessa identica frase scritta sul biglietto che gli aveva dato, ripetuta con un tono asettico ma invitante.
“Sono Riccardo.”
“Ah, Riccardo. Avevo iniziato a pensare che non mi avresti più richiamato. Eccellente. Ho parlato con dei colleghi, potrai stare tutto il tempo che vuoi.”
Si stupì. Quello era troppo.
“Samuele, grazie di cuore, davvero.” Si sentì un approfittatore, un mostro che aveva avuto una chance e la stava sfruttando fino all’ultima squisita goccia. Lui non era un approfittatore. “Hai fatto tanto e mi sento davvero una merda, un approfittatore. Sta-”
“Ascoltami. No, non stai approfittando di nulla. Per me è un piacere e anche un dovere. E poi devo ripagare il debito di aver scoperto quel club, quel posto mi ha davvero svoltato la vita.” Con le parole ci sapeva fare, quasi meglio dello scrittore. “E poi mi ricordo com’eri alle superiori, una brava persona, non mi pare sia cambiato molto. Hai con te i fiammiferi, giusto?”
“Sisi.” Infilò la mano in tasca e li strinse.
“Bene. Saranno il tuo biglietto d’entrata, mostrali e sarai dentro.”
Ci fu un attimo di silenzio.
“Tu… Quand’è che torni?”
“Vuoi che le mie ferie finiscano subito?”
Le loro risate s’incontrarono a metà strada, si scambiarono un cenno e poi ognuna raggiunse il proprio destinatario.
“Tra quattordici giorni esatti.”
“Sarò già ripartito, non dovrai preoccuparti di incontrarmi per i corridoi.”
“Ancora con questi complimenti? Goditela e pensa a scrivere!”
La conversazione finì poco dopo. Dopo averglielo detto, Riccardo si sentì meno un approfittatore. Si allontanò dal telefono a gettoni e si guardò intorno.
Sopra le macchine, in una strada tutta per loro, le nuvole camminavano. Lente, si spostavano verso sud, verso il club. Sotto di loro, oltre la strada, oltre le macchine, un campo verde era disteso comodo. Sembrava geloso. Geloso che il blu e le nuvole fossero distese ovunque e che lui era si disteso, ma mai immensamente quanto loro. Il vento continuò a soffiare e quel verde si piegò. I fili d’erba seguivano quel potere invisibile che li spingeva. Indicavano. Mani senza volto. Mani senza pelle. Sottili come lo scheletro di una mano, quegli indici sottili indicavano la meta, il club. Una folata di vento lo schiaffeggiò. Si voltò e guardò verso sud.
Attraversò il parcheggio e salì in auto. Ripartì.
5
La macchina mangiava. Andava avanti e mangiava; passo dopo passo, ruota dopo ruota, giro dopo giro, mangiava. Staccava l’asfalto da terra e se lo infilava tutto quanto in bocca. Non lo spezzava neanche. Lo staccava e lo masticava. Non si interrompeva mai. Non assaporava, triturava. La macchina triturava senza emozione. Intorno a lei, le sue sorelle. Mangiavano. Anche loro, l’una dopo l’altra, senza muovere la lingua, abbassando e rialzando solo i denti, continuando a guardare cosa veniva dopo, trituravano la strada. Le macchine non perdevano neanche un attimo: dopo averne voracemente messo in bocca un pezzo, guardavano immediatamente quello successivo.
Riccardo fumava. Stretta tra il suo indice e il medio, poggiata sul volante, la sigaretta moriva. Quel diavolo in costume da mago ci era entrato e aveva dato vita a quell’effimero inferno, la sigaretta. Più le fiamme bruciavano, più quel posto decadeva. Il tabacco fumava. La sigaretta moriva.
Il motore grugniva esplosioni. Riccardo ne sentiva le vibrazioni attraverso i pedali. Pensava, ripensava ai suoi personaggi, si domandava cosa non funzionasse nelle sue storie, al perché, quando aveva finito di scriverle, non gli piacessero.
I suoi personaggi erano bloccati lì, nella ventiquattrore. Tra una parola e l’altra, erano immobili e aspettavano. Aspettavano che il loro dio li liberasse. Erano pesanti. Pesanti e dolorosi. Con uno stuzzicadenti punzecchiavano la sua coscienza e non lo lasciavano in pace, non lo lasciavano libero.
Pensò che avrebbe dovuto lavorare di più su di loro, che se avesse scritto ancora un po’, le sue storie avrebbero funzionato. Gli venne voglia di scrivere. La sigaretta tra le sue dita gli sembrò una matita. Aveva voluto scrivere come non mai. Voleva scrivere. Scrivere. Ma era in auto e non poteva. Quando quella che aveva in mano spirò, si accese un’altra sigaretta.
Oltre a quello dell’auto, Riccardo sentì un altro motore grugnire. La sua macchina da scrivere. Le lettere si alzavano e tornavano giù; come dita di una mano, i sottili artigli grigi si chiudevano e si riaprivano. Le lettere cercavano la carta, ma deluse tornavano giù. Nel buio del portabagagli, il palmo di quegli artigli aveva iniziato a scaldarsi, il centro della sua macchina da scrivere, il punto a cui gli artigli erano saldati e da cui si piegavano bruciava. Impaziente aspettava che il suo maestro la domasse.
6
Era sera. Si fermò in un’altra area di servizio. Consultò la cartina, mancavano due ore e mezzo. Camminando si sentì una mosca, buio ovunque e lui si dirigeva verso l’unica fonte di luce. Andò al bagno e ordinò un panino. Era stanco, aveva guidato per tutta la giornata e aveva esaurito tutte le sue forze. No, non tutte. Doveva fare qualcosa prima di andare a dormire.
Prima di ripartire fumò un’altra sigaretta.
“Anche lei è diretto al club?”
Un anziano sulla settantina lo stava guardando. I fiammiferi, pensò e annuì accennando un sorriso.
“Anche io e mia moglie.” Oltre la sua spalla vide un’anziana che lo guardava e che si copriva con le braccia. La sera era fresca, più fresca rispetto al giorno.
Non sapeva cosa dire. L’anziano lo aveva sorpreso con la mente già proiettata su quello che sarebbe accaduto dopo. Continuò ad annuire, sentendosi un ebete.
“Allora…” tentò di dire. “Ci vediamo lì!” Continuò a sorridere. La coppia ricambiò e se ne andò.
Quando spense la sigaretta non si limitò a schiacciarla. La spappolò. Si era sentito troppo stupido, non aveva altre parole per descriversi. Samuele ne avrebbe avuta un’altra, aggiunse.
Serie: Club Inferno
- Episodio 1: L’Incontro
- Episodio 2: L’Incubo
- Episodio 3: La Valle e il Paese
Di questo secondo capitolo ho apprezzato molto la prima parte e quella conclusiva dove lo stile asciutto segue bene il ritmo del primo capitolo. Per quanto riguarda la parte centrale, se posso dire la mia, ha una cadenza molto lenta e sognante che mi ricorda molto la tua precedente serie Il suonatore Jones. È come se la trovassi “slegata” dal racconto. A onor del vero, trovo questa parte centrale veramente bella, onirica, il viaggio in auto come una danza. Tuttavia, appunto, un po’ slegata dal resto. In ogni caso, massimo apprezzamento alla serie che trovo veramente accattivante.
Sorprendente questo librick