L’incubo e la strana musica

Serie: Antologia Horror


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Lui ne aveva viste di tutti i colori. Il suo lavoro lo portava a contatto con persone di ogni tipo. Ma, una calda mattina d’estate, lui, in quel paesino sperso sulle montagne toscane, incontrerà qualcosa che non si sarebbe mai aspettato.

Facevo il rappresentante di caffè dal ’92, in quel periodo guidavo una lancia Thema, frutto dei miei risparmi.

In dieci anni avevo conosciuto molti locali della zona, ma il capo mi mandò in un bar che non avevo mai sentito. Ricordo che la notte prima avevo dormito poco e male.

Era una mattina di luglio, calda e grigia; pioveva da due settimane, tuttavia mi piaceva il profumo umido della pioggia d’estate.

Guidavo in una strada stretta, attorno a me solo boschi.

Dovevo raggiungere un paesino arroccato sulle montagne, lo avevo solo sentito nominare ma non ci ero mai stato.

Prima di entrare in paese, uno spiazzo utilizzato da parcheggio. Gli stalli erano tutti vuoti. Il paese non permetteva l’accesso carraio quindi scesi dalla macchina.

La prima cosa che mi colpì fu il silenzio. Un assordante e denso silenzio. Anche la natura si era zittita. Mi piaceva. Ma c’era qualcosa nel mio istinto che mi consigliava di fuggire.

“Che strano posto” pensai.

Con la valigetta stretta in mano, mi trovai nel centro. Non era altro che una piazzetta e case in pietra tutte attorno.

Un’insegna in lamiera con la scritta “Bar” attirò la mia attenzione, il classico cartello blu dei tabacchi, quello tipico del telefono pubblico, tondo con la cornetta arancione. Di fronte a me una porta a vetri polverosa. L’unico segno di vita in quel paesino.

Ad annunciare il mio ingresso, il suono acuto del classico cicalino installato sopra la porta. Luci soffuse di lampade sparse. Il bancone, seppur molto vecchio, lo trovavo affascinante e dietro ad esso, una porta in legno accostata. Un odore forte e pungente, simile a quello delle piume di pollo bruciate a fiamma viva. Non si fece vivo nessuno allora, pensando che il barista fosse impegnato nel retrobottega, decisi di aspettare sfogliando il catalogo, in modo da essere pronto il più possibile a vendere il prodotto.

All’improvviso, con gli occhi appesantiti, alzai lo sguardo verso l’esterno. Aveva ricominciato a piovere. Ascoltavo la pioggia battere sui tetti, era l’unico rumore che rompeva l’assordante e nero silenzio. In quel bar non c’era musica, non c’erano voci, non c’era anima viva.

Un individuo all’esterno sembrava interessato ad entrare. Non capivo se fosse un uomo o una donna, indossava una mantella impermeabile nera e un cappuccio sulla testa. Fissava immobile la porta a vetri sotto la pioggia battente. Mi metteva i brividi.

“Ma solo suggestione” cercai di giustificare il mio stato d’ansia con il film horror della sera prima.

L’individuo dietro al vetro mi salutò con la mano e chiuse la porta a chiave.

Inutile tentare di aprirla. Presi a calci i vetri ma erano troppo spessi da poterli rompere. Una musica iniziò di botto. Una musica acuta. Sembrava xilofono e piatti, a dare il ritmo il rimbombo di un tamburo.

Non capivo da dove veniva, non avevo il coraggio di guardare oltre la porta accostata del retrobottega.

Una musica insistente e assordante, sempre le stesse note che si ripetevano. Alcuni minuti, pochi. Sembrarono ore.

Profondi respiri per cercare quel coraggio nascosto in me, che non avevo mai tirato fuori o forse non avevo mai avuto. Mi avvicinai alla porta e guardai la piazza. Le case in pietra, annerite e bagnate.

Una donna mi guardava dalla finestra di un’abitazione. Aveva capelli castani pettinati alla moda tipica degli anni ‘60. La guardai attentamente, non si muoveva di un millimetro. Non era un manichino e ci misi un po’ a capire che era imbalsamata. Un cadavere affacciato alla finestra mi stava fissando.

Il cuore batteva a mille, ero sudato e le gambe mi tremavano talmente forte da non riuscire a stare in piedi. Seduto per terra, cominciai a piangere. Incapace, immobile, bloccato, non capivo come uscire da quella maledetta situazione in cui ero finito. Altri forti respiri. Costanti e profondi. Pregai.

Quella maledetta melodia senza senso continuava a rimbombare nella stanza, a riempimento di quel silenzio che mi era piombato addosso e mi stava stringendo come una piovra.

Credevo che la porta dietro al bancone, portasse nel retro bottega, o forse in qualche scantinato. Mi sbagliavo. Un corridoio e delle scale salivano al piano superiore. Mi feci coraggio, forse era l’unica via d’uscita.

Incredulo mi trovai dentro un appartamento. Quell’odore di bruciato era sempre più forte, insostenibile. Mi veniva il vomito. Gli unici segni di vita erano dei rumori dalla cucina.

Una tavola apparecchiata e quattro persone sedute a mangiare. Vestivano abiti passati di moda. Sembrava una famiglia.

Strane parole in una lingua che non capivo, a gesti mi invitarono a sedere con loro. Le facce erano bianche latte, gli occhi arrossati e gonfi. I loro movimenti, lenti. Non risposi. I loro sguardi vuoti e penetranti sembravano delusi.

L’odore pungente mi bruciava le narici. Mi avvicinai alla finestra aperta e mi lanciai. Era il primo piano. Solo un leggero contraccolpo. A corsa arrivai fuori dal paese, fino alla mia macchina che adesso era in fiamme. Corsi giù per l’unica strada, sapevo che la statale era a circa mezz’ora di macchina. Pioveva forte. Entrai nel fitto bosco e mi nascondevo ad ogni rumore.

Un sospiro di sollievo, quando raggiunsi la statale. Mi sentivo salvo. Forse.

Trovai riparo in una stazione di servizio. Un autobus sarebbe arrivato in tre quarti d’ora.

Mai dimenticherò il vecchio furgone che passò almeno cinque volte, rallentando ogni volta davanti al distributore. Alla guida c’era qualcuno che guardava verso di me. Non era suggestione, non era un incubo ma la triste e cruda realtà.

Non ho venduto niente in quel posto. Al capo dissi che il locale dove mi aveva mandato era chiuso. Lui sorrise, aggiustandosi quell’abito a quadri verde pisello in perfetto stile anni ’60.

Sospettavo che era un tipo strano, in tanti anni non mi aveva mai detto niente della sua vita.

Mi licenziai. Decisi di indagare su quello strano personaggio, consapevole che mi sarei cacciato in qualche guaio.

Continua...

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