Linda
Serie: Trapezisti
- Episodio 1: Linda
STAGIONE 1
Anni e anni senza fumare e senza bere, Amarès, attenti a questo e attenti a quest’altro, ore e ore di ginnastica sette giorni su sette e nessuna domenica, perché quando c’era spettacolo la domenica era un giorno di lavoro, e quando non c’era ci si allenava come sempre, estate o inverno sveglia alle sei, caffè, zucchero e via alle prove, quelle prove che non finivano mai, Amarès.
C’era ogni volta qualcosa da correggere e da migliorare, tu non eri mai veramente soddisfatto di me, avevi sempre mille appunti da farmi e consigli su consigli, consigli infiniti, e la cosa piĂ¹ assurda era che non alzavi mai la voce, rimanevi completamente calmo e attento e gentile, e dio quanto pesava quella tua calma e gentilezza, Amarès, una prigione di massima sicurezza dove non era permesso discutere o litigare, perchĂ© «Il nervosismo fa mancare la presa, Linda» quante volte me l’hai ripetuto, perciĂ² bisognava restare tranquilli e allenarsi e provare e studiare e applicarsi senza trascurare nulla, tanto meno i dettagli. Anzi, «I dettagli sono la cosa principale, Linda» perchĂ© tutto è dettaglio, e l’insieme di un salto riuscito, l’armonia di una rovesciata o di una capriola nel vuoto, la sensazione che tutto avvenga con fluiditĂ e con naturalezza è solo apparenza, è il mondo visto dalla parte degli spettatori, è bello e falso, è spettacolo, i dettagli non li conosce nessuno.
E un chilo in piĂ¹ era un dramma, Amarès. Per questo (ma non solo per questo, c’è ben altro) a cinquantanove anni ho il corpo di una quindicenne, e ti giuro che non mi piace per niente quando mi guardo nuda nello specchio e mi domando cosa ci deve fare una quasi vecchia con quella macchina da salti mortali che le sta attaccata sotto al collo, innaturale, giovane contro natura. Ma la tua risposta la conosco giĂ , i salti mortali, Linda, il nostro corpo non serve ad altro, i salti mortali, noi siamo gli ospiti del trapezio e il trapezio è una figura conclusa in se stessa che di per sĂ© non prevede la presenza umana, perchĂ© è un’astrazione, e l’unico modo per tenersi aggrappati a un’astrazione senza cadere o morire è fare in modo che quella non si accorga di noi, evitare di disturbarla con un corpo troppo pesante. Tu hai seguito la stessa strada, Amarès, devo dartene atto. Hai tre anni piĂ¹ di me e sembri uno strano ragazzino con i capelli bianchi, non un filo di pancia, solo rughe e muscoli, e anche di questi nulla di troppo, solo quelli strettamente necessari a sopravvivere fra l’aria, le funi e la riga di legno oscillante sul vuoto senza disturbare, senza imporsi, ma lasciandosi umilmente accettare in un mondo piĂ¹ alto del nostro, dove noi non eravamo previsti.
Tante volte, Amarès, mi sono fermata davanti alle gabbie degli animali. E di notte pensavo che a pochi metri dalla nostra roulotte dormivano una tigre, un orso, si agitavano innocui serpenti e mi sentivo strana. Mi succedeva soprattutto quand’ero molto giovane e ricordo anche di averti svegliato per dirti che avevo paura che la tigre si liberasse, che l’orso venisse ad annusare il nostro letto o che i serpenti, in qualche modo, tornassero a riempire le sacche del veleno. Non ti arrabbiavi per quei risvegli, Amarès, no, tu non ti arrabbi mai, ti limitavi ad abbracciarmi, io sentivo il tuo odore buono, il tuo respiro tranquillo e allora trovavo il coraggio di riaddormentarmi, vergognosa di averti sottratto minuti di sonno prezioso.
«Il nostro primo alimento, Linda, il sonno» mi dicevi al mattino «senza sonno siamo perduti, non si puĂ² salire sul trapezio senza aver dormito e sognato a sufficienza, perchĂ© il sonno pesa piĂ¹ del ferro e la notte c’è stata donata per alleggerircene».
Non era un rimprovero, mi mettevi in guardia contro me stessa e la mia difficoltà di capire perché non si poteva mai uscire la sera, mai andare al cinema o trascorrere un paio d’ore in un bar, bere una birra, oppure rimanere con gli altri quando festeggiavano un compleanno o un matrimonio e tiravano l’alba e magari si ubriacavano e poi facevano l’amore da ubriachi, che è tanto bello, credo.
Noi due, invece, facevamo l’amore solo quando l’indomani non c’erano né spettacolo né allenamenti, e questo succedeva di rado, Amarès, talmente di rado (in pieno agosto o quando avevo la febbre) che mi riesce difficile ammettere che sia davvero capitato qualche volta nella realtà e non in sogno.
E davvero non saprei decidere fra le due possibilità se, ma quando Amarès? io e te, ma tu soprattutto, non avessimo aspettato un bambino.
E allora dissi e ti dissi un sacco di cose, per giorni e giorni che sembravano non trascorrere, bloccati dal tuo sguardo sereno e implacabile: che potevo fermarmi per un anno, ad esempio, non sarebbe stata poi la fine del mondo, che Liviana era altrettanto in gamba di me se non di piĂ¹ e che nessuno si sarebbe accorto della sostituzione perchĂ© il pubblico cambia ogni sera e con il trucco sembriamo tutte uguali.
«Non a me» dicesti.
«Ma che importa? Amarès, il nostro bambino…»
«Non per me.»
«Come?»
«Non per me, Linda, io e te non possiamo interrompere, io e te e basta.»
«E allora fermati anche tu, Amarès, c’è Kostja, cosa importa, Kostja e Liviana insieme sono in gamba.»
«Meglio di noi?»
«No, Amarès, che c’entra, non dico meglio di noi ma quasi come noi e poi io e te aspettiamo un bambino.»
«No, tu lo aspetti, è diverso.»
«Cosa è diverso, Amarès, è il nostro bambino, si chiama…»
«Non lo voglio sapere come lo chiami» ed eri calmo e tranquillo come sul trapezio Amarès, fino a che anche io mi ritrovai altrettanto calma, una paralisi dell’anima tale e quale che se uno di quei serpenti mi avesse morso durante il sonno, un veleno di rassegnazione.
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