
Linea di confine (Samir)
Si chiamava Samir.
Ho sempre pensato che Samir fosse un nome simpatico, un nome che ispira fiducia, tipico di quel personaggio che sta con i cattivi ma è un buono, che si trova di là per fato ma viene di qua per scelta. Non era così. Samir era cattivo, crudele, spietato e fu lui a farmi oltrepassare la linea.
Attraverso il braccio ancora teso, il nostro sguardo accompagna il proiettile e, in un attimo che si dilata, attende che esso, galleggiando quasi invisibile nell’aria con eleganza straordinaria, compia l’atto che gli abbiamo comandato. Tutto sta in quell’attimo, tra quando tiriamo il grilletto e quando il proiettile arriva a bersaglio, perché in quell’attimo possiamo predire il futuro: questo mi aveva affascinato da quando ero cadetto.
Samir era arrivato con noi per la sua enorme conoscenza del territorio e delle tecniche operative del nemico. Mi sono spesso domandato cosa avesse visto o vissuto per essere la persona che fosse o se, quella persona, lo fosse sempre stata; sta di fatto che lavorammo a lungo insieme e se devo essere sincero mi piaceva operare con lui. Era un vero professionista, intelligente, preparato, aveva coraggio da vendere e, soprattutto, era costantemente una mossa avanti e questo ci tirò fuori più di una volta da brutte situazioni. Sì, è vero, era fondamentalmente una persona cattiva ma nessuno di noi era lì per portare giocattoli da mettere sotto l’albero.
Troppo spesso pensiamo che oltrepassare la linea da cui non si torna più indietro sia qualcosa di preciso, ben definito nello spazio e nel tempo, come un singolo fotogramma nella pellicola delle vecchie macchine fotografiche che identifica con precisione un momento ed un luogo; eppure anche nello scatto fotografico serve determinare il tempo di apertura del diaframma, ovvero quanto a lungo la luce si imprimerà sulla pellicola e lo spazio può sovrapporsi e rendere sfuocata la foto se in quel tempo ci muoviamo, nello stesso modo la linea che segna per sempre le nostre vite può essere lunga da attraversare, richiedere tempo e chilometri di marcia; l’errore è proprio che troppo spesso la pensiamo come una demarcazione ben netta tra bene e male, dove, inutile dirlo, noi crediamo di stare dalla parte del bene. Fidatevi di quanto vi dico: quando l’onda vi travolgerà e vi schiaccerà per annegarvi, non saprete dov’è il fondo o la superficie, cercherete solo di tornare a galla per respirare, ad ogni costo…
Quando si spara ad un bersaglio bisogna abituarsi all’idea di sparare più colpi in sequenza, a meno che non spariate con certezza ad un centro vitale o non siate un cecchino con l’attrezzatura giusta s’intende. La vita reale non è un racconto, quando si spara ad una persona, quella non stramazzerà al suolo all’istante, sulle prime continuerà a muoversi esattamente come stava facendo un attimo prima, anche perché in combattimento sarà piena di adrenalina, per cui al primo colpo vi stranirete, domandandovi se davvero l’avrete colpita, al secondo potreste pensare che l’avversario sia invincibile e questo potrebbe mandarvi nel panico ma se attenderete pochi attimi, vedrete che di lì a poco vacillerà, perderà dapprima l’appoggio sulle gambe, cercherà di aprire un braccio per ritrovare l’equilibrio come un acrobata sul filo e quello sarà il segnale che sarete andati a segno, ancora un istante e sarà a terra; tuttavia è meglio evitare di godersi il momento, per cui sparate più colpi fino a che il vostro obbiettivo non sarà al suolo ed anche quando lo sarà, so che può fare effetto ma non siate ipocriti proprio ora, finitelo, non si sa mai.
Io e Samir eravamo entrati in questa specie di caseggiato abbandonato, molto grande, mezzo sventrato e pieno di roba rotta a terra, ricordo tanti fogli di carta bruciacchiata, forse era stato un ufficio, chissà. Io stavo davanti e Samir mi copriva, eravamo saliti al secondo piano, avevamo percorso più ambienti liberi ma io mi ero allungato un po’ troppo e girando l’angolo dopo un lungo corridoio, vidi una figura nella stanza in fondo, mi aveva sentito e mi stava aspettando; sparò lui per primo e feci appena in tempo a ritirarmi dietro al muro per non essere colpito, ne uscii subito e sparai due colpi, lo centrai in pieno, il suo corpo volò indietro per un paio di metri, avanzai con l’arma puntata e gli sparai nuovamente da distanza ravvicinata e fu a quel punto che mi accorsi che nella stanza c’erano altre persone.
Ho ucciso 42 persone nella mia carriera, 41 fino a quel momento, non ho tenuto il conto volontariamente, è una cosa che succede e basta, alcuni di noi ad un certo punto se ne dimenticano, altri si impongono di farlo, altri ancora come me tengono il conto e basta, francamente pagherei per poterne fare a meno ma non ci riesco, misteri della mente. Quello che so è che nessuna di queste quarantadue persone era innocente, non è una giustificazione ma un dato di fatto, nessuna di loro era innocente, punto, come non lo sono io, sia ben chiaro.
Samir arrivò alle mie spalle in un attimo, vide la donna che stava riparata dietro la scrivania rovesciata, imbrattata del sangue dell’uomo, con un bambino ancora in fasce tra le braccia, aveva gli occhi sgranati dal terrore e singhiozzava convulsamente inspirando forte l’aria dalla bocca, io ero immobile con l’arma puntata; Samir le sparò dritto in fronte, il viso della donna si spense e rimasero solo gli strilli dei due bambini, uno ancora tra le braccia ora abbandonate della madre, l’altro, poco più grande, rannicchiato vicino a lei. Abbassai l’arma e rimasi fermo. Avevo avuto la mia prima incertezza, era ovvio che avrei dovuto spararle, era un nemico, non potevo sapere se fosse armata o carica di esplosivo ma vedere i bambini mi aveva bloccato, mi aveva spostato in un’altra realtà. Samir forse mi aveva salvato.
Sentivo che l’adrenalina e la tensione stavano scendendo perché avvertivo di nuovo il caldo e la sete, la gola arsa sotto il passamontagna e l’odore acido delle cervella su per le narici. Samir scavalcò il corpo dell’uomo, si avvicinò alla donna e le diede un calcio per assicurarsi che non fosse ancora viva, poi abbassò l’arma sui bambini, quasi appoggiandola sulle loro teste e sparò, prima ad uno poi all’altro.
Il rumore dei loro pianti cessò di colpo come se si fosse abbassato un interruttore, non dimenticherò mai quel silenzio improvviso, come se il loro pianto fosse stato tutto il rumore del mondo estinto in un secondo, non sentivo più nulla, la contraerea in lontananza, gli ordini urlati al pian terreno, il tintinnio della sabbia sui vetri rotti e sul mio elmetto, un silenzio d’ovatta, come quando a casa cadeva la neve. Il mio braccio si alzò in un gesto perfetto, la mano salda, il gomito ben allineato alla spalla, lo sguardo al bersaglio e tirai il grilletto. Samir vacillò più per lo stupore che per il colpo e fece per alzare l’arma a sua volta ma in modo scomposto, io attesi un attimo, quell’attimo per predire il futuro che avevo sempre adorato ma con il proiettile ancora in canna questa volta, poi sparai tre colpi in sequenza, tutti a segno, bersaglio a terra.
La cella è piccola, mi hanno concesso una radiolina con cui riesco a sentire qualche frequenza di casa se sono fortunato e fogli per scrivere. Il caldo qui è tossico e non so cosa sarà di me. Per gente come noi è difficile stabilire quale sia la linea di confine e dove ci porterà una volta oltrepassata. A volte mi sento come uno dei miei proiettili: perfettamente lanciato verso un destino stabilito da altri
Milano, Aprile 2020
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Spesso sono i cattivi maestri a farci evolvere, e qui sono descritti con quel cinismo e freddezza da killer che secondo me permea il racconto di una certa elettricità e tensione (chiamami scemo, ma a me è venuto in mente il film Leon di Besson). Per temi e argomenti mi ricorda lo stile dello scrittore Kenjii Albani. Capisco il suo commento quando dice: “Interessante”.
Grazie
Come sempre, riesci a fare immedesimare la lettrice in quello che scrivi. Riesci a creare atmosfere reali, a trasmettere emozioni forti, come l’angoscia che mi resta dopo aver terminato la lettura di questo tuo nuovo e splendido racconto. Grazie.
Grazie a te!
“l’errore è proprio che troppo spesso la pensiamo come una demarcazione ben netta “
Questa rappresentazione mi piace mlto. Linee non nette, confini che sfumano…ed un giorno senza accorgertene sei scivolata di la’, dove non pensavi che ti saresti mai trovata.
Molto interessante. L’ho apprezzato!
Grazie mille
Esiste un limite? Mi sono interrogata spesso a questo proposito. Cosa accadrebbe in circostanze eccezionali, dovendo dare spazio al cervello rettiliano per sopravvivere? Amo la distopia, ho scritto molto utilizzando questo genere letterario, e anch’io ho sempre avuto questo confine: gli innocenti veri. I bambini: coloro che possono davvero cambiare il mondo.
“come una demarcazione ben netta tra bene e male, dove, inutile dirlo, noi crediamo di stare dalla parte del bene.”
Non esiste bianco o nero, in guerra il “bene” è un concetto astratto