L’inizio della giornata

Serie: L'ottavo giorno della settimana

La sveglia alle sei del mattino era la mia compagna di vita, oltre a mia moglie, da una quindicina d’anni. Tutte le mattine esclusi il sabato e la domenica era lì a ricordarmi che, se volevo mantenere la mia famiglia, dovevo alzarmi.

Ogni giorno mi sedevo sul letto, indossavo le ciabatte, guardavo mia moglie dormire, la baciavo e scendevo. La prima tappa era il bagno. Non sono uno che si sveglia molte volte di notte quindi era una tappa molto lunga. Quando capitava anche dieci o quindici minuti passavano tra quella e la successiva. In silenzio uscivo dalla stanza e passavo per l’ampio corridoio che passava di fronte alle porte bianche dei miei figli che dormivano ancora come ghiri. Scendevo le scale e mi trovavo nel nostro salone con cucina e penisola sulla quale, di domenica, mangiavamo pancake insieme davanti ad una tazza di cioccolata calda o spremuta d’arancia.

Quella mattina, invece, come sempre, la mia colazione era un toast prosciutto e formaggio, una tazza di caffè e un quadratino di cioccolata fondente. Misi il pane nel tostapane e poi presi la giacca della tuta da palestra per andare fuori a prendere il giornale. Il sole stava sorgendo in quella calda mattinata di marzo. Di fronte a me, Carl Robinson, il mio vicino, stava prendendo il suo.

“Buongiorno Tom” disse agitando la mano destra.

“Buongiorno Carl” risposi sorridendo.

Rientrai in casa e poggiai il giornale sulla penisola con top in marmo bianco. Giusto in tempo per prendere il pane. Mentre tenevo in mano le due fette di pane aprì la mensola e presi un piatto di quelli bianchi che usavamo per la colazione. Presi dal frigo prosciutto e formaggio e li piazzai tra i due strati di pane. Mia moglie diceva che ero qualcosa di abominevole a mangiare un toast in quel modo ma, a me, piaceva il contrasto caldo-freddo. Aprì il giornale sulla prima pagina politica che trovai. Il governatore del nostro stato era coinvolto in uno scandalo di tangenti e favoritismi. Niente di nuovo sotto il sole ma, a quanto sembrava, le persone si scandalizzavano ancora per piccoli avvenimenti del genere. In tutta la mia vita ne avevo viste troppe per avere anche la minima reazione. Cambiai pagina senza nemmeno leggere tutto l’articolo.

Passai alla politica estera. Ennesimo viaggio del Presidente in cerca di amici da far entrare nella coalizione contro la lotta al terrorismo. Ultimamente i viaggi erano stati frequenti per varie parti del mondo. Caso strano, la First Lady non era più apparsa in pubblico dalla sua ultima figuraccia in diretta mondiale. La legge della politica era quella più dura. Un errore è sempre fatale per tutti.

Addentai l’ultimo pezzetto di toast e trangugiai la spremuta in fretta e furia. Misi il piatto nella lavastoviglie e lasciai aperto il giornale alla pagina dello sport. Mia moglie diceva sempre che leggevo solo quella.

Una volta tornato in camera da letto aprii l’armadio e presi il completo blu con la camicia bianca. Li avevo già tutti pronti, così al mattino dovevo solo afferrare quello che volevo e abbinare le scarpe. In quel caso marrone scuro.

“Tom, vai già via?” domandò mia moglie che si era svegliata.

La guardai. Il suo volto dai lineamenti tenui incorniciati da una folta chioma bionda era bellissimo anche di primo mattino. Mi innamoravo di lei ogni volta che la guardavo. Mi sorrise mentre mi guardava vestirmi.

“Sì, questa mattina abbiamo la riunione. Ricordi? Te ne avevo parlato.”

“Pensavo fosse ancora martedì. Deve essere il sonno.”

“Rimettiti a dormire. Sei tornata solo da tre ore. Hai ancora un bel po’ da smaltire.”

“Va bene. Questa sera ho preso il giorno libero. Così potremo festeggiare al meglio.”

“Perfetto. A stasera” risposi mentre la baciavo in fronte.

In dieci minuti ero pettinato, profumato e perfettamente vestito. Prima di scendere al piano terra passai a controllare le stanze dei miei figli. Dormivano come ghiri. Per loro la sveglia sarebbe suonata un’ora dopo. Scesi velocemente le scale e presi la valigetta che avevo lasciato la sera prima sul divano bianco.

Uscendo presi il cappotto. Il mattino era ancora troppo freddo per tentare la sorte con giacche leggere. Avevo già dato abbastanza con una bronchite abbastanza dura da digerire. Tre giorni di antibiotici ed aerosol.

Aprì il garage con il tasto del telecomando ed entrai velocemente mentre mi sistemavo il bavero del cappotto. Entrai in macchina e poggiai sul sedile del passeggero la valigetta. Mentre uscivo dal vialetto guardai tutti che, come me, stavano lentamente dirigendosi sul posto di lavoro. Le solite otto ore con le solite persone a fare le solite cose. Ordinaria amministrazione.

Il mio mestiere di direttore creativo era un po’ diverso. Almeno potevo lavorare inventando cose piuttosto che compilare inutili scartoffie. Dopo tutti quegli anni, però, non era facile non accusare la monotonia. Mi ripetevo che questo sarebbe servito a garantire un futuro migliore ai nostri bambini. In effetti, insieme al lavoro di mia moglie, riuscivamo a portare una cifra che superava abbondantemente i centocinquantamila dollari annuali netti. Non molti potevano vantarsene, soprattutto in un periodo di crisi come questo. Troppe erano le volte in cui mi capitava di posare lo sguardo su di un barbone. Spesso mi domandavo se, un giorno o in un’altra vita, avrei potuto trovarmi lì anche io e come mi sarei sentito. Non riuscivo a rispondermi.

Accesi la radio su quella delle notizie 24 ore su 24. Lo speaker stava parlando della questione terrorismo. Cambiai stazione su quella dello sport 24 ore su 24.

“Quest’anno i Cavs hanno ottime possibilità di arrivare in finale dei play-off e vincere. Se LeBron dovesse giocare come sa e tutto il team lo seguisse non ce ne sarebbe per nessuno” diceva il tecnico che commentava la striscia positiva di vittorie che portava la mia squadra del cuore in testa alla Conference.

“Harold. Voglio porti questa domanda. Credi che la stabilità tattica che il quintetto base da ai Cavs possa essere la stessa cambiando due elementi su cinque? Insomma, Lebron e Irving sono soggetti ad infortuni ultimamente. Se questo accadesse durante la fase finale della stagione potrebbero esserci serie possibilità di perdere visto quello che abbiamo avuto l’opportunità di osservare questi giorni.”

“Hai ragione. Non credo che possano avere la stessa stabilità tattica ma potrebbero comunque riuscire a gestire una serie di sette partite se potessero usufruire dei loro uomini migliori almeno per due o tre di queste.”

Dopo la consueta mezz’ora entrai nel parcheggio sotterraneo del palazzo societario. Dick, il guardiano di mezza età, leggeva il giornale mezzo addormentato. Non si era quasi accorto che fossi arrivato davanti a lui.

“Dick, vorrei entrare a lavorare, se possibile” dissi ridendo.

“Signor Sigursonn, no l’avevo vista, mi scusi” rispose lui mentre mi stringeva la mano.

“Tranquillo. Tra quanto vai in pensione?” domandai per fare conversazione.

“Tra un anno. Ormai ci siamo quasi. Poi chiudo tutto e me ne vado alle Hawai. Aprirò un chioschetto sulla spiaggia e nessuno mi romperà le scatole da quelle parte.”

“Bella idea. Fammi sapere quando parti dove vai perchè potrei essere tentato di raggiungerti prima di quanto pensi.”

“Be’, potrebbe aprire una catena di chioschi con i suoi guadagni, signor Sigursonn.”

“Questo è vero. Philips & Sigursonn, potremmo chiamarla così.”

“Vuole addirittura essere mio socio?”

“Assolutamente.”

“Allora le manderò una mail prima di partire” rise mentre premeva il tasto per alzare la sbarra bianca e rossa.

“Ottimo Dick. A stasera” dissi mentre entravo nel grigio parcheggio.

Quel posto mi metteva sempre i brividi. Nonostante fosse molto sicuro e non fosse mai successo nulla, mi sembrava sempre di essere vulnerabile lì, da solo, in mezzo a tutte quelle macchine e colonne di cemento armato. Una volta avevo scambiato un collega per un rapinatore. Per poco non gli tiravo un pugno in pieno volto. Fortunatamente aveva parlato prima di essere troppo vicino.

Mentre mi dirigevo all’ascensore incontrai il mio collega, nonchè mio nuovo sottoposto, James, per gli amici Jim. Mi sorrise avvicinandosi a grandi falcate.

“Ehi pezzo grosso” mi salutò stringendomi la mano.

“Ehi Jim. Come va?”

“Come va a me? Come va a te. Ti senti bene a stare un gradino più su di ieri?”

“Non so. Finchè non ufficializzeremo la cosa oggi non so ancora come mi sentirò. Ma tranquillo, non ti butterò fuori di qui” risi mentre schiacciavo il bottone numero quattro.

“Grazie a Dio. Ho ancora dei figli da mantenere e mutui da pagare.”

“Come va il lavoro per l’auto?”

“Abbiamo trovato lo slogan giusto.”

“Be’, voglio saperlo.”

“Lo saprai alla riunione di oggi pomeriggio. Anche se sei il capo non è detto che tu debba conoscere tutto” rise Jim.

“E va bene. Vorrà dire che sarai il primo ad essere licenziato in caso di problemi.”

“Ci vediamo dopo, Tom” disse il mio collega mentre usciva in corridoio e svoltava a destra.

“A dopo” risposi io voltando a sinistra.

Serie: L'ottavo giorno della settimana
  • Episodio 1: L’inizio della giornata
  • Episodio 2: L’ora di gloria
  • Episodio 3: La fine
  • Episodio 4: L’ora delle decisioni
  • Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

    Responses

    1. Delicatino il nostro protagonista, si lamenta di una bronchite curata in tre giorni 🙂
      Scherzi a parte, un ottimo racconto, o primo capitolo che dir si voglia. Non amo molto che vengano ambientati negli USA dei racconti scritti da noi, ma è un mio pallino. Le atmosfere ricordano un po’ Mad Men, vediamo dove andiamo a parare.

      1. Mi rendo conto che questo sia sempre più un problema, capisco il tuo punto di vista ma spesso non riesco a collocare nel nostro paese alcune storie. Inevitabilmente l’influenza americana ed inglese si fa sentire. Quando riuscirò a scrivere qualcosa di lontanamente paragonabile a Mad Men potrò ritenermi soddisfatto!