L’Inquadratura

Era sempre stata una tortura per lui tornare in quel quartiere. Quella salita, la strada stretta e le case che sembravano starle attaccate addosso. Un po’ come un disegno fatto da un bambino: senza prospettiva, senza senso della proporzione.

Tutte le volte che passava un’auto, le persone che se ne stavano sedute sui gradini delle porte d’ingresso delle rispettive abitazioni erano costrette ad alzarsi e posizionarsi in piedi, facendo attenzione a non oltrepassare il limite della soglia se non volevano ritrovarsi piedi e gambe amputati dal passaggio di una di quelle.

Da piccolo, finite le lezioni di catechismo pomeridiane, Arturo, prima di rientrare a casa, si fermava sempre sotto il grande arco che indicava l’ingresso del quartiere e da cui si vedeva tutta la via, fino quasi alle ultime case in fondo, quelle di Michele, uno dei suoi pochi e migliori amici d’infanzia.

Per raggiungerlo a piedi, quando andava a chiamarlo per giocare, da casa sua — una casa all’ingresso di un cortile posizionata a metà salita — gli sembrava sempre che il percorso fosse infinito.

Ma durante quella pausa di pochi secondi che faceva prima di rientrare, mentre assisteva alla ola che formava la gente al passaggio delle auto, quella via gli sembrava tutta a portata di mano.

Come da piccolo, ora se ne stava lì, sotto quell’arco, con le braccia allungate, uno zaino sulle spalle e le mani posizionate come l’obiettivo di una fotocamera.

Sorrise quando si accorse che, a distanza di dieci anni, quell’inquadratura era cambiata.

Le vecchie pietre con cui era fatta la strada erano state sostituite dall’asfalto, dai colonnini in cemento con le fasce fluorescenti gialle e rosse e dal cartello che indicava il divieto di transito per le auto.

Le case che, nelle vecchie inquadrature, avevano l’intonaco consumato, punti delle facciate in cui si era staccato e finestre con la vernice delle persiane mangiata dagli anni passati al sole, ora, nella nuova inquadratura, avevano l’intonaco restaurato, finestre riverniciate da poche stagioni e alimentari diventati sale giochi.

Nella nuova inquadratura, tutte quelle migliorie stonavano un po’.

Come il parco giochi che prima stava nell’angolo in basso a destra dell’inquadratura e che ora era diventato uno splendido parcheggio per auto: cosa che, in una via con divieto di transito, aveva senso come la notizia dell’apertura di una gelateria su Marte.

Arturo scostò lo sguardo dall’inquadratura e un velo di malinconia gli attraversò il volto.

“We’, Arturo. Quanto tempo.”

Arturo si girò.

Una figura anziana con baffi foltissimi, occhiali e cappellino di velluto sembrava averlo riconosciuto con piacere.

“Ti sei fatto grande. Ti ricordi quando con Michele giocavate da piccoli? Sono Mario, lo zio di Michele, ricordi? Stavi facendo una foto, vero? Hai visto quante cose ha fatto il sindaco nuovo per questa via? Tutta un’altra vita ora qui. Forse se avessero fatto prima tutti questi lavori non vi sareste dovuti trasferire. Insomma, che te ne pare?”

Arturo sorrise appena.

“We’, zio Mario. Come state? Certo che ricordo. E vi dirò una cosa: i miglioramenti si vedono eccome… ma ora non ci si deve più alzare per evitare le auto. E l’ola… chi la fa più?”

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un racconto breve, e rapido, come un’inquadratura, appunto.
    Molto comunicativo e vibrante.
    Mi ci sono riconosciuto immediatamente, perché ogni volta che torno nella mia città mi struggo per com’era (bellissima, nei ricordi), borbottando per com’è adesso, talmente cambiata che a stento la riconosco. Complimenti per l’uso visivo della scrittura (ho visto tutto), e per quante tematiche sei riuscito a sfiorare, in poche parole.