
Lione
Serie: La casa dei Veltz
- Episodio 1: Lettera dal Vescovo: il sangue di Alger
- Episodio 2: Alger in Francia
- Episodio 3: Lettera dal Vescovo
- Episodio 4: La cantina chiusa
- Episodio 5: Accoltellamento
- Episodio 6: Lione
- Episodio 7: Soggiorno?
STAGIONE 1
Si era preso alla fine una diligenza appena era arrivato ad un villaggio, e così passò un paio di giorni in carrozza, scendendo a terra solamente per riposare le sere o per prendersi una boccata d’aria. Si era goduto la vista delle varie foreste e dei mulini che si facevano accarezzare dalle piante poste al limite delle boscaglie. Non vide molte persone camminare fra le strade, se non che per un paio di contadini che andavano a cantare l’angelus all’alba, e un uomo che dall’aspetto suo e della sua cavalcatura sembrava un mercante. Non era risuscito a vedere molto altro, sonnacchioso e stanco come era, e presto si addormentò su quei sedili scomodi e duri tanto quanto le rocce che si trovavano lungo la strada sterrata.
Arrivò a Parigi, dunque, e si mise a gironzolare per la enorme città. C’era da trovare o una taverna o un albergo, e subito dopo doveva andare a cercare una seconda carrozza, stavolta doveva mirare a Lione, senza fermarsi per qualunque motivo. Sarebbe partito un paio di giorni dopo, visto che la fiala del sangue sarebbe stata esposta solamente durante una festività locale, e fra le folle e tutte i festeggiamenti sarebbe riuscito a farsi strada verso la stanza dove solitamente veniva tenuta la reliquia. Una volta entrato nella camera santa, verso la fine della festività, si sarebbe nascosto in un modo o nell’altro, e dal nascondiglio avrebbe aspettato.
Intanto, c’era da andarsene da qualche parte a Parigi e divertirsi a vedere lo strascico della gente che passava.
C’erano varie edifici a due o tre piani alla cui base si potevano vedere le finestre aperte delle botteghe, e ogni tanto si sentivano i rumori di chi vi lavorava o commerciava con qualche acquirente entrato dalla porta principale.
Si disse che non gli costava assolutamente alcunché dare uno sguardo alle mercanzie, e così entrò in un paio di quegli edifici, e scoprì con sua sorpresa che in quella città era uso che i mercanti e artigiani vivessero vicino al loro negozio. Era entrato in un negozio di ceramiche quando vide che una signora era entrata nella stanza da una porta secondaria che comunicava con una sala da pranzo, cosa che portò Alger a formulare il pensiero che sovrastante.
La ragazza era molto giovane, dunque c’era da escludersi che fosse sposata con il signore dietro il bancone, visto che l’uomo aveva capelli e barba che viravano verso il pepe e sale. Il proprietario stava discutendo il prezzo di un paio di statuette con un signore, per cui Alger poté guardarsi attorno senza dover schivare la fastidiosa presenza di qualcuno che cercava di vendergli qualche gingillo inutile. Non voleva accattoni venditori, ecco, ed era grato alla fortuna che non gliene fosse capitato uno, quando aveva deciso di entrare lì.
C’erano statuine di animali, di fiori, di donne che danzavano, di creature mitologiche, del solare re Luigi (poco ridente, però), e anche di varie scenette di vita. Notò che in quella città tanto popolosa si potevano ancora permettere di fare allusione di vario tipo, visto che su alcune mensole c’erano statuine di uomini e donne che si comportavano con lascivia. Trovò strano che ci fossero immagini così grette e normali nella capitale della rivoluzione scientifica e culturale. Si aspettava di trovare allusioni al sesso di natura prettamente scientifica, ed ora che le sue aspettative venivano rovinosamente sgretolate, ecco che si metteva a ridere di sé stesso. Aveva avuto l’arroganza di sapere come funzionassero le cose in quella città, eccolo l’errore suo.
Tornò all’osservazione, e vide che c’era pure un orologio in vetro, metallo e ceramica, e si chiese quanto potesse costare quel prodotto della manodopera ecclettica: che equivalesse a forse due luigi d’oro, che non era una somma da niente. Si guardò ancora un po’ attorno, mentre ascoltava la conversazione fra i due, e constatò sia che l’artigiano aveva una certa dote sia che in quella città, nella capitale della Francia, non tutti ancora parlavano francese. O almeno, non tutti lo facevano bene, e questo era paradossale. Il cliente faticava a farsi capire poiché il francese che parlava era pieno di errori grammaticali tremendi, oltre a essere farcito con parole del dialetto di dove veniva. Non c’era molto altro da fare lì dentro, ragionò dopo aver osservato la merce per una quindicina di minuti, e così se ne uscì silenziosamente, come aveva fatto quando era entrato. Tornato nella stanza, ecco che ricominciò a sentire il brusio delle voci e il rumore dei zoccoli delle varie carrozze. Si chiese come aveva fatto a non notare che l’aria nelle strade era insalubre, assai sgradevole, e il motivo di quegli odoracci era evidente e chiaro di fronte a lui: sterco equino e di porci che si mischiava con gli escrementi umani che venivano portati fuori con secchi incrostati e dalla vista stomachevole. Inoltre, l’odore di cibo rancido per strada e dell’urina di chi confondeva le mura per dei cessi, aumentava la sensazione sgradevole che quella non fosse una vera città, bensì un agglomerato di cascine cadenti.
Doveva essersi sbagliato, e quella non era tanto Parigi quanto una periferia della città vera e propria. Doveva andare a dormire, dacché aveva ancora sonno e si sentiva stanco. Imboccò una stradicciola piuttosto rettilinea e si mosse verso
la vecchia Università, che oramai era chiusa e sembrava che nessuno avesse intenzione di riaprirla. Non capiva perché la rivoluzione avesse portato anche alla soppressione di quell’edificio, piuttosto che alla semplice cacciata dei prelati e docenti anti rivoluzionari. Sono deficienti, qui, a sradicare ogni forma di irraggiamento culturale, specialmente se la loro riforma ha la funzione anche di appianare le differenze fra le varie persone. Pareva che volessero abbassare la nobiltà al loro livello, piuttosto che alzarsi loro al grado dell’aristocrazia. Trovava tutto ciò sciocco, ma non gli dette troppa importanza e ritornò con i suoi pensieri alla ricerca di un albergo. Gira che gira, trovò un edificio che facesse al suo caso e alle sue necessità, e osservò che lì poco distante c’era una casa un po’ oscurata, con qualche gente che vi usciva ed entrava e scritte sui muri che alludevano a vari affari e divertimenti. Gli andava di lusso, a lui, visto che si trovava il letto e le penne assieme, e non gli sarebbe dispiaciuto passare lì davanti nelle ore piccole della sera.
Andò prima alla stanza di ricevimento dell’ostello, e chiese una stanza singola per un paio di notti, e alle poche parole del proprietario ecco che seguì la caduta di qualche moneta nella mano. Alger, di contro, riceveva una chiave con tre denti, e fu accompagnato alla sua stanza da una ragazza che avrà avuto all’incirca sedici anni. Aveva uno sguardo intelligente, con una sorta di scintillio che baluginava negli occhi. Aveva un sorriso piccolo ma molto carino, e dita sottili. Lo portò alla stanza al primo piano, in fondo al ballatoio, e dopo aver aperto la porta diede la chiave ad Alger. Gli augurò buon giorno e si dileguò velocemente per tornare all’ingresso dell’albergo. Non aveva molto da fare, se non che togliersi i vestiti e mettersi la camicia da notte. Prese gli abiti usati e una secchia piena d’acqua e si mise a lavare la camicia e le mutande di lino, poi mise i vestiti sulla balaustra del terrazzino, dunque andò a dormire. Doveva solamente abituarsi alla durezza del materasso, ma, tolto quel particolare, si poteva dire che il resto della stanza gli garbava. Con le palpebre pesanti e il corpo demolito dai continui spostamenti, si addormentò rapidamente sotto il tocco benefico dell’onirico. Dormì senza sognare, così che non poté neanche capire che il suo sonno era lì lì per finire che si svegliò, e si alzò assonnato, con i sensi che si dovevano risvegliare lentamente. Nella penombra della stanza poteva vedere il vaso degli escrementi ancora vuoto, mentre da oltre le veneziane si poteva sentire il rumore delle persone che dabbasso andavano avanti e indietro lungo la strada: chi urlava, chi schiamazzava, e anche chi chiedeva piangeva disperatamente, sebbene si capiva chiaramente che quel dolore era legato a una qualche perdita insignificante. Oramai chiunque piangeva pur per un solo soldo. Oppure era stato sempre così? Ricordò di aver letto da qualche parte che gli uomini piangono più volentieri la perdita del patrimonio che la morte del padre, e mentre se ne stava lì, ritto in piedi, ad urinare dentro il vaso, pensò che quella frase fosse potenzialmente universale. In fondo, il denaro è più durevole di una emozione, o almeno di solito lo è. Pure l’urina dura più dell’amore, ma non è tutto oro quello che luccica, no?
Si rimise i vestiti e prese la chiave, chiuse la porta e si diresse verso l’uscita dell’edificio per uscire in strada e girovagare fra le strade alla ricerca di un qualche staffiere. Poteva decisamente dire che l’aria dentro l’albergo era piuttosto stantia, e percepiva che la differenza fra l’esterno e l’interno dell’edificio consisteva principalmente nel fatto che dentro si sentiva più un odore di muffa, fuori quello di cibo avariato.
Serie: La casa dei Veltz
- Episodio 1: Lettera dal Vescovo: il sangue di Alger
- Episodio 2: Alger in Francia
- Episodio 3: Lettera dal Vescovo
- Episodio 4: La cantina chiusa
- Episodio 5: Accoltellamento
- Episodio 6: Lione
- Episodio 7: Soggiorno?
Sorprendente!