Liquidando l’amore
Passeggiavo senza grande entusiasmo tra le bancarelle di un mercatino ecosostenibile della mia città, quando mi fermai davanti ad uno scaffale di libri che supplicavano di essere adottati da qualcuno, anche pagati pochi soldi, ma bisognosi di un posticino caldo e dignitoso in una libreria di qualcuno.
Chi mi scelse fu “Amore liquido”, uno di quei libri che da tanto avrei voluto leggere, ma per il quale ancora non avevo deciso di uscire in pigiama in una notte di pioggia.
Mi sopravvenne una fame assurda, e cominciai a divorarlo appena tornata a casa.
La mattina dopo suonò il telefono di mia madre, aggeggio che condividiamo nei giorni di visita che trascorro in Italia. Risposi. Era una di quelle centraliniste di call center, forse straniera, la sua voce era stridula e sembrava ancora più insopportabile alle dieci del mattino, e le sue parole galleggiavano dentro la mia testa come i biscotti immersi nel caffelatte, che guardavo con ardore ma ai quali non potevo accedere perché un telefonino ci separava.
Cosa volesse vendermi mi era indifferente, incomprensibile, l’abbonamento di un canale televisivo aveva lo stesso nome di uno shampoo, che poteva anche sembrare un nuovo modello di macchina, o una isola paradisiaca in Tailandia dove avrei potuto passare la mia prossima vacanza.
“Ale, sei ancora nel mondo dei sogni, perché non credo che andrai in Tailandia a breve, liquida sta tipa qui, non aver compassione di lei che deve solo vendere, perché se non raggiunge i suoi numeri giornalieri forse la dimetteranno, e sarà per colpa tua, ma chi se ne, riaggancia.”
E, quasi in shock anafilattico mattutino, nel limbo tra un bagno nell’oceano o con i miei biscotti nel caffelatte, le attaccai il telefono in faccia.
Tu tu tu tu tu.
Il mio amato Bauman già lì in piedi davanti a me, appoggiato allo stipite della porta della mia cucina, guardandomi con disprezzo e arrendevolezza.
“Questo è ciò che fanno le persone del mondo liquido”, sembrava dirmi Zygmut.
Ah, le relazioni. Quelle più virtuali che fisiche, più scritte che conversate, più lette che ascoltate, nelle quali dopo la prima fragile discussione, cancelliamo, blocchiamo, spegniamo.
È vero, mi sembra di essere nel mondo di un videogioco, ho le mie vite, le vado perdendo o guadagnando con litigi, parole sbagliate, disguidi, buone azioni, ma la possibilità di poterle finire ed essere game-over è sempre una minaccia.
Perché il mondo accelerato e superficiale odierno non vuole lottare per qualcosa di più profondo, che ad ogni modo non conosce più, che ha dimenticato, che ha soffocato.
Siamo la società dell’ usa e getta, del virtuale. Mi sento una cavernicola, mi limito alla mia umile paginetta del libro delle facce, che mi serve più come una agenda dove riunire tutti i tanti amici che ho sparsi per il mondo, o come punto di incontro con i miei cari, ai quali mandavo foto quando ero oltreoceano, ma nulla più. Mi mancano zapzap, le app che intasano il cellulare, che riempiono anche la tua memoria come fosse l’eccessivo colesterolo nelle arterie.
Ma i pochi strumenti tecnologici che possiedo già mi hanno dato rompicapo in passato caro signor Bauman!
Come me, tante coppie esplodono per una foto postata, uno dei due o entrambi arrivano a comportarsi peggio di poliziotti alle dogane, interrogando su chi, come e perché abbia messo un “like”, gesto di estremo oltraggio al compagno; le donne molte volte, più esperte di un detective, fanno un interrogatorio di terzo grado sulla base di una minima prova come potrebbe essere un’ ombra femminile che ci starebbe osservando nella foto, ma che invece è più probabilmente una turista osservandoci con impazienza o curiosità per il cappello bizzarro che portiamo. Ma nulla vale per una mente pazza e paranoica.
Tutto ciò stanca brevemente, e la soluzione più vicina e facile è eliminare la persona dalla nostra vita, escludendola dalle nostre proprietà virtuali, senza renderci conto che adottiamo solo risoluzioni palliative che non curano le nostre manie.
Società forse di insicuri, annoiati, bisognosi, per i quali condividere nel mondo Matrix è più urgente che nel mondo reale.
Società che quando è in un concerto o un qualsiasi spettacolo, usa le proprie potenti protesi chiamate cellulari al posto degli occhi e delle orecchie ormai quasi atrofizzati.
Società che non ha la pazienza di reggere la distanza, che non sa neppure cosa sia la bella “saudade” brasiliana, quella dolce malinconia di uno sguardo, di un contatto, di un ascolto di un respiro, di un battere di cuore, società che comunica attraverso di uno schermo e di un microfono, e i benedetti audio sembrano quelli di un giornalista descrivendo una reportage sensazionale.
Se qualcuno potesse almeno litigare a voce, nonostante ami la pace, sarei contenta, andrei lì ad assistere orgogliosa come fosse la predica della domenica di Pasqua!
Ma caro Zygmut, lasciami tornare al mio caffè ormai freddo, denso a causa di alcuni biscotti annegati o dispersi, forse avrei dovuto comprare l’abbonamento alla signorina, o forse.
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