L’isola pedonale

LA GUIDA È FONTE DI STRESS. NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE. Non sta scritto sul pacchetto di sigarette, è solo una vocina che riecheggia nella mia mente vuota. E non mente. La sento ripetersi ostinatamente quando al volante mi reco al lavoro. 

Maledetta la volta che ho ascoltato le sirene dell’Agenzia immobiliare “Compra casa e stai sereno” acquistando una casetta in periferia, lontana dal caotico centro cittadino. Peccato che per raggiungere il posto di lavoro sono obbligato ad attraversare mezzà città. Mi tocca sorbirmi chilometri di traffico pesante in periferia e leggero nel centro, lasciandomi leggermente incazzato per non dire pesantemente. I centri abitati sono densamente abitati, lo dice la parola stessa, da tanti abitanti, altrimenti sarebbero disabitati: lapalissiano. Gli abitanti hanno la pessima abitudine di attraversare le strade e le vie senza un motivo apparente, non mi interessa sapere perché lo fanno, so solo che i loro continui spostamenti mi irritano: Che fastidio! Statevene sul vostro marciapiede buonini buonini, non vi scambiate continuamente di posizione, così facendo ostacolate la circolazione stradale e mi costringete a delle continue fermate e ripartenze. 

Il traffico cittadino obbliga forzatamente a un andamento lento, depiscopolare; solo un andamento lento (brano di Tullio de Piscopo) e costante garantisce consumi ridotti. Evitando di sollevare il piede destro, quello dell’acceleratore, e  di sfiorare il pedale del freno con lo stesso piede, il risultato è garantito. Bisogna mordere il freno, scordarsi nel modo più assoluto il pedale centrale anche quando verrebbe spontaneo servirsene per non investire un pedone. In extrema ratio sterzare all’ultimo istante cercando di evitare un pericoloso cappottamento. Non è facile, col tempo e un po’ di pratica si impara.

«Valentino, non correre!» era la solita raccomandazione materna. Me lo ripeteva la buonanima della mamma quando mi vedeva prendere le chiavi dell’automobile.  

Guidavo un’Autobianchi A 112, non so a cosa si riferisse quel numero, forse quel modello rientrava nel parco macchine anonimo utilizzato dall’Arma dei Carabinieri.

«Pronto, 112?»

«Sissignore, dica.»

«Ci sono dei ladri nell’appartamento difronte. Fate presto, acchiappateli, non fateli scappare venendo come al solito con le sirene spiegate.» 

«Mando immediatamente una pattuglia in incognito e senza dispiegamento di sirene.»

Poveri Carabinieri nell’A 112 piccolina!  

Chiedo ammenda all’Arma, non una multa.  

Il consiglio della mamma “Valentino non correre“, da bravo figlio ubbidiente lo ascoltavo alla lettera. Non correvo, guidavo solo veloce, non usavo i piedi come mezzo di locomozione, per ogni spostamento utilizzavo le quattro ruote. La deambulazione veloce non l’ho mai praticata, anche se sono sempre di corsa.

Come Valentino Rossi non vado mai lentino, nonostante il consiglio che ci è stato dato fin dalla nascita dai nostri genitori. L’hanno anche registrato all’anagrafe. Forse proprio perché lo abbiamo considerato un’imposizione non l’abbiamo mai preso in considerazione.

La guida sportiva ce l’ho nel sangue, ecco perché sogno una Ferrari, non una Ferrari qualunque, sogno una Ferrari Purosangue. Questo modello esclusivo parte da €445.730, dove arrivi con gli optional non lo so. Rimarrà soltanto un sogno che non si avvererà mai, io parto da €10.000 e lì mi fermo. 

Le strade urbane sono disseminate di attraversamenti pedonali. Io me li mangerei i pedoni, come al gioco degli scacchi; sono troppi, non stanno mai fermi al loro posto, non si accontentano delle strisce pedonali per passare da un marciapiedi all’altro, lo fanno anche al di fuori. Classico esempio il vecchietto instabile sulle gambe che per farsi notare brandisce il bastone in aria, e qualche ragazzotto della generazione Alpha che se ne infischia allegramente del codice stradale zigzagando tra un veicolo e l’altro.

Per non parlare delle isole pedonali. Per coerenza non dovrei parlarne ma, dato che di questi tempi la vera coerenza è l’incoerenza, ne parlerò, e male. 

Ne spuntano di continuo. 

Sono figlie di N.N. 

Non hanno neanche un nome di battesimo. 

Te le puoi trovare all’improvviso davanti quando percorri la corsia di sorpasso di una strada a due corsie di marcia; in un simile frangente possono diventare molto pericolose, si corre il rischio di finire contro quel piccolo manufatto protetto da guard rail, pali e segnali stradali, sorto al centro della carreggiata come un fungo velenoso. Ti obbligano a un rientro spericolato o a una frenata di emergenza. 

Il mio nemico dichiarato è il pedone. Lui, solo per il fatto di aver messo un piede sulle strisce pedonali, si crede immortale, intoccabile, mentre nella realta è sempre a un passo dalla morte. Si vanta di avere la precedenza, lui; forse l’aveva una volta, ora i tempi sono cambiati, la precedenza è del più forte, il codice stradale è come il diritto internazionale: vale fino a un certo punto. Dopo vale la legge del Far West.

«Chi ti credi di essere, l’incredibile Hulk? 

Muoviti! Andale! Andale! Altrimenti fermati e aspetta da bravo lì fermo sul ciglio della strada giusto il tempo che passi io. Sii saggio, ascolta il mio consiglio, non fartelo ripetere perché sarebbe troppo tardi per metterlo in pratica.»

Molti pedoni si rendono conto del rischio che corrono, per questo li vedo correre all’improvviso per non finire travolti; è l’istinto naturale di sopravvivenza, cercano riparo sull’isola a loro dedicata, altri, consapevoli dei loro limiti fisici, rimangono fermi e mi guardano passare rassegnati. E fanno bene.

Accidenti! Un’altra isola, ormai formano un arcipelago.

Vedo una ragazza alta, capelli lunghi, scuri, lo sguardo fisso catturato da quel microschermo diventato un prolungamento artificiale della mano. Si avvicina alle strisce con passo spedito. Sta per impegnare l’attraversamento senza esitazione. Anch’io lo impegnerei: senza Pietà, al Monte. 

«Rallenta!» è il mio inconscio, forse una briciola di coscienza smarrita e ritrovata.

Il piede, sordo, non molla la presa dall’acceleratore. 

Due potenti squilli di clacson rompono il frastuono del traffico, sono le trombe bitonali che ho montato da poco. 

Lei prosegue incurante.

Ripeto lo squillo, forse è distratta. 

Mi sto avvicinando pericolosamente a quel corpo fragile, la distanza tra noi è ormai breve.

Poi semibreve.

Infine minima.

Un piede di lei è già sul fondo stradale reso viscido da una leggera pioggerellina, l’altro lo segue a ruota.

Quel profilo non mi è nuovo, ha qualcosa di familiare. 

Lei si volta.

Io la guardo.

I nostri sguardi che si incrociano, forse per l’ultima volta.

«SERENA! FERMATI!» Urlo disperatamente premendo il pedale del freno come non mai. Le ruote scivolano come sassi del curling.

È troppo tardi per un miracolo.

È troppo presto per il Paradiso. 

Verso inutili lacrime asciutte.

Il cielo, beffardo, si rasserena.

Il dolore esplode.

Insopportabile. 

 

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Discussioni

  1. Parti ridendo con lui e finisci col fiato tagliato. Quel passaggio dal comico al tragico è brutale, non lo vedi arrivare. E il nome Serena che esplode nell’ultima pagina ti lascia a pezzi.

    1. In effetti spiazzo il lettore. Nella vita la morte travolge all’improvviso, non si fa annunciare. Dovendo chiudere nelle mille parole ho utilizzato frasi brevi, concise, uno stile che ho imparato leggendo le tue storie, storie che colpiscono sempre per il crudo realismo.

  2. Bello e divertente il racconto, Fabius. L’ho vissuto come un invito a riflettere in modo leggero sulle abitudini e l’atteggiamento alla guida, che non bisogna mai perdere di vista.
    Stupendi i tuoi giochi di parole.

    1. Grazie Luigi. Come scrittore non sono un granché ma emulando uno che di comunicazione scritta via social se ne intende, soprattutto per stile, coerenza e ricchezza di linguaggio, che ne diresti di propormi per il premio Nobel per la letteratura?

      1. Ciao Fabius, non potrei tirarmi indietro, se solo potessi tirarmi avanti. Il fatto è che dopo la candidatura di Trump da parte di Neta e Niau, pare che si sia inceppato qualcosa nel sistema di trasmissione interna della catena gerarchica essoterica alla struttura portante del comitato internazionale che, solitamente, presiede alla selezione, candidatura, nomina, valutazione, elezione, glorificazione e immortalizzazione dei futuri ( ma non sempre) premi Nobel.
        Sintesi: ok se si può (dinamite del buon vecchio Alfred permettendo).
        Ciao 🙂