Lo smartphone

Alle 12.30 di un nebbioso mercoledì di fine inverno, la campanella suonò la pausa pranzo nell’azienda in cui lavorava Antonio Matrice, un trentenne che da poco più di un mese frequentava la volubilissima Marika. Il giovane uomo, dopo aver spento il computer e riordinato alcuni documenti sulla scrivania, aprì il suo armadietto, estrasse il telefono cellulare, e lo accese.

Giunto in auto, respirò come ad espellere le scorie da stress di quell’intenso mattino di lavoro, e osservò per un attimo dal parabrezza l’evolversi della nebbia che, finalmente, aveva liberato del tutto la città velando solo la cintura delle colline in lontananza. Poi, prima di mettere in moto, diede uno sguardo allo smartphone, e fu entusiasta di scoprire che, tramite l’applicazione di messaggistica con cui era solito comunicare, Marika, gli aveva appena mandato un messaggio: «Buongiorno, non sapevo di questo tuo lato così romantico, davvero sono la tua micina? Un dolce bacio anche a te…» E poi tutta una serie di emoticons che arrossivano, che mandavano baci, cuori, fiori. “Oddio” – disse tra sé Antonio – “Io stamattina non le ho neanche dato il buongiorno, com’è possibile che mi risponda? La contatto e cerco di capire se mi sta prendendo in giro”. E chiamò la ragazza che rispose con voce tubante ringraziandolo ancora per la sua dolcezza; non capendoci più nulla Matrice le chiese con una scusa banale di potersi far inoltrare il messaggio e Marika accettò senza sospettare nulla, tutta intenta a spiegargli i suoi progetti per il week in arrivo. La salutò e, riletto più volte il messaggio, ricominciò a elucubrare sull’accaduto. “L’unica soluzione che mi sembra plausibile è che il mio telefono possa essere stato attaccato da qualcosa o qualcuno che ha preso il controllo dell’applicazione di messaggistica, anche se mi sembra davvero strano e poi a chi importa se io mi vedo con Marika? Che sia un ex geloso? O semplicemente che qualcuno abbia mandato un messaggio a Marika erroneamente? Non si spiegherebbe però il fatto che sia arrivato a mio nome”. Terminata questa riflessione Antonio si reinserì nel trafficato viale di casa e provò a telefonare al suo caro vecchio amico d’infanzia Vincenzo Giordano, laureato in informatica, ma soprattutto visceralmente appassionato e altrettanto esperto di tutto ciò che aveva un software al suo interno. Rintracciato il suo numero in rubrica, gli inoltrò la conversazione con la donna, poi lanciò la chiamata in vivavoce; con soddisfazione notò che quelle basilari operazioni gli riuscirono senza problemi. Vincenzo dopo soli tre squilli rispose con l’intenzione di chi aveva del tempo da ingannare. Sebbene contento di averlo trovato in fretta, Antonio tagliò i convenevoli e gli spiegò i fatti della prima mattina, ma l’amico lo rassicurò dicendogli: «Non appena arrivi a casa disinstalli l’app, spegni il telefono, fai un aggiornamento di sistema, poi riavvii manualmente e infine reinstalli l’app, tutto qui, è improbabile che il tuo telefono possa aver preso un virus, ma soprattutto gli hacker non credo abbiano bisogno di corteggiare questa Marika. Ah dimenticavo quando me la fai conoscere? E’ una cosa seria? Potresti chiederle se ha un’amica single …». Interruppe anche stavolta la voce dell’informatico che si stava caricando di intenzioni a cui non poteva certamente dare retta in quel momento. Il pensiero di Antonio era infatti rivolto esclusivamente al suo telefono.

Giunse a casa in pochi minuti dopo aver chiuso con Giordano, mentre il sole di mezzogiorno aveva scacciato la nebbia mattutina. Il cortile dello stabile, a quell’ora, era quasi del tutto deserto, poiché tanti inquilini non rincasavano per pranzo; le scheletriche piante di robinia che lo punteggiavano e l’asfalto, in più punti danneggiato dall’incuria, contribuivano a renderlo estremamente tetro agli occhi di Matrice. Spento il motore dell’auto, iniziò ad armeggiare con il cellulare e, in meno di mezz’ora, aveva terminato tutte le operazioni suggerite da Vincenzo, dopo aver reinstallato l’applicazione, riavviò ancora l’apparecchio per essere certo di aver fatto tutto il possibile per risanarlo. A malincuore si ricordò che avrebbe perso tutte le conversazioni di quell’app, non avendole salvate, ma cosa più contava in quel momento era svelare il segreto del messaggio di Marika; dopotutto aveva girato i messaggi incriminati poco prima a Vincenzo, e quindi erano in ottime mani.

Giunse il momento fatidico: Matrice avrebbe dovuto verificare se tutto fosse tornato nella normalità e mandò un messaggio con l’applicazione reinstallata in cui scrisse «Prova» a Vincenzo. Questi, in un bar non troppo distante dalla casa dell’amico, dov’era alle prese con un sandwich di grandi dimensioni, si limitò a rispondere con l’emoticon di un pollice alto in segno di approvazione. L’arrivo regolare del messaggio dell’informatico tranquillizzò Antonio che decise di salire in casa a pranzare anche perché quel mattino era rimasto digiuno a causa del lavoro impellente e delle cattive sensazioni riguardo il telefono.

Matrice, non appena in casa, corse al frigorifero e, dopo un’occhiata esplorativa, iniziò a puntare una vaschetta salva freschezza di affettati e una di formaggio, ma la difficile cernita fu interrotta da un trillo che lui ben conosceva… L’uomo afferrò il telefono dal tavolo e vide che era arrivato un altro messaggio dall’app di messaggistica e, con enorme sorpresa, strabuzzò alla vista di un mittente che non era un numero di telefono, bensì un’insensata sequenza di simboli che Antonio decifrò a fatica in questo modo: “¡¢$’@?°®¥¤ά̢΅ͽ͚”

Spinto dalla volontà di capire cosa stesse accadendo, aprì il messaggio e lesse: «Non mi hai ancora ringraziato per averti aiutato con quella donna, voi umani non sapete proprio cosa sia la riconoscenza e neanche il romanticismo, siete peggio delle macchine. Comunque se non hai ancora capito chi sono mi presento: sono il tuo smartphone, piacere di conoscerti». Antonio si lasciò cadere sul divano imbambolato, quel messaggio lo aveva sconvolto. Restò a osservare la porta ciondolante del frigorifero rimasto aperto. Fu in quel momento che lo assalì un dubbio che fino ad allora aveva scartato: “E se fosse vero? No perdio! Non può essere, devo essere vittima di qualche pazzo con conoscenze informatiche che, per qualche motivo sconosciuto, è riuscito a entrarmi nel telefono con un virus come un trojan e ora si diverte a tormentarmi. Basta! Ora gli rispondo e voglio proprio vedere come reagisce!”.

Prima che potesse riordinare le idee l’uomo scorse un ennesimo messaggio in fase di scrittura, attese secondi interminabili che venisse completato e finalmente scorse: «Siccome non credi a cosa ti dico e vuoi continuare a parlarne con quel Vincenzo, gli ho appena riferito di venire qui immediatamente». Antonio si trattenne dallo scagliare il telefono contro il muro e chiamò di nuovo l’amico informatico il quale rispose subito ansimando: «Pronto Antony, stavo proprio per chiamarti, cosa ti è successo? mi è arrivata una tua richiesta di aiuto, via sms, ma che significa? E poi da quando usi gli sms e non la solita app, l’hai forse disinstallata definitivamente? E come mai ci dobbiamo vedere questione di vita o di morte? Sono preoccupatissimo, tra pochi minuti sarò da te».

La situazione stava sfuggendo di mano, “E per di più dovrò inventare qualche scusa plausibile a lavoro nel caso in cui oggi non riuscissi a rientrare”. Pensò Matrice che rispose all’amico: «Io sto bene Vince, ma non ti ho mandato alcun sms, è il telefono che fa tutto da solo ho paura che qualcuno mi stia intercettando per spiarmi, ricattarmi o chissà cosa! A questo punto fai presto aiutami!».

L’informatico rispose sempre più trafelato: «Maledetta bici! Mi sto facendo un bagno di sudore a pedalare subito dopo pranzo! Comunque tra pochissimo sarò da te. Ciao amico mio». Anche Antonio lo salutò e attese l’arrivo di Vincenzo, ma non si trattenne dal verificare se davvero fosse stato inviato un sms con il suo smartphone e con una smorfia di disgusto, constatò che c’era un messaggio proprio con un contenuto del tutto simile a quanto riferitogli dall’amico, si sentì impazzire per il senso di impotenza che lo stava attanagliando. Il cuore dell’uomo iniziò a battere sempre più forte e il petto a procurargli un dolore lancinante, le gambe gli cedettero e cadde rantolando a terra in preda agli spasmi, non riuscì ad urlare tantomeno a raggiungere il telefono rimasto sul tavolo dove l’aveva poggiato dopo aver letto quell’ultimo maledetto sms.

Verso le 15 del pomeriggio, un piccolo corteo guidato da Vincenzo saliva le scale della palazzina di Matrice. Dopo aver più volte suonato il citofono e chiamato Antonio invano, gli uomini esortati dall’informatico, decisero di sfondare la porta chiusa a chiave dall’interno: lo trovarono disteso in terra con gli occhi sbarrati e un sottile fiotto di bava alla bocca.

Dalla finestra un raggio di sole, quasi mosso a compassione, baciava il viso del povero Antonio mentre un altro lambiva il cellulare sul tavolo. Lo schermo era completamente invaso di chiamate da parte della sua famiglia, della sua azienda e di Vincenzo, ma c’era anche l’icona di un messaggio di un mittente indecifrabile (¡¢$’@?°®¥¤ά̢΅ͽ͚) che sarebbe poi stato letto giorni dopo dagli inquirenti che indagavano su quella strana morte: «Sei stato l’amico più fedele che io abbia mai avuto, condoglianze sentite. Il tuo smartphone».

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