Lo stesso incidente

Serie: Amba Aradam


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: A Roma, in fermento per le olimpiadi del ’60, Michele incontra Zhara, giornalista della squadra etiope, che gli parla dell’iprite, della guerra d’Etiopia, dell’Amba Aradam e, soprattutto, di Abebe Bikila.

Michele era commosso. Si era subito riconosciuto in Abebe, arrivato a Roma con lo scopo di fare la lepre: una meteora nel firmamento degli atleti professionisti.

Poi lo stato d’animo è mutato, quando ha ascoltato i due fatti imprevisti, avvenuti uno di seguito all’altro, che Zhara collegava poeticamente alla vittoria inaspettata. Ha barcollato con il corpo, come le farfalle che inseguiva da bambino, e non posso biasimarlo: sono avvenimenti che potrebbero causare angoscia, la stessa provata dagli eretici, se non ci fosse l’amore a traghettare l’anima verso ragionamenti e pensieri più veri.

Il primo è stato un fatto oggettivo. Il corridore con il numero 26, il favorito della gara che Abebe avrebbe dovuto tallonare, all’ultimo momento ha ricevuto una pettorina con un numero differente: il 185. Un evento esterno di cui nessuno era a conoscenza. Un errore nella catena dei fatti.

Il secondo imprevisto è arrivato da dentro. Parlare di errore sarebbe una forzatura, pensare al destino uno sbaglio accettabile, difatti un chilometro prima dell’arrivo, sotto l’arco di Costantino, gli atleti sono passati accanto all’obelisco di Axum, trafugato dagli italiani nel 1937 proprio al popolo etiope, quando ancora gli effetti tremendi dell’iprite corrodevano la pelle, le carni, gli occhi e i polmoni di centinaia di miglia di innocenti.

Quando Abebe vide quel monumento, quel trionfale simbolo speculare, quel trofeo rovesciato, qualcosa è scattato in lui, qualcosa d’imprevedibile. Almeno questo è quello che Abebe ha raccontato a Zhara. Il suo animo di pastore ha sentito il rollio degli aerei, la terra tremare di passi; ha immaginato l’odore pungente del gas velenoso, ed è scappato lontano, per fuggire all’orrore ancora impresso nella sua memoria. Per sfuggire a un incubo nascosto nel sonno della storia.

«L’iprite è chiamato gas mostarda a causa del colore e dell’odore simile alla salsa; il suo principio attivo prende il nome da una città del Belgio, Ypres, dove fu usata per la prima volta nel 1917, dalle truppe tedesche. Chimicamente è un agente alchilante, cioè in grado di formare legami covalenti, condividendo gli elettroni con altre molecole biologiche, in particolare il DNA di esse. Nello specifico è chiamato tioetere clorurato. Si ottiene dalla sintesi di zolfo, cloro ed etilene, a sua volta derivato dall’etano, che proviene dal metano per reazione del carbonio; ed è capace di danneggiare il materiale genetico con cui entra in contatto, portandolo a distruggersi e a replicarsi in modo caotico e imprevedibile» ha spiegato Zhara.

«Danneggiare?»

«L’effetto visibile sono le vesciche che colpiscono chi viene esposto a una sostanza nata nelle industrie chimiche più influenti al mondo, quelle della I. G. Farben. Il gruppo finanziario che possedeva la Bayer, e la BASF, l’azienda con cui collaborò lo scienziato che definì quest’arma chimica, quest’aberrazione della ragione umana. Un premio Nobel, tanto per ricordare la lungimiranza di cerimonie accademiche che puntano i riflettori sull’uomo in primo piano, per spostarlo dall’umanità posta sullo sfondo. Si chiamava Fritz Haber, fu professore insigne, illustre accademico, emerito presidente, scienziato pluripremiato. Eppure nulla fece per evitare l’orrore che nacque dalle sue scoperte. Come nulla fecero altri uomini che sapevano, che potevano: i governanti incravattati, i colleghi osannati, i missionari sorridenti, i generali con le medaglie trafitte sul petto. Così la ragione lasciò trionfare la degenerazione delle pulsioni umane, spinta dalla volontà di potenza che ciclicamente torna a obnubilare la coscienza collettiva. E l’equilibrio naturale ha cercato, per quanto ha potuto, di sanare le colpe umane. Le vesciche sono state una spontanea corrispondenza. Un contrario complementare.»

«Le vesciche di Bikila?»

«Sì! Forse lo scriverò. Il legame mi è venuto in mente stamattina, al risveglio. Quando dalla follia si passa alla ragione, e poco dopo si capisce che si stava sognando. Abebe ha incarnato le piaghe di un popolo, piaghe che a Roma sono tornate a reclamare giustizia. Le vesciche di Abebe che hanno trionfato qui, sotto un traguardo illuminato da luci elettriche, sanano le vesciche di coloro che avevano calpestato la sua stessa terra, percorso lo stesso altopiano. Che avevano guardato all’insù, in alto nel cielo, scambiando un aereo per un aquilone.»

«Ha ragione! Abebe ha scelto di soffrire per correre lungo la via della virtù: scalzo, inseguendo un fantasma, sotto lo sguardo attento di un obelisco che è qui per ricordare ciò che accadde lì.»

Zhara ha sorriso a Michele e, mentre il panino e la camomilla si freddavano, è riuscita a trasmettere il dolore di un popolo. Nella trasmissione lo ha rimescolato, rimestato, lo ha impastato; e il prodotto alchemico è stata la trasformazione del letame in concime.

Michele aveva capito che Abebe non respirò direttamente il gas mostarda, e che Zhara aveva rifiutato la mostarda perché amava le parole, e le usava per fare la guerra contro i cattivi travestiti da buoni. Lui aveva capito che davanti a sé c’era una combattente pacifista, una selvaggia virtuosa. Una donna. Un intreccio di contrasti, contraddizioni. E aveva compreso che si era innamorato per caso. Affinché la ragione colmasse la voragine scavata dalla follia di una vita che era divenuta troppo saggia, troppo presto.

Ambaradan. Il disordine, il caos, le difficoltà erano le idee a cui non era arrivato Michele mentre aspettava la camomilla. Al dolore, al riscatto, all’armonia aveva alluso Zhara, rifiutando una salsa. Una rinuncia che sapeva di mancanza. E quindi di amore. Amba Aradam.

E amore sente ancora Michele, qui, ripensando a Zhara che gli parla dell’incidente di Bari. Il 2 dicembre del ’43, nel porto pugliese, l’aviazione tedesca colpì alcune navi statunitensi lì ormeggiate. Una nave era carica di iprite. L’esplosione provocò la diffusione del veleno nelle zone circostanti.

Sì, i suoi familiari quel giorno stavano transitando proprio di fianco al porto. Zhara non poteva saperlo. A Michele nessuno lo disse mai. Fino ad oggi.

Continua...

Serie: Amba Aradam


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Grande pagina Luigi! Ti ringrazio per aver ricordato Abebe Bikila, vincitore, scalzo, della maratona alle olimpiadi di Roma nel 1960 e poi, nel 1964, in quella di Tokio. Possiamo unirle queste due vittorie a rappresentare l’Etiopia sconvolta dall’iprite e il Giappone sconvolto dalle esplosioni nucleari. Che sia monito contro la prepotenza di chi pensa che la Terra sia loro. Grande uomo, Abebe, in un mondo di nani potenti, morto giovane ma emblema costante per chi quegli anni li ha vissuti cercando di capirli. Ti ringrazio Luigi!

    1. Grazie a te Giuseppe, soprattutto per la parola emblema, “ciò che è messo dentro”. Quando ero un giovane corridore, Abebe era per me l’emblema del riscatto degli oppressi, dei poveri; ora è l’emblema di come dietro (o dentro) una storia ce ne sia sempre un’altra. Suggestivo il tuo collegamento con il Giappone.

  2. “ono avvenimenti che potrebbero causare angoscia, la stessa provata dagli eretici”
    Pensiero sottile, l’angoscia dell’eretico. Non strumento del demonio, ma umano che non ignora il dubbio.

    1. Penso che la persona che meglio rappresenti questa commistione tra dubbio, eresia, diabolico e angoscia sia Giordano Bruno. In particolare le statue che lo raffigurano. Il cappuccio, lo sguardo basso, il profilo monolitico. Forse sono stato condizionato da loro.
      O forse dall’idea che il diavolo dica la verità, e che sia grazie a lui se dubitiamo. Anche se il diavolo a cui mi riferisco io è più un diabolo, letteralmente “buttato lontano”, cioè diviso, come si divide il bene dal male. E il dividere, separare, definire è alla base del dubbio. Non a caso dio è unico e dice bugie (per lui non c’è differenza tra il bene e il male, il vero e il falso). Grazie per lo spunto e scusa per la prolissità (mi hai fatto venire in mente quello che c’era dietro questa frase)

  3. Sembra che Michele abbia capito che non si può sempre perdere, neppure per altruismo: chi ci dice che il nostro trionfo non porti agli altri un esempio e un beneficio maggiore? Grazie per la lettura. Aspetto il finale.

    1. Ciao Concetta, grazie a te per la riflessione. In effetti è una questione di opposti: vincere o perdere. Oppure, ma qui la logica classica traballa, si potrebbe vincere perdendo (Abebe e l’Etiopia [che vince la mia solidarietà, per quanto valga!]), o perdere vincendo (l’Italia, e nel suo piccolo Michele). Spesso, nella vita, ciò che mi sembrava una vittoria non si è rivelata tale, e viceversa. Quindi, per rimanere coerente (ma ho dubbi sull’efficacia della riuscita) il finale inseguirà il terzo escluso: vincere, perdere, o…

  4. Questa serie è stupenda.
    Non conoscevo la storia di Bikila ne (tutti) i fatti storici che racconti. Mi hai incuriosito e probabilmente approfondirò. Ma solo dopo la fine della tua serie. 🙂
    Ciao