L’odore della mia terra

Serie: STORIE DI AMANTI VIAGGIATORI


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Piccole storie di viaggi e di amanti, senza pretesa. Finali lasciati aperti all’immaginazione del lettore, perché l’amore è un viaggio e ciascuno può scegliere per sé la meta che preferisce. Come in un gioco.

L’imbarcazione scivolava dolcemente sulle acque fangose del Rio Magdalena. Io sedevo su una delle panche sgangherate, quasi di fortuna, i miei occhi persi in quelli del fiume. Mi sentivo in sintonia con quelle acque scure e ne avevo profondo rispetto. I pappagalli, meravigliosi nelle loro tonalità di verde, si confondevano con la vegetazione. Ogni tanto era possibile scorgere grosse iguana che pisolavano adagiate sui tronchi degli alberi.

Un gruppo di turisti francesi, dotati di apparecchi professionali, faceva bottino di immagini meravigliose. Io, mi accontentavo degli occhi che non erano mai sazi.

L’umidità creava uno strato appiccicoso e acido sulla mia pelle. Sentivo di non avere un buon odore. «E’ l’odore di te che preferisco» mi disse, «perché è quello della mia terra.»

Ci eravamo imbarcati per sfuggire alla noia. Il letto non bastava più e non bastavano nemmeno le passeggiate lungo le strade su cui si affacciavano le verande delle case o le serate fiacche nel piccolo teatro locale. Ci accomunava il bisogno di qualcosa di nuovo perché l’abitudine rischiava di spegnere i nostri sensi e con il tempo saremmo somigliati troppo alla ristretta cerchia delle nostre amicizie.

Prevedemmo un viaggio senza porci il limite della durata: da La Dorada dove risiedevo, fino a Barrancabermeja, se mai ci fossimo arrivati. Avevamo scelto un’imbarcazione privata che avrebbe trasportato con noi altri passeggeri, dotata di tre piccole cabine per trascorrervi la notte. Avremmo ridisceso le vie comode che il Magdalena offre ai turisti, scelte con cura fra i suoi numerosi bracci che capricciosi si diramano come le fronde degli alberi che abitano quella parte remota di foresta. L’idea era di utilizzare in seguito l’automobile lungo la Ruta Nacional 66 per raggiungere Arauca e poi il Venezuela, Paese che non avevo ancora visitato.

Di giorno, ce ne stavamo seduti all’aperto: io leggevo e lui sonnecchiava. La natura era maestosa e non saprei dire quante specie vegetali abitino quelle rive. Ogni tanto, piccole comunità facevano capolino con le casette allineate in fila, lungo strade disegnate a tavolino su terreni che la vegetazione lentamente, ma inesorabilmente, si riprendeva. Durante le soste approfittavamo per mangiare in piccoli ristoranti, perlopiù cucine private che offrivano il servizio ai pochi turisti di passaggio.

Ricordo quanto era difficile respirare quell’aria così ricca di acqua e povera di ossigeno. Ogni movimento ci costava la fatica del recupero e la notte, se possibile era anche peggio. Gli attacchi delle zanzare e lo strisciare degli scarafaggi che sfuggivano al fiume non mi lasciavano dormire. Era in quei momenti che lui tornava all’assalto, instancabile e insaziabile. Mi piaceva, a dire il vero. Chiudevo gli occhi e mi lasciavo toccare, mentre mi immergevo nei suoni notturni della foresta, viva e feroce come un animale.

La gente del posto utilizzava il battello come se fosse a disposizione di tutti: le persone salivano e scendevano da un piccolo porto a un altro per compiere i loro scambi commerciali. Pesce, soprattutto, ma anche animali e frutta: di così invitante non ne avevo mai vista. Quando riaffioravo dalla nostra cabina era difficile togliermi di dosso gli sguardi di molte donne attratte dal colore della mia pelle.

«Cosa ci fai qui?» Oppure «da dove vieni?» E ridevano, coprendosi la bocca con le mani quando raccontavo loro di essermi andata a cacciare in quelle terre paludose per amore.

Ci eravamo conosciuti per caso, in una farmacia. Gocce oculari per me, antipiretico per lui.

«Ti bruciano gli occhi?» Mi aveva chiesto, «succede spesso a chi non è abituato alla nostra luce. Non esiste altra tonalità come questa, al mondo.»

«Perché, tu cosa hai visto del mondo?» Gli chiesi. Il suo modo spavaldo di porsi mi aveva subito presa.

«Del mondo conosco poco, però di occhi verdi ne ho incontrati. E quegli occhi, un po’ di mondo me lo hanno raccontato.»

Volli da subito essere io i suoi occhi. Volli raccontargli il mondo che avevo visto. Lui sapeva ascoltare: ascoltava i miei racconti e chiedeva, curioso mi faceva mille domande.

Gli regalai una carta geografica e segnammo i luoghi che avevo visitato. Segnammo anche le mete per nuovi viaggi e quando mi baciava, stringendomi i polsi e procurandomi piacere, promettevo che li avremmo compiuti insieme. Dai polsi saliva al braccio, fino all’incavo dell’ascella, segnando la sua strada con la lingua e mi chiedeva di raccontare, ancora.

«Non fermarti.»

Poi, io mi stancai.

«Ti porto via, lontano» mi disse per non perdermi.

«E dove mi porti?»

«Risaliamo il fiume, fin dove è possibile, verso il Venezuela. Ci fermiamo dove ci pare e facciamo l’amore sempre.»

«Dimmi perché» gli chiesi sfidandolo.

«Perché è l’unica cosa che ti posso regalare di me.»

La sua risposta mi commosse e accettai.

Il tempo rallentò, seguendo inesorabilmente l’andatura del battello. Ogni tanto ci fermavano in mezzo al Magdalena, incagliati nella vegetazione perché il fondale era in certi tratti molto basso. Ricordo che quella fu un’estate particolarmente calda.

Decisi che non avrei portato a termine il mio progetto e che il dipartimento non avrebbe avuto la sua dispensa da vendere agli studenti l’anno successivo. Non mi importava, perché mi ero persa nelle paludi di un amore cui non riuscii mai dare un senso.

Dopo giorni di navigazione, giungemmo finalmente a Barrancabermeja, dove avremmo sostato per qualche notte. Sapevo già che mi sarebbe mancato lo sciabordare continuo dell’acqua del fiume che si frangeva contro il legno del battello. Scendere e toccare la terra mi diede strane sensazioni, come di ritorno alle origini. Ci immergemmo nuovamente nella civiltà: il brulicare delle persone, i colori, la chiesa, un mercato.

Ricordo che allestirono un palco e attendemmo il buio che non giungeva mai per il concerto di Ali Primera. Fu una delle occasioni più rare e inaspettate che mi si presentarono nella vita.

«Come lo conosci?»

«In realtà, conosco molte cose. Altrettante ne ho immaginate.»

«Mi porterai con te, dopo?»

«Non saresti mai felice.»

Decidemmo di dormire in una piccola pensione. La ragazza che ci sistemò la camera aveva disegnata sul viso e nei fianchi la bellezza del suo Paese. Lui ne fu naturalmente attratto da subito perché l’origine li accomunava e io capii di averlo perso. Lo accettai e decisi che fosse l’occasione per lasciarlo andare.

La mattina successiva pianse e mi confessò di aver commesso un errore.

«Non si sbaglia in queste cose. Desiderare non è difficile, scegliere invece è l’occasione che ci si presenta solamente una volta. »

«Dove andrai adesso?»

«Ritorno sui miei passi. Mi riunisco al gruppo.»

«Possiamo viaggiare ancora una volta insieme?»

Ero così attratta da lui che non riuscii a rifiutare. Pensavo di essere io a scegliere, ma forse mi sbagliavo.

«Preferisci il treno? La ferrovia non è bene sviluppata in questa zona del Paese. Però ci possiamo arrangiare.»

«Vorrei tornare con il battello, come siamo venuti.»

«Non ti spaventano più il caldo e le zanzare?»

Mi spaventavano, in realtà. Ma c’era altro di cui avevo bisogno. Di lui, solamente per me, ancora per un po’.

Risalimmo il fiume, lentamente. Quella volta ci sorprese anche la pioggia abbondante che in alcuni tratti agitava le correnti. La nausea mi prese e trascorsi molte ore affogando nelle acque del mio stomaco che si muoveva seguendo l’andamento del battello.

Non eravamo più gli stessi. Ci sforzavamo di essere felici, ma l’intimità si era spezzata. Facevamo l’amore a volte, solamente per abitudine.

Durante il viaggio di ritorno scrissi molto e, nonostante tutto, terminai il mio lavoro anche quella volta. Misi su carta le immagini che avevo impresse negli occhi e la musica, che dalle orecchie si era infiltrata inesorabilmente nel cuore. Cercai di fermare nelle parole il fragore della natura che esplodeva dietro ogni anfratto del letto del fiume. Mi dissero in seguito che si trattava di un buon lavoro, e solo io sapevo di cosa fosse frutto.

Di lui persi le tracce per molto tempo: ricordo il bianco della sua camicia a contrasto con la pelle scura; ricordo l’orologio da polso con le lancette ferme e le sue dita delicate impegnate nel tentativo inutile di ricaricarlo. Ricordo di lui cose che non ho mai condiviso e che se ne stanno custodite in un diario di viaggio. Pensai a lui per molti anni, poi me ne dimenticai. Fino al giorno in cui ricevetti un suo messaggio.

Si trattava di una mail a carattere pubblicitario, condivisa con altri contatti. Ci informava di aver aperto un ristorante a Ciénaga, proprio sul mare. Nel dépliant erano contenute alcune immagini dell’attività sulla cui facciata gialla svettava la pubblicità della Cerveza Águila. Chiusi gli occhi e ne ricordai il sapore freschissimo. Lui si era fatto fotografare davanti al piccolo obelisco blu con i coccodrilli in bronzo. Era evidentemente più maturo a causa del tempo trascorso, ma ancora affascinante e sorridente. Pensai potesse essere la mia seconda occasione.

Tuttavia, in quel momento della mia vita, mi trovavo in una situazione sentimentale piuttosto complicata e avevo bisogno di prendermi il giusto tempo per riflettere. La mia testa calda mi diceva di salire sul primo aereo, mentre le contingenze mi suggerivano altro.

Non racconterò qui quello che feci perché sarebbe come tuffarsi in un’altra storia che magari, un giorno, mi andrà di scrivere.

ATTENZIONE: quest’opera è stata scelta dalla redazione di Edizioni Open per intraprendere il percorso della pubblicazione e diventare un libro cartaceo. Segui i progressi di “Storie di amanti viaggiatori” all’interno del nostro Incubatore Letterario.

Serie: STORIE DI AMANTI VIAGGIATORI


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Bello, evocativo e coinvolgente. Come tutti i tuoi racconti, d’altra parte.
    È vero, mi avevi detto che potevo leggerli anche in ordine sparso, ma il primo mi è piaciuto così tanto che ora, beh, è come se stessi guardando le puntate di una serie tv. 😊
    Il punto è che questa serie mi piace davvero tanto e quindi ne leggerò tutti gli episodi, uno per uno. 👍😊

    1. Grazie Giuseppe. Non hai idea di quanto piacere mi faccia 😊 Credo molto in questi piccoli raccontini (mi piace chiamarli così). Pensavo di terminare con i primi dieci e invece i ricordi e le esperienze riaffiorano e vogliono essere messe su carta. Un abbraccio

  2. Quanto ti sento parlare del Sud America, rimango sempre incantata. Nonostante io ci abbia vissuto per un paio d’anni, non l’ho mai “vissuto”: tu, invece, hai fatto tuo quello che è completamente un altro mondo e che per molti occidentali è difficilissimo da comprendere. L’hai indossato sulla tua pelle, amato: i tuoi racconti ne sono la prova. Io l’ho attraversato da viandante, senza mai entrarci dentro: forse per paura, perché il Sud America è emozione. Passione che deve essere vissuta nella mente e nella carne per essere compreso pienamente.

  3. Cara amica, il tuo stile si è talmente evoluto in questo periodo che quasi sembri un’altra autrice, brava brava brava e ancora brava. Resta in America Latina e continua a parlarcene, fa parte di te e la riesci a colorare di suoni colori profumi e sapori. Poi, sì, certo, viaggia anche in altre zone del pianeta, dove ti porta il desiderio e la curiosità, ma questa, questa terra di sangue e aromi resterà per sempre la tua, e continui a condividerla con noi come un bellissimo regalo che si rinnova. I personaggi stanno benissimo dentro a questo quadro, hanno bisogno l’uno dell’altra come dell’aria, poi si allontanano, con naturalezza, anche se l’allontanamento tavolta fa male. Nessun giudizio, solo il sentimento della naturalezza di questa storia, che mi piace pensare abbia qualcosa di autobiografico. Buon viaggio a te, buon viaggio a noi !

    1. Carissima Nyam, innanzitutto grazie veramente per le tue parole che sono sempre di incoraggiamento e condivisione. I tuoi commenti diventano, a loro volta, bellissimi brani da gustare. Per risponderti, non saprei se si tratta di affinamento dello stile oppure del trovare la strada dopo aver sperimentato. Certamente imparo leggendo voi autori e ispirandomi. Poi, ci metto del mio tirando fuori esperienze, sogni e fantasie che ho forse imparato a dosare nella maniera più equilibrata. Tenterò anche viaggi più brevi e proverò a cambiare il punto di vista. Se non funziona, ho già pronti altri “viaggi” in America Latina. Vediamo. Grazie Nyam, ti mando un abbraccio forte.

  4. Ahi! Mi obblighi a rispondere! Non mi curo del genere: anche il protagonista maschile non scherza per monelleria. “Tradire” l’amante del momento con una ragazza di servizio della pensione dove si alberga è azione (qualcuno potrebbe dire) che solo un Don Giovanni, un Libertino, un Donnaiolo, Un Amatore seriale, un Latin lover, un Casanova, uno Sciupafemmine, un Puttaniere, un Tombeur de femmes, un bastardo Seduttore, un Playboy, un Farfallone, un Cascamorto, Un Rubacuori, un Avventuriero, un “Conquistador” … può fare. Per la protagonista femminile ho solo usato “monella e vogliosa”.

  5. Non userei il termine romantico per una storia con una protagonista viaggiatrice “tosta”, nel senso di monella, vogliosa. Ma forse sbaglio. Cristina, grazie per il viaggio.

    1. Caro Antonio, scostiamoci dall’idea che se è una donna a lasciarsi andare, diventa una monella. E se avessi scambiato i ruoli? Che mi avresti detto? A parte questa domanda a cui aspetto la tua risposta, ti dico che, certo! Lei è proprio tosta. Me la sono immaginata così. Anche vulnerabile a tratti, però sì, ha preso quello che voleva. Forse. Grazie per i tuoi commenti che mi piacciono sempre, spiritosi al punto giusto.

  6. Argentina, Bolivia, Colombia… Ci fai viaggiare! Ambientazione nei primi anni ottanta, a quanto deduco.
    Racconto romantico e ben scritto.

    1. Ciao Francesco, hai elencato bene i paesi e mi rendo conto che forse è il momento di abbandonare per un po’ le terre amate e provare a viaggiare e amare in altri luoghi. Difficile quando si è così radicati, ma mi ci posso cimentare, o almeno provare.

    2. Però il Sudamerica fino a ora sta facendo da ulteriore filo conduttore alle storie. E poi le descrizioni ti vengono bene.

    3. È vero, rischia di fare da filo conduttore, però non vorrei che distogliesse dal vero intento che è quello di viaggiare verso mete diverse e raccontare amori che alla fine non si devono assomigliare. Vediamo se l’esperimento riesce, altrimenti ritorno sui miei passi, perché di America Latina ne ho ancora un bel po’ da raccontare! Grazie Francesco

  7. Le follie che fa fare l’amore! Il tuo modo di scrivere è molto delicato, fine ed elegante. Riesci sempre a farmi integrare nei sentimenti dei protagonisti. Mi piace molto quello che scrivi! 🙂

    1. Grazie Kenji, è una soddisfazione muovere gli animi di scrittori che sono magari diversi nell’approccio alle tematiche su cui scriviamo, ma che poi si trasformano in lettori affini. Così come piace essere a me quando leggo.

  8. Ciao Cristiana, che bel racconto scorrevole come “l’ acqua del fiume che si frangeva contro il legno del battello”. Descrizioni che trasportano e fanno venir voglia di essere li` ad ammirare quei luoghi che dipingi come un paesaggio incantevole. Intensa e coinvolgente la breve storia con lui. Le storie piu` belle e piu` intense non durano mai in eterno; caso mai si trasformano in qualcos’ altro. C’ est la vie.

    1. Ho immaginato una storia che fosse coinvolgente al punto giusto e appassionante per i due protagonisti, ma che non facesse male. È vero che l’amore la maggior parte delle volte fa male, ci sono moltissimi testi splendidi qui su open che lo testimoniano, e so che ci vuole delicatezza nell’approccio all’argomento perché si toccano corde personali e delicate. In questa serie però io cercherò di essere leggera, di volarci un po’ attraverso a questo amore che, se riuscissimo a prenderlo per il verso giusto, assomiglierebbe sempre tanto a quei voli splendidi che ci fanno stare bene. Grazie Maria Luisa un abbraccio

  9. Cara Cristiana, di racconto in racconto questa serie mi sta facendo viaggiare e sognare, complimenti! Non posso che ripetermi, descrizioni efficaci che ti immergono nel racconto con tutti i sensi, dalla vista all’olfatto fino al tatto. Ma come nel precedente, adoro come il viaggio fisico sia anche metafora per la relazione. Qui abbiamo una coppia che si prende in maniera selvaggia come la natura circostante per poi sbiadire e perdersi nel viaggio di ritorno. Ho trovato estremamente triste l’epilogo con l’email commerciale, così distante da quello che era stato lì nel battello. Ancora complimenti e al prossimo episodio!

    1. Grazie Carlo, spero di continuare a tenerti per mano ancora durante questi miei viaggi. Magari come dicevo in un altro commento, è il caso che mi stacchi un po’ da questi luoghi per non diventare stucchevole. Pensavo a Milano, la prossima volta oppure qualche luogo freddo con la neve. Devo cercare dentro e vedere cosa esce fuori. Non trovo che l’epilogo sia triste, s’altronde i due si sono allontanati volontariamente, si sono un po’ presi quello che ciascuno voleva dall’altro, ma senza farsi del male. La mail pubblicitaria, se vuoi, te la giro per una prossima meta!