L’ombrello nero

Intervallo. Arriva E. e ci dice: “Oh ma lo sapete che P. si fa le seghe sotto al banco?”

“Chi è P.?” gli chiedo.

“È un mio compagno, fa cucina. Ma lo hai sicuramente visto: magro, pallido, col nasone.”

“Non ho in mente.”

“E come fa a segarsi scusa?” chiede un altro.

“All’intervallo si mette sotto la cattedra, telefona ai numeri delle puttane e si sega. Dovete sentirlo! Sta lì e dice: oh sì! Così! Se ci muoviamo magari lo becchiamo.”

Cogliamo l’occasione al volo. E. sta davanti a tutti e ci guida verso la sua classe. Ha in mano un ombrello nero, ma oggi non piove. Passiamo qualche corridoio, superiamo la sala mensa, svoltiamo un paio di volte e ci siamo.

Ci avviciniamo con cautela alla porta d’ingresso. La apriamo piano mentre E., sovreccitato per la bravata che stiamo facendo, ci fa segno di non fare rumore. Tendiamo l’orecchio verso l’aula. Eccoli: si sentono dei gemiti. Tratteniamo le risate. Le facce rosse per l’imbarazzo.

Ad un certo punto E. apre la porta di scatto e si dirige verso la cattedrale. In quel breve lasso di tempo riusciamo tutti a vedere distintamente P. mentre si masturba. Non vediamo il pene. Non ha le braghe calate. Vediamo che ha una mano infilata nei pantaloni. Si muove convulsamente. Probabilmente sta per venire. E. comincia a gridare qualcosa per schernirlo e lo inzega con l’ombrello nero che ha in mano. P. si accorge subito della nostra presenza e comincia anche lui a urlare.

Salta fuori dalla cattedra. Non faccio in tempo a capire cosa sta succedendo che sono già con gli altri a correre per i corridoi. Con la coda dell’occhio vedo P. rincorrerci mentre ci insulta. È incazzato nero. Lo credo bene: coitus interruptus.

Scappiamo attraverso i corridoi del piano sotterraneo: passaggi bui coi muri scrostati, tubi scoperti e arrugginiti, odore di muffa. Un diffuso senso di sporcizia. Passiamo davanti alla cucina. Vedo lo chef, ubriaco come sempre, bestemmiare e riprendere qualcuno in dialetto. È vestito di bianco. Un bianco sporco e macchiato di cucina. Il suo viso, sfatto e devastato dall’alcol, sempre teso come a cercare di focalizzare l’attenzione su qualcosa che vede sbiadito e indistinto, mi si imprime nella mente. 

Seguiamo E. che comincia a salire per delle scale che non ho mai visto. L’istituto è un enorme labirinto. Sbuchiamo al piano terra. Una porta a vetri da cui filtra della luce. La apriamo con uno spintone. Siamo fuori.

Ci separiamo senza nemmeno salutarci, soddisfatti della nostra bravata. Ho il fiatone. Il cuore batte a mille. Nonostante questo, approfitto degli ultimi minuti di intervallo per accendere una sigaretta. Vedo E. sparire a poco a poco con ancora quell’ombrello nero in mano. Ma oggi non piove.

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Sarà mica la scuola dove vanno i miei figli?! Guarda da adolescenti (presumo fosse quella l’età) c’è una ricerca di pulsioni continue anche nel diritto ad assumersi il rischio. La responsabilità è altro. Hai descritto un episodio che a mio avviso è tragicomico. Se si guarda bene è un ledere e un ledersi uno spazio privato di intimità, al contempo una violazione dell’altro attraverso l’umiliazione. Appartiene al fare senza consapevolezza.

    1. Anche se fosse la stessa scuola, rispetto a 10 anni fa è migliorata molto, quindi nessun pericolo.
      Concordo col tuo messaggio, e credo che il tutto possa essere riassunto benissimo in quello che hai scritto: il fare senza consapevolezza.
      Già l’adolescenza è un periodo critico a sé, ma se vissuto nel posto sbagliato può portare a comportamenti non solo rischiosi per se stessi, ma pericolosi per gli altri. Un’umiliazione, come in questo caso, può avere conseguenze molto gravi sulla psiche di chi la subisce.
      Infatti non è stato per niente un bel periodo della mia vita, e fortunatamente sono cambiato all’opposto negli anni.
      Ne scrivo perché voglio che si sappia che cose come questa succedono di continuo in un contesto scolastico nazionale stracolmo di mancanza e problematiche.

    1. Succedeva di tutto in quella scuola, te lo posso assicurare. Comunque trovo interessante la tua reazione. All’epoca, quando mi capitò di essere effettivamente protagonista della vicenda, risi anch’io. Ne ho scritto a riguardo proprio perché ad oggi non mi fa più ridere la cosa, anzi. Non succede spesso di trovare una persona che si masturba in classe, è vero, ma non credo che il nostro modo di agire sia stato corretto. Tutt’altro. E trovo interessante la tua reazione perché è esterna alla vicenda e a come io l’ho poi elaborata nel corso degli anni. Grazie per il commento!