L’ORA DI FILOSOFIA

Serie: Ritrovarsi...


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Restò sdraiato, il soffitto bianco che non restituiva nulla. Eppure, più cercava il silenzio, più gli sembrava di sentire un fruscio provenire da lì sotto. Non un rumore vero: piuttosto il respiro di qualcuno che non aveva nessuna intenzione di sparire. E nel buio, giurò di sentire quell’ombra muove

L’aula di filosofia aveva quell’odore di maglie umide e termosifoni spurgati che ti si incolla ai vestiti e non ti lascia più. Le luci al neon tremolavano a scatti, con un ronzio intermittente che ti entrava nei timpani. Dai finestroni appannati filtrava una luce grigia, mescolata al riflesso della pioggia battente.

Andrea se ne stava in fondo, la sedia inclinata sulle gambe posteriori, la schiena contro il muro freddo. Aveva davanti Edo e Luca, intenti a passarsi un pacchetto di gomme come fosse una transazione clandestina. Ogni tanto ridacchiavano senza ragione, giusto per non sembrare troppo immobili.

Camurati entrò senza una parola. Il passo regolare, la cartella nera stretta sotto il braccio. Mai un gesto fuori posto. Mai un’espressione che ti facesse intuire cosa pensasse davvero. Quella calma glaciale era ciò che Andrea odiava di più: non potevi incrinarla. Anche se gli avessi rovesciato addosso una palata di merda, ti avrebbe comunque risposto citando Schopenhauer, facendoti sentire idiota senza alzare la voce.

Andrea si ricordò della riga sull’auto che gli aveva lasciato un mese prima. Era quasi certo che il prof sapesse, eppure non aveva mai detto niente. A volte, in corridoio, gli lanciava uno sguardo breve, un accenno che sembrava dire: «So tutto. Ma ti lascio a marcire nel dubbio.»

Camurati appoggiò la cartella sulla cattedra, non si tolse nemmeno il cappotto.

Prese il pennarello: uno stridio corto sulla lavagna. «Libertà: scelta o illusione?»

Andrea si mise comodo. Argomento da manuale, pensò. Facile da ignorare.

«Bene» disse il professore, girandosi verso la classe. «In che misura le nostre scelte sono davvero nostre?»

Le mani si alzarono subito. Elisa, con la solita sicurezza:

«La libertà è scegliere ciò che ci rende felici.»

Poi Gabriele, il primo della classe:

«La libertà è assenza di costrizioni esterne.» Le punte delle biro ricominciarono a graffiare i quaderni.

Andrea sospirò. Lo stesso teatrino di sempre: parole che servivano più a mostrare di esistere che a dire qualcosa.

Edo si voltò verso di lui, un mezzo sorriso storto.

«Scommetto che ti addormenti prima della campanella.»

Andrea stava per ribattere con una scemenza. Poi, senza volerlo, una frase letta nel diario gli si riaccese dentro come un fiammifero:

«Se smettessi di fingere, smetterebbero anche di vedermi.»

Non c’entrava. Eppure c’entrava.

Il cuore gli martellava alle tempie, tamburo fuori tempo. I palmi umidi, le dita che slittavano sul banco. Non voleva alzare la mano; eppure il braccio si alzò da solo, rigido, tirato da un filo invisibile.

Camurati lo vide. Si fermò. Il pennarello sospeso a metà. Un sopracciglio sollevato.

«Riva?»

Andrea si schiarì la voce. La gola stretta, ma le parole uscirono.

« Secondo me…la libertà non è fare quel che vuoi: è decidere cosa fingere e quando smettere.»

Un silenzio cadde, breve e secco, come un vetro che si incrina. Si sentiva solo il fruscio delle giacche, un colpo di tosse strozzato. Qualcuno dietro ridacchiò, convinto fosse una battuta, ma la maggior parte teneva lo sguardo fisso su Andrea.

«Cioè… recitiamo sempre, un po’. A casa, qui, con gli amici. La vera libertà, se esiste, è quando decidi tu di smettere di recitare. Anche solo per cinque minuti.»

Camurati lo fissava come si pesa una moneta, cercando di capire se è autentica.

«Quindi sostiene che l’autenticità non esiste mai del tutto? Che viviamo sempre mascherati, solo con dosaggi diversi?»

Andrea si strinse nelle spalle.

«Boh. Dico che pure quando sei sincero, stai scegliendo cosa mostrare. E quando.»

Per un attimo la classe si fermò. Elisa era rimasta a metà sorriso, come sorpresa di non avere subito la battuta pronta. Gabriele smise di scrivere e abbassò lo sguardo. Un paio di altri ragazzi si erano girati verso Andrea, come se non lo riconoscessero.

«È un’ipotesi interessante» disse piano Camurati. «Libertà come governo del proprio personaggio. Bene. Proseguiamo: chi vuole confutare?»

Le mani ripresero a muoversi, le voci a intrecciarsi. L’ora andava avanti. Ma Andrea era rimasto lì, il braccio che bruciava, il collo caldo come dopo una corsa. Non era vergogna. Era un bruciore diverso, un segnale che diceva: «Hai fatto fatica, ma hai fatto.»

Le frasi cominciarono a girare, a essere ripetute, riformulate. Ogni volta che sentiva un compagno riprendere il suo pensiero, Andrea provava un effetto strano: come vedere una cosa tua camminare da sola, senza bisogno che tu la spingessi.

La campanella suonò. Sedie che strusciavano, zaini che cadevano a terra, il pennarello che scivolava dalla mano del prof. Edo gli mollò una gomitata sotto al banco.

«Da dove cazzo l’hai tirata fuori? Hai fatto colazione con Kant?»

Andrea scrollò le spalle.

«Boh.»

Sapeva benissimo da dove veniva. Non dalla sua testa. Non da Kant. Dal cassetto della scrivania, dal taccuino blu con l’elastico spezzato nascosto sotto i videogiochi.

Nel corridoio, mentre la folla li spingeva, Andrea sentì una spinta opposta. Un pensiero che non voleva avere: prima di dargli fuoco, forse valeva la pena riaprirlo. Solo un attimo. Solo per vedere dove voleva portarlo quella voce che non si alzava mai per ridere, che non diceva mai «passerà».

Continua...

Serie: Ritrovarsi...


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Dopo il terzo episodio ho temuto che volessi interrompere la pubblicazione di questa serie. Vedo che stai proseguendo e me ne rallegro. Sono convinta che tutti i tuoi racconti siano al di sopra della media, per forma e contenuto. Riesci a parlare di argomenti impegnativi in modo semplice e accattivante. La lettura di questo episodio, oltre a rievocare i ricordi delle interminabili discussioni tra compagni di scuola, propone nuovi spunti di riflessione, miscelando bene profondità e leggerezza con un pizzico di ironia. Cosa potremmo chiedere di più a un Autore per voler leggere presto i nuovi episodi di serie A?

    1. Grazie davvero! Ammetto che la tentazione di fermarmi c’è stata, per le difficoltà di restare nei limiti ma i vostri commenti sono la spinta migliore per andare avanti. Sapere che i miei racconti riescono a far convivere riflessione, leggerezza e ironia mi dà grande soddisfazione: è esattamente il punto d’equilibrio che cerco.