L’orologio rotto

Serie: Spezzati


Cosa resta di un bambino quando gli viene sottratta l’origine? "Spezzati" è il viaggio a ritroso di Maria Sol, caduta su un pianeta sconosciuto senza istruzioni per l'uso.

    STAGIONE 1

  • Episodio 1: L’orologio rotto

“Chi ero io, da dove venivo, perché ero qui?”

Sono le domande che mi sono portata dietro per una vita intera, come una pesante e ingombrante croce sulle spalle.

Non ho bei ricordi della mia infanzia; o meglio, non so cosa significhi averne. Sono vissuta in un orfanotrofio in Argentina fino all’età di sei anni. Non ho la minima memoria dei miei genitori, né notizie di chi fossero o del motivo per cui non mi abbiano cresciuta. Per questo, forse, ho sempre sentito come se fossi caduta su questa terra dal cielo: in un pianeta che non era il mio, in un posto pieno di volti sconosciuti e lontani anni luce da ciò che avrei dovuto conoscere.

In Argentina ero una delle tante, una delle migliaia di bambine abbandonate. In mezzo alla mischia nessuno faceva caso se fossimo troppo irruenti o se avessimo delle necessità. Se chiudo gli occhi posso ancora sentire quell’odore nell’aria: di putrido, di sporco, di totale incuria. Sento ancora il sudore per la paura degli schiaffoni se non finivo il pasto o se, per errore, lo facevo cadere a terra. Ma per me quella era la normalità. Quella, in qualche modo, era la mia casa. E per un periodo, dopo la mia adozione, mi è anche mancata. Più che altro mi sono mancati i volti di quei bambini con cui lottavo giornalmente per un po’ di minestrina in più o per un giocattolo vecchio e impolverato. Erano le persone più simili a me: ignoti e incompleti.

Per sei lunghi anni ho visto entrare e uscire mamme e papà da quel posto, forse a migliaia. Ogni volta speravo che fosse il mio turno, di essere scelta, di essere portata via. Nella mia fantasia non sapevo cosa volesse dire avere un genitore, ma pensavo che avere finalmente una famiglia “normale” mi avrebbe “sistemata”. Come un orologio un po’ malandato, mi avrebbe dato quel pezzo mancante e tutto sarebbe tornato al proprio posto, come sarebbe dovuto essere da sempre.

Quando arrivava una famiglia era un grande evento. I tutori ci vestivano bene, per quanto possibile, ci lavavano e poi ci mettevamo tutti in fila all’ingresso ad accoglierli. Era una competizione continua, perché anche gli altri, come me, avrebbero voluto essere i prescelti.

Ad oggi mi sembra brutale che esista un mondo dove anche i bambini debbano essere “selezionati” come un mobile al centro commerciale o una bella borsa a Via del Corso. Eppure, ho desiderato così tanto diventare quell’accessorio perfetto da rimuovere totalmente la mia persona: non dovevo essere io, dovevo solo andare bene. I tutori dicevano che dovevamo fare i bravi, essere educati, sorridere. Solo così ci avrebbero scelto.

Ero sbagliata e dovevo aggiustarmi.

Mi ripetevo tutti i giorni: “Devo essere brava a scuola, mangiare tutto, essere carina, disponibile, gentile. Non devo piangere, non devo picchiare gli altri bambini”.

“Tranquilla Maria Sol, con il tempo qualcuno verrà a prenderti e diventerai una di quelle bambine che vedi nelle pubblicità. Sarai come gli altri, sarai come dovevi essere”.

Ero entusiasta del mio rigore, della mia disciplina. Questa mia condotta impeccabile attirava l’attenzione dei responsabili: “Guardate che brava Maria Sol, sicuramente verranno a prenderla, imparate da lei”.

Ciò generava inevitabilmente invidie e inimicizie. Alcuni compagni, i più violenti, mi picchiavano o mi chiudevano in bagno per dispetto. Ma io non piangevo. Sapevo di dover andare dritta verso la direzione che mi ero imposta. Mi prendevo le botte e le angherie dei miei compagni senza fiatare.

Maria Sol non era una bambina di sei anni. Era un soldato, il migliore.

Continua...

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Discussioni

  1. Maria Sol racconta l’orfanotrofio in modo freddo e lucido, senza compiacimento, e la competizione per essere “scelta” rende l’idea di una dignità ridotta a merce. Il passaggio dal bisogno di affetto alla disciplina inflessibile mostra bene la frattura.
    Attendo il seguito…

  2. Testo molto forte. Fa male soprattutto perché non cerca mai di forzare l’emozione. La chiusura con Maria Sol che si trasforma in “un soldato” è davvero potente e riassume perfettamente tutto il peso del racconto.