
L’orrore celato
Quanto a lungo e con quanto sforzo ho sopportato gli odiosi rumori del bosco, non saprei dire! Ancora oggi ne possiedo un ricordo chiaro, quando il buio mi avvolge e ogni altro suono dorme insieme alla notte. Ancora oggi posso sentire le loro voci, che si sollevano dal profondo della mia anima inquieta nei momenti d’affanno. Ancora oggi, rinchiuso in questa scura cella a causa del mio crimine, l’orrore nascosto non mi ha abbandonato.
Da principio si trattava di semplici animali, perlopiù rapaci notturni i cui versi disturbavano il mio sonno dopo essermi coricato a letto; prima, non un solo suono giungeva dal bosco vicino, che di giorno era silenziosissimo. Era la notte, e i rumori che essa portava con sé, a recarmi un senso d’irritazione tanto accentuato. Il silenzio amplificava ciascuna vibrazione che quei maledetti uccelli liberavano dai loro becchi infernali, che ora dopo ora non facevano che aumentare dissolvendo ogni possibilità che avevo di addormentarmi. Ho assistito molte volte al sorgere del sole in seguito a quelle nottate: un evento questo che accoglievo con grande sollievo, poiché implicava che di lì a breve mi sarebbe stato finalmente concesso di riposare. A quel punto era inevitabile che mi ritrovassi ancora a letto per gran parte della giornata, stremato fisicamente e mentalmente più che mai. Al mio risveglio, di rado disponevo del tempo o delle forze necessarie per dedicarmi alle mie attività: il momento in cui mi sarei sottoposto ad una nuova, sfiancante tortura era sempre troppo imminente.
Poi cominciai a distinguere i pianti, ed il tedio si trasformò in angoscia. I suoni degli animali notturni non compromisero più il mio sonno in egual misura dei lamenti che da fuori penetravano insistenti oltre le mura della casa. Sin dal primo istante in cui li udii non ebbi dubbi sulla loro natura umana; eppure, ero certo che la loro origine corrispondesse allo stesso bosco i cui rumori mi infastidivano da ormai molto tempo. Tale certezza scaturiva dal fatto che ero praticamente circondato dai suoi alberi e che, soprattutto, nei dintorni non vi erano altre abitazioni da cui potesse giungere alcun segno di vita. Considerazioni di questo tipo non facevano che accrescere in me un senso di disorientato panico la cui diretta conseguenza era un’inevitabile privazione del sonno.
Per molte notti ho tentato invano di riposare stringendomi la testa fra due cuscini, distraendomi a recitare vecchie poesie imparate a memoria, immergendomi in ricordi di vita piacevoli, adottando qualsiasi accorgimento necessario affinché gli insopportabili mugolii s’attenuassero; ma uno dopo l’altro questi ultimi si sollevavano dalle profondità del bosco non appena il buio calava, e tormentavano il mio animo con una sorta di paura che fatico ora a delineare. L’orrendo connubio di versi animali e umani rendeva il mio corpo rigido e freddo come quello di un cadavere: un visibile pallore appariva su un volto la cui figura, allorché mi capitava di osservarne il riflesso scuro nello specchio della stanza rischiarata dalla fioca luce cinerea, risaltava in maniera assolutamente spettrale sull’intera immagine. A quale tremendo orrore assistetti, quando fallii nel riconoscere i miei stessi tratti.
Fu durante un pomeriggio in cui la mia stanchezza cronica si era fortuitamente assopita, che la situazione precipitò. «Se non voglio compromettere ancora la mia salute, devo far luce su questa faccenda», pensai. Stabilii quindi che l’unica possibile soluzione di cui disponevo era un’esplorazione del bosco, atta a scoprire qualsiasi segno di vita umana che sarebbe stato possibile rinvenire al suo interno. Per ovvie ragioni decisi di andarci di giorno, e l’ora stessa in cui l’idea mi balzò alla mente si rivelò adatta allo scopo, considerato che il sole sarebbe tramontato di lì a qualche ora.
Un silenzio tombale aleggiava in quel luogo: pareva che la luce fosse piombata fra gli alberi come un velo cui dietro si nascondevano i temibili rumori della notte. Ma furono proprio gli alberi a suggerirmi il primo, inevitabile barlume di turbamento poiché, malgrado il sollievo indotto dal giorno, qualcosa nella loro forma contorta o nel loro colore chiaro instillava in me un senso d’innaturalezza sfuggente ad ogni tentativo di comprensione. Allo sguardo, i tronchi non apparivano né perpendicolari né uniformi e compatti, bensì davano perlopiù l’idea di un caotico agglomerato di spesse radici che tutte assieme partivano dal suolo fino a separarsi ed assottigliarsi in cima, dove le foglie pendevano dai rami.
Vagai per quel territorio alieno con passo incerto e il capo chino, evitando di guardare gli alberi troppo a lungo e cercando allo stesso tempo di tenere a mente la via per il ritorno. A terra, i miei occhi non smettevano di cercare una qualunque traccia abbastanza evidente da testimoniare che lì ci fossero state delle persone: sebbene neanch’io sapessi con esattezza cosa aspettarmi. A livello inconscio forse avevo già intuito la terribile verità: ma con quale specie di dannata, insensata, perversa stoltezza insistevo nel mio incedere, tuttora non lo so!
A questo punto non posso essere sicuro della precisa maniera in cui gli eventi si evolsero, poiché i ricordi si fanno incerti. Mi è però possibile ipotizzare che il sonno, che mi portavo dietro da tempo inducendomi in ripetuti sbadigli, prese il sopravvento e divenne la causa di un rapido quanto profondo addormentamento… E dico di addormentamento, sì! Addormentamento, poiché fu senz’altro un sogno quel che provai, quel che avvertii, in seguito.
Era buio, molto buio. Un buio profondo mi accecava, ma sapevo dove mi trovavo. Prima una, poi due, poi dieci e così via. Una moltitudine di robuste, spesse radici invisibili mi stringevano e legavano al suolo. Muovermi era inutile: ero bloccato. Ah! Quale orrenda sensazione era quella morsa alle caviglie! Poi mi sentii mancare il fiato. Annaspavo, sì! Le avvertii arrampicarsi lungo le gambe: seguivano dei movimenti a spirale, sempre più stretti, e più stretti ancora attorno al petto. Salirono fino alla gola, poi alla bocca, spalancata e silenziosa, in una ricerca disperata d’ossigeno. Gli arti e il collo erano immobilizzati, inermi. Presto mi avrebbero divorato!
Poi, d’un tratto e senza preavviso alcuno, la stretta si allentò e la mia voce, prima soffocata, esplose in un violento pianto.
Terrificante è senza dubbio ciò che vi ho esposto, ma ascoltate! Ascoltate ora come questo non sia il massimo dell’orrore che provai quella notte. Perché di notte si tratta, quando mi ridestai dall’incubo la cui inaccettabile implicazione mi ordinò di fuggire via, lontano dal bosco. Innumerevoli pianti e rumori d’ogni sorta mi attorniavano flagellandomi; ma non mi avevano ancora preso, no! La luna mi guidava. Ero vicino alla casa, la cara casa abbandonata. E quando vi giunsi afferrai i fiammiferi, e appiccai l’incendio! E bruciai la selva nera e le sue diaboliche radici. La osservai bruciare, e bruciare ancora. Bruciare per sempre.
Malato! Malato della mente mi ritengono tutti, nessuno escluso. Ah! Ma avreste dovuto udire, sì! Avreste dovuto udire le loro grida, il loro dolore, quando li ho bruciati vivi. Avreste dovuto sentire la stessa paura che ho sentito io; la stessa che sento proprio ora! Eccole, ascoltate! Il fuoco non si è mai spento: urlano ancora fra le fiamme! Non le udite, giungere dai più profondi ed oscuri recessi della vostra mente, ai quali voi stessi non avete accesso? Ma se non le udite, arriveranno col calare del buio, e allora anche voi vi accorgerete di coloro che piangono intrappolati negli alberi.
Lasciatemi, io non sono pazzo!
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Ipnotico. Si legge tutto d’un fiato, senza quasi accorgersene, completamente abbandonati nella mente del protagonista. Vedo che sei davvero esperto nel tema gotico/orrorifico
A passare settimane a leggere ossessivamente E.A.Poe qualcosa prima o poi si impara 😅😂
Qui ho palesato molto della mia ispirazione a “il cuore rivelatore” in particolare, specie con questo protagonista che poco a poco diventa sempre più schizzatello. Ad oggi però, devo ammettere che troverei questo stile un po’ forzato per i miei gusti attuali: il bello della scrittura è anche questo, un’evoluzione di gusti continua.
Aspetto il tuo prezioso parere sotto “il vagabondo della notte”, che lì Poe è praticamente il protagonista 😁
L’H.P.L. di Edizioni Open! Complimenti Gabri! Mi ha ricordato anche “Lettera di un pazzo” di Guy de Maupassant, nel momento in cui davanti alla sua immagine in realta’ immagini mostruose e sprofonda ancora di piu’ nella sua follia. Ma tu hai anche creato questo bosco di orrori descrivendolo finemente. Grande 🙂
Grazie Dani 🙂
Non conosco il testo di Maupassant, ma troverò un modo per recuperarlo
E mi rendo conto che mi ero perso questo racconto, che ha quasi un anno! Shame on me!
Che direi, devo recuperare tanti bei testi, qua su open 😉
Venendo a questo, nello specifico, il tuo stile mi affascina sempre. Il richiamao a Poe e HPL è evidente, evidentissimo. Eppure, leggendoti, non si ha mai l’impressione che tu li stia scimmiottando, o che stia creando una sorta di “brutta copia” di qualcosa di non tuo. E’ palese che questo stile ormai ti appartiene, lo padroneggi con natueralezza e senza forzature. Una lettura davvero piacevole.
Mi fa davvero piacere sapere che nello stile non emergano forzature, questo è un punto a cui tengo moltissimo. Perché per quanto possa amare gli autori da te citati, e per quanto possa riversare certi loro “temi” in ciò che scrivo, il mio obiettivo resta sempre quello di creare qualcosa dotato di una sua identità, sia pur piccola e conferita anche solo da un minimo aspetto. È senza dubbio la cosa su cui sto lavorando di più nella scrittura, ma nel frattempo ti ringrazio per la lettura: sempre un piacere leggere un tuo commento che, ricordo ancora, fu il primo che mi arrivò quando pubblicai la mia primissima storia, Il Faro, qui su Edizioni Open 😀
Un saluto!
Bellissimo, Gabriele. Concordo con gli altri nel dire che il tuo stile, già ottimo in partenza, si è affinato nel tempo. L’atmosfera che riesci a creare nei tuoi racconti ha una sua identità specifica che si differenzia dalle influenze delle tue letture. Qui mi hai portato in una mente che si fondo con il bosco nella sua più oscura visione. Sono una tua fan!
*una mente che si fonde…
Ti ringrazio Micol! Come ho già sostenuto, il fatto di riuscire a differenziarmi dalle mie stesse influenze è qualcosa a cui voglio sempre prestare molta attenzione, un chiodo fisso diciamo, per quanto ammiri gli autori del passato. Mi auguro col tempo di riuscire a farlo ancora di più, pur non abbandonando certe particolari caratteristiche che, probabilmente, mi porterò sempre dietro. Un saluto! 😀
Lettura veramente interessante, si riescono a percepire chiaramente le sensazioni provate dal protagonista nelle varie fasi del racconto, che si cimenta nello scoprire ciò che lo turba. Apprezzato anche lo stile di scrittura e l’enfasi utilizzata per sottolineare certi passaggi. Complimenti😄
Grazie per aver letto, Nico! 😀
Paura!
È come se il protagonista del tuo precedente racconto “il silenzio del bosco”, in quella casa isolata che aveva scorto, ci sia entrato del tutto. O forse è la casa che è entrata nella sua mente. Il bosco tutto attorno si è riempito di creature che piangono e lo portano lentamente alla follia. Veramente interessante il tuo stile, puro horror psicologo.
Mi fa piacere che tu lo definisca così: la componente psicologica è qualcosa a cui do sempre molto peso nello scrivere racconti di questo genere.
Intendo complimentarmi con Gabriele per l’evoluzione nello stile, avendolo seguito da subito qui su Edizioni Open, e sottolineando il livello stilistico a cui è arrivato.
Bravo, bravo, bravo. Non solo per il tema (può piacere o meno), ma per l’impronta unica e personale che è evidente in questo racconto.
Ambisco ad arrivare alle stesse vette. Fino a quel momento, mi limito ad ammirare
Ciao Stefano! Credo di non essere in grado di manifestare con una semplice risposta l’estremo piacere che mi fa leggere parole come le tue. Qui tutti su edizioni open siamo in crescita continua, e la possibilità di restituire feedback (positivi o critici che siano) costituisce la linfa vitale di questa stessa crescita. La strada, per quanti passi possiamo fare, è sempre molto lunga e non si smette mai di imparare, di migliorare.
Grazie infinite.
Che io perseveri nella inveterata abitudine di affibbiare degli appellativi a coloro che trovo più affini nello stile di certo non mi giustifica.
Semmai, il dichiarare che questo è un segno di profondo rispetto potrebbe attenuare la colpa. Ma mi rimetto al giudizio di voi tutti, autrici e autori, che qui di fronte componete questa variegata giuria.
Ho riconosciuto in questa bella scrittura i tratti del “giovane Poe”, discepolo del mai dimenticato maestro, di cui riprende l’inesauribile fantasia, mai fine a sé stessa bensì strumento per navigare negli abissi dei sentimenti che, come inestricabili radici, si intrecciano tra loro.
L’orrore, qui ci porta oggi il giovane Poe. E con esso scorgiamo paura, autocommiserazione, pazzia… odio.
L’orrore, diceva Walter E. Kurtz, quello capace di illuminare una mente ormai ottenebrata.
Seguire l’evoluzione del giovane Poe è per me un vero piacere.