Luce
Carlo continuava a guardare il piccolo orologio digitale in alto a destra sul desktop del PC. Se non fosse riuscito a finire quella presentazione domani sarebbe stato un casino, la aspettavano tutti, soprattutto il capo. Un tuono fece tremare con violenza i vetri alla finestra, lui non se ne accorse neanche.
Elisa si affacciò alla porta dello studio.
«Sentito che roba? Mi fa paura…»
Carlo non girò nemmeno la testa, rispose con un grugnito e continuò la sua personale battaglia con PowerPoint. I passi di sua moglie si allontanarono nel corridoio.
«Io vado a dormire, se poi vai in bagno guarda che la finestra sia chiusa bene» gli disse da lontano, «accendo la luce in corridoio, mi raccomando non spegnerla».
Carlo scosse la testa, tutte le sere la storia della luce, mi raccomando non spegnerla. Erano anni che andava avanti, da quando vivevano insieme. Del resto quella era la casa dei genitori di Elisa, lei aveva passato lì tanti anni da sola con sua madre dopo la notte che il padre era mancato per quell’incidente in fabbrica. Meglio pensare ad altro. Prese un fazzoletto di carta dalla bustina che aveva sulla scrivania e se lo passò sulla fronte. Era arrivato al punto cruciale, quella slide era decisiva. Un colpo secco, come di un cavo tranciato. Lo schermo di fronte a lui divenne nero, e anche tutto ciò che lo circondava. Era partito un allarme da qualche casa accanto, copriva il brontolio dei tuoni e il rumore battente della pioggia sulla finestra.
«E che cazzo» esclamò. Si alzò e qualcosa cadde rumorosamente a terra. Adesso sì che era nella merda. Se non avesse lasciato il portatile in ufficio avrebbe potuto continuare. Si tolse gli occhiali e li sbatté sulla scrivania. Speriamo duri poco e che la luce torni.
Passò in bagno, era difficile muoversi nella completa oscurità. Prima di andare in camera da letto a tentoni raggiunse il mobiletto vicino alla porta d’ingresso dell’appartamento. Aprì il cassetto e rovistò a lungo. Trovò la piccola torcia, schiacciò il bottoncino. Niente, scarica.
Vabbè, mi metto a letto. Se torna mi alzo e finisco.
La camera era illuminata a tratti dai lampi che non smettevano. Elisa era in mezzo al letto con solo la biancheria intima addosso. Era seduta e si teneva le ginocchia tra le braccia. La testa abbassata e la massa di capelli biondi le nascondeva il volto.
«Ma… che succede?» disse Carlo. Lei non rispose e scosse la testa.
Carlo si avvicinò e le mise una mano sulla schiena, Elisa reagì come se fosse stata scottata.
«La luce… non posso» bofonchiò, «devo, lo sai».
Lui rimase in silenzio, sì per quella sera sarebbe rimasta spenta. Forse quella fisima le sarebbe passata.
«Elisa…» iniziò. Ma lei alzò il viso verso di lui. Nella penombra vedeva le sue guance lucide di lacrime.
Le accarezzò la nuca. Le spalle sussultavano per i singhiozzi.
«Dai, calmati, ti porto un bicchier d’acqua».
Lei lo abbracciò e lo strinse con forza.
«No, resta qui, stai con me. Se mi addormento e torna la luce non andare in corridoio a spegnerla, ti prego».
Le staccò con delicatezza le braccia dal collo. Adesso aveva gli occhi chiusi e respirava in modo regolare. Le stese le gambe e le appoggiò la testa sul cuscino. Non serviva coprirla, con le finestre chiuse l’afa era insopportabile.
Si alzò e si diresse in cucina, lo sguardo ormai abituato alla penombra. Quando di notte si alzava per andare in bagno il corridoio era sempre illuminato.
In cucina aprì il frigo, l’interno era buio. La temperatura stava salendo ma per fortuna l’acqua era ancora bevibile. Sperò ancora una volta nel ritorno della corrente altrimenti lì andava tutto a male.
Tornò in camera, Elisa non si era mossa. Aveva le braccia stese lungo i fianchi. Carlo le si avvicinò e si accorse che aveva gli occhi spalancati che guardavano il soffitto.
«Non dormi? Il temporale sta passando, non preoccuparti».
«Scusami, mi dispiace per prima. Con il buio proprio non ci riesco».
«Ssshh, tranquilla. Dormi adesso».
«Sì, ma ti ricordi la luce in corridoio?» fu interrotta da un altro singhiozzo, «ti ricordi, vero?». E chiuse gli occhi.
Carlo rimase ancora un bel po’ appoggiato su un gomito a guardarla. Il respiro di Elisa rallentò sempre più finché raggiunse il ritmo profondo e regolare del sonno.
Quando fu sicuro che dormisse si stese anche lui e si girò su un fianco con il viso rivolto alla finestra. Aveva smesso di piovere.
***
Aprì gli occhi e fu abbagliato per un attimo dalla luce dell’alba. Le cifre dell’orologio brillavano sulla radiosveglia. La corrente era tornata. Girò la testa, Elisa era in piedi vicino all’armadio, si era messa una tuta e stava tirando fuori dei vestiti.
Carlo tossicchiò, lei si voltò e lo guardò, aveva gli occhi rossi e lucidi.
«Carlo, quando torni dal lavoro mi porti al cimitero a trovare papà?»
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Beh, se non altro aveva passato la notte senza problemi…
una moglie un po’ problematica, in effetti. Per il resto, basta impostare un salvataggio molto frequente, sul lavoro con PowerPoint… :o)