Luci e barche

Serie: Buonanotte Barcellona


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nel cuore di Barcellona, in mezzo alla Rambla, nel pieno del colore rossoblù catalano, cosa offrirà la strada? o la sottostrada?

Luci e barche.

E’ quasi l’una

e la luna sta a tre quarti,

l’una e l’altra li nel porto.

Ragazze del porto non ce n’è,

e neanche gitane immerse di Spagna,

disposte a pagare una giornata di pegno,

per fare di una notte un paradiso pequeño.

 

Ragazze di porto non ce n’è, e neanche gitane. Ne pagherei una, pur di sentire il dito di Spagna. Ci siamo divisi, dopo avere trovato una comitiva di italiane, bevute e drogate, tutti addormentati. A me è passato lo sballo e ho quel ché di numb che mi fa alzare, Glen e coca, siga in braccio e tiro via per le scale. Un paio di traverse e sono su la Rambla, fiume in piena, sax e pittori, anche se i sax sono solo voci miste a un reflusso di alcool tutto mio.

Cammino, guardo un autoritratto, cinese con la boccia in mano, e una coppia che attende il turno, lui ha il borsello leggermente aperto, sfilo il portafoglio, scatto una foto, ringrazio, quasi mi avessero donato la foto dell’anno, e schizzo via. Port Vell, apro il portafoglio, due carte da cinquanta euro, lo lascio su una barca, e sfilo via con le carte. «Taxi! Al Casinò». Sembra Hollywood, palme, sabbia, luci e ombre, svoltiamo a sinistra, accosta, scendo. E’ il porto olimpico sulla Ronda del Litoral, la porta della Barceloneta. Pieno, ebbro e gonfio così, persone in corsa, in gita, in vita, basta camminare per sentire il pulso della coca salire, anche se non l’ho presa, per osmosi, qui siamo tutti fatti, e io ho fatto l’alcool.

Entro al casinò, per fortuna vesto decente. Black-jack, ma come era inevitabile mi annoio, e decido di uccidere il mio capitale. Risalgo ed esco dall’inferno dei deficienti, attraverso e l’insegna del casinò sembra un ranch americano sulla Route, con gigantopiteche rimaste abbandonate, l’ometto con il pneumatico, roba per vecchi, per vecchi di cuore.

Attraverso e sono al molo di maestrale, e l’alcool sale. Fumo.

Scendo un paio di scale, è un viavai, è notte, pieno di mignotte, non la parola più esatta per dire belle ragazze, e di mignotti, non la parola più esatta per dire bei ragazzi, tutti vivi, tutti pazzi.

Una Woodstock urbana, senza organizzazione, senza i numeri, con la stessa vita.

C’è un vialetto, pieno di buttafuori. Non sono butta fuori, sono butta-dentro!

Mi avvicina un tizio di colore, bel colore la gente d’Africa. Gli chiedo quanto costa entrare, mi prende e comincia a ballare, con me, con una bionda che gli sta accanto, mi invita a entrare, e fa così con me, non perché io sia figo, ma perché così fa con tutti quelli che passano di là.

Logica d’entrata, non d’uscita, logica di condivisione, logica di vita.

House a palla e gente che sballa, che balla di vita, senza vomito, senza milza spappolata, birra e Piña Colada. 

Tutti ballano senza sosta, senza siesta di cervello, siesta dalla vita. Esco, il posto accanto è lo stesso, quello dopo pure, e quello dopo idem, e ancora. Mi fermo. Bello!

Un mojito e fumo.

Guardo e riguardo, non sembra vero, ecco l’altra faccia della luna.

Quelli dormono, diranno che faccio le cose da solo.

Sono così: parto sempre solo, poi chiamo gli amici per condividere con loro. Guardo e riguardo, mi giro e mi rigiro. Sono tutti belli e sento anche qualche italiano, vorrei starci lontano. Guardo, poi mi fermo.

E’ li che balla, sinuosa, agita una birra, si ferma. Mi guarda, sorride.

Suonano un po’ di Bop,  è reggaeton, ma parte il rock, e lei si agita, e si agita, e la guardo e la guardo, e fumo, e bevo, e la guardo, e su il cappello, sul molo, fino allo scoccare di una chitarra, parte il ballo, e mentre ballo, scrivo sul mio cervello.

Scrivo e ballo, scrivo e la guardo, e non c’è niente di erotico, se per erotico intendi contatto, c’è lo scacco, c’è il momento, il salto, lo schizzo e poi lo stacco, scazzo di brutto quando scappa via, mentre la pausa mi ferma, e torna subito con due cose da bere e mi guarda dicendo: «Ciao!» come sapesse che sono del suo porto. Porge da bere, mi avvicino, la bacio, e riparte l’elicottero.

Bevo, salto, beve, salta, senza tocco, fino allo scoppio.

Un paio di salti dopo, e un paio di passi dopo, fino a una barca parcheggiata al molo, senza parole, sesso di botto.

Altro crimine, lo chiamerebbero, sottrazione di bene privato, sotto un cielo stellato, io ho goduto, e lei ha goduto. E Mentre dormr pure lei, le mie dodici ore prendono fiato, e il mio cervello scrive di lato, di questi occhi belli che dormono sotto questo cielo stellato.

Domani sarà domani, e il tempo non sarà stato sprecato.

Sembra tutto fermarsi, e non penso neanche se lei ci sarà ancora domani, perché c’è ancora da fare e penso sia normale scontrarsi in una notte di stelle qui a Barcellona.

Godo il momento, poggio il mento, prendo il telefono e scrivo di questo tempo, sarà un po’ romantico, ma quando si ferma il tempo e non provi altro sentimento che la gioia del momento, credo sempre sia giusto rendere grazie al tempo e a questa tizia che dorme sotto il mio mento.

Memento.

Nella notte delle invasioni barbariche,

le stelle stanno su, ma non cadono,

come spesso succede a San Lorenzo.

Ma tu sei piombata davanti a me,

sfavilli,

danzi,

ti agiti,

spruzzi,

calpesti il bop,

il rock,

urli con i SOD insieme a me,

mentre senti quell’elettrico che sale,

e la voce che si tremula.

Sei li, li davanti,

occhi arcobaleno infiniti.

Vestito diverso, il tuo, dalle altre,

una fata.

Impossibile averti trovato subito,

ma così è stato.

E non ho il coraggio di avvicinarti di più,

tengo su il cappello,

e tengo con me tutte le vibrazioni che trasmetti.

Ma fermarti per dire una qualsiasi cosa,

sarebbe come interrompere la scia di una cometa.

A San Lorenzo, le invasioni barbariche di stelle,

mi hanno portato un momento.

 

Buonanotte Barcellona!

Più avanti, lei è sveglia, io pure, ci salutiamo. Torno a casa, lei pure, io alla saracinesca, lei alla sua camera d’ostello, senza mai dire del dopo.

In mezzo a questa pazza città che raccoglie i suoi ubriachi, in questa mattina da caffè da Starbucks, cammino per la Rambla, verso una saracinesca, verso El Raval, mentre in lontananza si sente un flamenco, che momento!

E buongiorno Barcellona.

Continua...

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