L’ultima estate del bar
Questi chiodi proprio non vogliono saperne di uscire. Tiro con la pinza e rischio di volare dalla scala che traballa sotto di me. Poi il chiodo cede, e con lui un pezzo enorme di intonaco. Ormai sono fradicio di sudore, il tessuto umido delle mutande mi si arrampica tra le natiche.
Scendo e ritrovo la stabilità del pavimento. Alzo gli occhi e faccio un giro panoramico, c’è ancora parecchio lavoro da fare.
Gli scatoloni sono ammucchiati sotto il bancone. Almeno quello è fatto, santa donna Laura. Già, il bancone. Quello sarà un problema. Ci penseremo.
Il silenzio è assoluto quasi fosse una reazione al frastuono che è sempre regnato tra quelle quattro mura. Vado dietro al bancone dove gli scaffali sono ormai vuoti. Sui ripiani di vetro sono rimaste un paio di bottiglie piene a metà, un Johnny Walker e un Montenegro. E poi tanta polvere che si è posata formando un velo grigiastro.
Prendo il Johnny Walker e svito il tappo. Annuso, non vorrei fosse qualcos’altro. L’odore del whisky mi punge i peli del naso ed entra in gola. Cerco un bicchiere ma subito ricordo che sono tutti negli scatoloni. Beh, pazienza. Alzo la bottiglia e ne bevo un’abbondante sorsata. Subito la consueta fiammata e gli occhi che si inumidiscono.
Poso con un tonfo secco la bottiglia sul bancone. Parte il ritornello di Mission Impossible, insistente. Laura.
«Sì?»
«A che punto sei?»
«Sono appena venuti a prendersi tavolini e sedie. Io sto abbattendo i muri».
«Eh?»
Alzo lo sguardo, la vernice chiara dove prima c’erano i quadri e i poster. Laura sta continuando a parlare ma non capisco cosa dice.
«Scusa? Non ho sentito».
«Dicevo che se non butti via un po’ di roba non finiamo mai. Giovedì è dopodomani».
«Sì lo so. Ti chiamo dopo. Bacio» e metto giù.
Il silenzio si riprende la scena. Aspetta però. Un piccolo armadio giace solitario in fondo alla sala. Lo stavo dimenticando.
Frugo e tra vecchie posate, numeri di Sorrisi e Canzoni e anche un pacchettino dei mini assegni che per un periodo avevano sostituito gli spiccioli, trovo quello che cercavo.
Srotolo il filo nero e infilo la presa in quella dietro al bancone. Rumori gracchianti e scariche. Muovo senza criterio la rotellina e dopo un po’ una melodia intelleggibile si diffonde.
I poster che ho tolto sono stesi sul bancone. Mi fermo a sfogliarli. Li giro uno ad uno per piegarli ma su uno mi fermo. Sul retro tra le chiazze di vecchia colla e pezzi di vernice c’è scritto qualcosa. Le dita mi tremano appena e un fiotto acido di whisky tenta di risalire. Uscirò dalla tua vita talmente piano che quando ti sveglierai non te ne accorgerai. Giro il poster e c’è la faccia di Vasco, giovane con la bandana sulla fronte. Poso le dita su quelle parole e poi me le passo sul viso. L’odore di shampoo alla mela misto a sudore agrodolce. Ester mi abbraccia da dietro ed è come se lo facesse tutto lo stadio.
Mi siedo sull’ultima sedia rimasta. Devo cancellare quella scritta, o buttare il poster. Prima che arrivi Laura.
Mi rialzo ma i miei movimenti sono lenti. Devo tornare sulla scala, mille chiodi ancora da togliere mi guardano sporgenti dall’intonaco grigio. Il poster è ancora lì, quelle parole vogliono uscire dalla carta adesso che le ho ritrovate.
Sospiro e riprendo la pinza, il metallo freddo pesa di più. La poso e vado all’uscita. Sul marciapiede non c’è nessuno, il caldo scioglie il cemento e rinchiude la gente in casa. Alzo gli occhi e le lettere mi rimbalzano addosso come se arrivassero dallo spazio. Roxy Bar. L’insegna è buia. I fili sono stati staccati ormai. Quelli del comune verranno a smontarla domani mattina.
Ancora il ritornello dalla mia tasca.
«Eccolo».
«Sto venendo giù a prendere un po’ di immondizia. Preparami qualche sacco».
Chiudo gli occhi e non rispondo subito.
«Tra quanto sei qua?»
«Venti minuti al massimo. Fai un sacco per la carta e mettici tutti i vecchi poster».
Non rispondo e riattacco.
Le gambe sono bloccate e mi gira anche la testa. Rientro e riprendo il Johnny Walker. Butto giù un’altra sorsata che mi fa tossire e sputacchiare in giro. Prendo un grande sacco nero e vado all’armadietto solitario. Senza guardare butto nel sacco tutto quello che c’è dentro e poi lo chiudo legando il laccio. Con una scopa faccio dei mucchietti dei pezzi di intonaco e di vernice scrostata che invadono il pavimento e con una paletta li butto una alla volta in un altro sacco.
È la volta della carta. Sotto il bancone c’è una pila di vecchi quotidiani, il grigio del corriere contrasta con il rosa della gazzetta. Li ammucchio e li infilo nel sacco.
I poster. Prendo quelli sotto prima e li piego in quattro per farli entrare nel sacco. Ne manca uno solo, l’ultimo. Lo prendo per iniziare a piegarlo ma mi fermo. Sono stretto tra migliaia di persone, lui lassù “ce la farete tutti”. Un boato in risposta. Lei mi cerca la mano e me la stringe. No, Laura tra cinque minuti è qui.
Inizio a piegare il poster. Mi fermo un attimo. La radiolina sul bancone trasmette note familiari.
E poi ci troveremo come le stars, a bere del whisky al Roxy Bar…
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Grazie Antonio delle belle parole. Sì, mi piace molto scrivere sui ricordi anche se non voglio diventarne schiavo. Un caro saluto.
Dal punto di vista tecnico mi piace molto come sei riuscito a coinvolgere i cinque sensi in poche righe. Ottimo!
Poco da dire, se non che hai reso alla perfezione sensazioni, ricordi e rimpianti che emergono all’improvviso da particolari che, forse, avevamo dimenticato. Tutti possiamo ritrovarci nel tuo racconto, e se qualcuno dice che non è così sa di mentire…
Ciao Pierpaolo!