L’ultima nota

– Guarda, la vedi?

– Ma guarda cosa?

– La foto… la vedi, la mia ragazza con i capelli raccolti e la frangetta da bambina. Certo, non può avere lo sguardo spavaldo di donna, non conosce ancora la vita! Li vedi quegli occhi inquieti come solcati da un’ombra?

– Sarà! Io non vedo nulla.

– Ci sta guardando! Ci fissa un po’ di lato, un po’ in basso, sembra smarrita!

– È solo una vecchia foto ingiallita.

– Non dire così, lei è Stella, la mia Stella! Quella camicia a fiori era la sua preferita, è cresciuta in fretta ma…

– … ma è morta, lo so, ogni anno lo stesso strazio, devi fartene una ragione, è accaduto quasi cinquant’anni fa!

– Che dici? La mia Stella, vedi, ha le labbra leggermente aperte come se un’ansia improvvisa l’avesse colta di sorpresa. Pare voglia dirci qualcosa.

– A guardarla bene forse qualcosa traspare… nel suo viso si legge la lontananza, la mente remota, persa. È come se fosse sospesa sull’orlo di un precipizio. È spaventata! Vieni andiamo via, oggi è la sua festa, non abbiamo alcun diritto di infestare il cimitero con le nostre paturnie.

Stella era nata d’aprile, in un mattino terso di primavera. Il sole era un presagio dorato quando, sulla linea dell’orizzonte, apparve una luce intensa, un puntino splendente. Espero dominava il cielo ma quel miracolo durò poco. I vagiti infransero il silenzio. Lentamente la luce scomparve travolta dal trascorrere dei minuti sulla scorta di una scia leggera. Allora compresi che non poteva esserci altro nome da dare a quella creatura. Quando entrai nella stanza, Stella si muoveva sul corpo della madre alla ricerca del primo contatto terrestre, poi la presi tra le braccia e fu, per lei, il suo secondo guscio. Crebbe in fretta Stella, così in fretta che non ebbi il tempo di fissarne l’infanzia eppure dormiva vicino al nostro capezzale. Spesso gemeva nel sonno e s’incantava nel terrore notturno: inquiete presenze attraversavano la sua mente. La madre ed io, spaventati, la lasciavamo andare, non volevamo svegliarla e consolidare quell’incubo nella veglia, poi, però, il suo grido disperato infrangeva il mio scudo e, allora, l’afferravo e, con forza, la scuotevo e riuscivo a ricondurre il suo spirito a me e alla madre che piangeva. Di giorno la vita era cibo e materia. Il mondo la sua estensione, giocava come un animaletto indomito, nessuna attività la soggiogava. Una mattina accadde l’incredibile. La vidi ferma davanti al pianoforte, incollata alla tastiera: una misterica forza la teneva bloccata. La mano toccò quella nota in alto sulla quinta ottava, il suono squillò nella stanza e lei si scosse, poi seguì un altro toccò più deciso, la stessa nota acuta, si scosse ancora, insoddisfatta, mosse di nuovo le dita per riprendersi la nota, quasi non le piacesse che fosse lo strumento a decidere, plasmò il suono del tasto facendolo girovagare nella stanza a suo piacimento. E, allora, salì di un tono e scese di mezzo, s’accorse delle infinite possibilità che le venivano date dai suoni intorno ma, sempre, ritornava su quella nota senza mai trascurarla. La musica prese forma e sostanza e ritmo. Lei inizio a divagare, a scendere e a salire sui tasti, prima sulle scale diatoniche, poi su quelle cromatiche. Le note zampillavano dal suo corpicino, ne era pervasa. Sentiva di poter fare ancora di più e mosse la seconda mano: la sinistra veloce toccava le note basse incrociando con la destra intervalli perfetti e giri armonici che non poteva conoscere. Rimasi lì, impalato sulla porta, a fissare il miracolo. Da quel giorno tutto mutò. Giunse il miglior professore di pianoforte della regione e la condusse con sé in città. La vedevamo solo nei fine settimana. Sempre più esile, sempre più diafana.

– Sto bene, papà, non preoccuparti, sto bene!

Nella sua voce un leggero malessere. Alla partenza le stringevo le mani gelide, non riuscivo a scaldarle. Divenne una stella vera. Tenne concerti nei migliori teatri del mondo. La seguivamo alla radio, rare volte in televisione e, sempre, si rinnovava la grazia della sua musica. Mia moglie sospirava nel ricevere le cartoline intasate di cuori che spediva dai luoghi dei suoi viaggi: Roma, Londra, Parigi, Tokio, New York. Non aveva ancora diciassette anni quell’anno, quasi cinquant’anni fa. Ritrovarono la scatola nera, un guasto al motore. Il comandante di polizia ci disse che il suo ultimo concerto era stato incredibile, meraviglioso, che, tra il pubblico, c’era niente di meno che il grande pianista Arturo Benedetti Michelangeli. Mia moglie si sentì male, mi picchiò sul petto, i pugni serrati. La lasciai fare, non avvertivo nessun dolore. Mi chiedeva perché l’avessi lasciata andare. Io che la strappavo dagli incubi e la riconducevo a lei. Perché, maledetto, perché?

– Guarda, la vedi?

– Ma guarda cosa?

– La foto… la vedi, la mia ragazza con i capelli raccolti e la frangetta da bambina. Non può avere lo sguardo spavaldo di donna. Non conosce ancora la vita. Li vedi quegli occhi inquieti come solcati da un’ombra. Lei è la mia Stella.

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Discussioni

  1. Un racconto emotivamente riuscitissimo, trafigge l’anima. Ma non è solo l’argomento trattato, né la trama. Il tuo modo di scrivere lo rende avvolgente, porti il lettore a identificarsi in quel padre.
    Il riferimento a Espero è un’ulteriore chicca stilistica. Chapeau!

  2. Grazie Antonio, è davvero un bel racconto in cui riversi amore verso Stella ad amore coniugato ad un’enorme, infinita tenerezza verso la madre. Molto bella la descrizione delle prime note suonate da Stella… Ti seguirò con piacere.

  3. Una scrittura molto elegante e piacevole nella sua scorrevolezza. Un tema toccante e che forse, in qualche modo, ci coinvolge tutti, da vicino o da lontano. Ti faccio i complimenti per questo bellissimo racconto che mi ha commossa. Bravo!

    1. Ti ringrazio Cristiana, spesso utilizziamo la scrittura per esorcizzare le nostre paure più profonde. Anche se, talvolta, la realtà è davvero dura e ci rovina i piani, la scrittura è come una carezza sulle ferite, un placebo per non cedere al nostro fragile esserci. Grazie ancora e buona scrittura a te!