L’ultimo fuoricampo – 1

Serie: Avamposti

Ogni campo da baseball era stato per Daniel un’ispirazione.

Ne aveva calcati molti nella sua carriera e visti altrettanti sulle strade d’America. 

Era indolenzito dopo le molte ore di guida, la benzina era agli sgoccioli, ma non aveva che pochi dollari per le prime necessità.

Fermò il furgone a filo del marciapiede, che separava la stretta sede stradale dal parcheggio dove aveva intenzione di piantare il camper. Posò per la prima volta il piede in Iowa, la patria dei suoi genitori. Non li vedeva da anni, assorbito dal suo girovagare.

Aveva percepito una sottilissima emozione, varcando il confine. Si era abituato a centellinare i sentimenti. Troppe volte erano stati traditi. Li teneva come sotto chiave. Si accorgeva di diventare sempre più egoista. Non si legava a nessun luogo, per paura di lasciare un pezzo di sé e lui non voleva. Di punto in bianco decideva di ripartire e non sapeva bene dove andava. Lasciava che il vento lo guidasse.

Era nato in Ohio, da genitori originari dell’Iowa, trasferitisi là per lavoro e aveva vissuto in Kentuky per lungo tempo, seguendo il padre autista. In un bar di Louisville aveva conosciuto una ragazza di New York, in fuga da un fidanzato troppo geloso, l’aveva sposata e lei gli aveva dato un figlio in Florida, dove entrambi avevano trovato un impiego all’Everglades National Park.

Justin non aveva mai conosciuto sua madre, fuggita in Texas con un operaio dei pozzi petroliferi, lasciandolo con il padre.

Il ragazzino dormiva da un pezzo, cioè da quando erano ripartiti dopo la sosta per il pranzo. Non si lagnava mai delle molte ore rinchiuso dentro l’autocaravan. Era ormai abituato a seguirlo senza fare domande.

Daniel invece se le faceva. 

Sarebbe prima o poi venuto il momento per Justin di diventare grande. Immaginava di parcheggiare in una città qualunque, comprare una casa con giardino e passare l’autocaravan al figlio.  Quando quel momento sarebbe arrivato, sperava di essersi riconciliato con il mondo. 

Intanto il presente era quel parcheggio deserto e il diamante dall’altra parte della strada.

Prima di svegliarlo, per fargli vedere il posto dove avrebbero vissuto per un po’, sarebbe andato in paese a fare spese. Scaricò la bicicletta e si diresse verso le prime case, lì vicino. Erano solo un avamposto. Prima del paese c’era ancora una distesa di prati verdi e campi.

Non incontrò nessuno.

Non gli fu difficile orientarsi tra le vie. La strada principale tagliava il paese a metà, mentre le traverse deviavano perpendicolari. Si apriva poi in una piazza, sulla quale si affacciavano i negozi, l’ufficio postale e una banca. Tra le case basse, non faticava a ergersi il campanile della chiesa.

Le imposte delle case erano chiuse sul lato dove batteva il sole e aperte dall’altro. Una tenda riparava l’ingresso di un emporio. Sulla porta riposava il proprietario, immobile nella corporatura esuberante.

Lasciò che lo straniero entrasse, per seguirlo subito dopo, guardandolo come fosse un alieno. Aveva la fronte imperlata di sudore, come se lo sforzo di alzarsi fosse stato eccessivo.

Daniel continuò a osservare la merce, riempì il cestino di confezioni di latte, pane e marmellata. Non c’era altro che gli servisse. Pagò e risalì in sella. Girato l’angolo del negozio, sorprese persone a spiarlo dalle porte.

Tornato al parcheggio, sostò alla rete del campo, attaccato come un bambino che guarda il numero sensazionale di un mago.

*

Il diamante brillava di flash, scandendo a slogan l’attesa per il lancio decisivo. I tifosi degli Apaches urlavano il suo nome, mentre quelli dei Pirates cercavano di sotterrarlo sotto i fischi.

Guardò fisso il lanciatore avversario, cercando di ipnotizzarlo, di atterrirlo, ma l’altro non mutava espressione. Era il miglior lanciatore del campionato. Daniel era il miglior battitore e sentiva di non poter sbagliare, perché quella sarebbe stata la sua ultima partita.

Chiuse gli occhi, strinse la mazza tra le mani, cercò di creare dentro la testa un silenzio che gli permettesse di sentire la traiettoria della palla e di colpirla piena.

*

Nell’autocaravan Justin non c’era. Lasciò il sacchetto delle provviste sopra il mobiletto e andò a cercarlo, anche se immaginava dove poteva essere. 

Era in piedi sul monte di lancio, con indosso un guantone troppo grande per lui. Daniel non lo aveva notato prima, ma solo perché aveva avuto un’altra visione. 

Il bambino mimava il movimento che deve fare un lanciatore. Provava e riprovava, come se avesse la palla tra le mani e scuoteva il capo se sbagliava.

Daniel si avvicinò in silenzio, notando come il gesto fosse diventato quasi perfetto. Aveva imparato guardando la tv, ne era certo, perché lui non gli aveva mai insegnato come fare. In un certo modo, avrebbe voluto che diventasse un battitore anche lui, ma si sarebbe vergognato se fosse diventato come lui.

– Justin!

Il bambino interruppe a metà il caricamento. Abbassò la testa, perché aveva preso il guantone senza il permesso di suo padre, ma Daniel non lo rimproverò.

– Il tuo movimento è perfetto. Dove hai imparato?

– Dalla televisione, signore. – Lo chiamava così per il rispetto che un figlio deve al genitore.

– Hai imparato bene.

Justin si sentì al centro del mondo.

– Lo sai chi indossava questo guantone?

Justin scosse la testa, accennando un lieve sorriso.

– Me lo regalò Jerry Core, dopo la finale contro gli Invasors.

– Lo so, me lo hai raccontato tante volte.

– Davvero?

– Sì. Io voglio diventare come lui… e come te, signore.

– Sarebbe meglio se diventassi come Jerry Core.

– Perché?

– Perché lui era un vero campione.

Il ragazzino diventò triste. Daniel gli posò una mano sulla spalla e si incamminarono verso l’autocaravan.

Non rimaneva nessuno al campo e Daniel si sentiva solo come dopo quell’ultima partita.

*

Il mattino dopo sveglia di buon’ora, perché doveva trovarsi un lavoro per il periodo in cui sarebbero stati lì. Con l’inseparabile cappellino degli Apaches e la bicicletta, ritornò in paese.

Sulla piazza si affacciavano i pochi negozi. All’esterno del bar erano sedute persone a gruppi. Non doveva esserci molto lavoro in giro. Lo guardavano con curiosità, ma subito giravano lo sguardo, tornando a parlare dei loro affari. Daniel salutò il tizio dell’emporio ed egli rispose con un gesto parco della mano, poi ritornò a incrociarle sul petto.

Andò alla bottega del barbiere, sembrava l’unico ad avere da fare. Una ragazza spazzava i capelli sparsi sul pavimento, mentre l’uomo, a sapienti colpi di forbice, scolpiva il capo a un uomo brizzolato.

Daniel entrò e sedette sul divano. La ragazza lo guardò in volto, abbozzò un timido sorriso e tornò a spazzare per terra.

Attese paziente che il barbiere facesse una pausa, mentre quello si limitava ad alzare continuamente gli occhi su di lui, senza smettere di sforbiciare.

Il cliente scese finalmente dalla poltrona e pagò. Non c’erano altri oltre Daniel.

– Barba o capelli?

– Capelli. – Avevano bisogno di una sistemata, arruffati e incolti com’erano. – Un po’ corti sui lati, ma appena spuntati sopra, per piacere.

Lo fece accomodare.

– Come desidera.

Il barbiere attaccò.

– Mi chiamo Daniel e vorrei delle informazioni, – chiese, dopo aver appurato che il taglio procedeva come desiderato.

– Dipende da cosa vuole sapere.

– Sono arrivato ieri con il mio autocaravan.

– E intende fermarsi qui?

– Questa è la terra dei miei genitori, ma non potrei fermarmi se non trovassi un lavoro per tirare avanti.

– Io mi chiamo Mike Dantino, i miei vecchi sono del sud Italia, ma non ci andrei a vivere per niente al mondo! – Era infastidito.

– L’Italia è lontana.

Gli spruzzò un po’ d’acqua sulla testa.

– Ho visto tutta quella gente seduta a fare niente. È andato a male il raccolto? Non ci sono fabbriche nella zona?

Era come se parlasse a sé stesso.

– Niente lavoro, dunque.

Mike Dantino scosse la testa.

– Fossi in lei me ne andrei di corsa.

Sembrava una minaccia più che un consiglio.

Un gruppetto di uomini si era intanto raccolto sulla porta e qualcuno si era seduto sul divano. Daniel guardò attraverso lo specchio quella folla venuta per lui.

Una voce possente e profonda zittì il brusio.

– A dire il vero, un posto di lavoro c’è, ma non interessa a nessuno qui. Forse a lei sì.

Tutti risero e capì che si doveva trattare di una presa in giro.

– Il sindaco sta cercando un allenatore per la squadra di baseball. Nessuno del paese vuole allenarla, visto gli scarsi risultati.

– Sono seicento dollari al mese, – intervenne un altro. – Niente male in tempi come questi.

– Non mi interessa, grazie.

– Già, ci vuole una bella forza per controllare una banda di ragazzini scatenati!

Tutti risero.

– Abbiamo il più bel campo dello stato.

– Mi pare un pessimo campo, invece. Non mi stupisco se i risultati non sono arrivati.

Brusio in sala.

– Pensi di saperne più di tutti, eh? – lo attaccò uno.

– Sì, l’ho capito subito! Come tutti i fottuti stranieri pensa di metterci i piedi in testa! – rincarò il primo che aveva parlato.

– Non sono stato io a cominciare.

Il lavoro era terminato.

– Quanto le devo?

– Mi pagherà dopo che avrà avuto la prima paga da allenatore, – rispose il barbiere a beneficio dei suoi amici.

Scattò una risata generale.

– Mi dispiace per lei. Non li vedrà mai, allora.

Si fece largo a spallate e uscì fuori, dove l’aria era più leggera. 

Filò via inseguito dalle ingiurie.

Serie: Avamposti
  • Episodio : L’avamposto
  • Episodio 1: Caccia
  • Episodio 2: L’ultimo fuoricampo – 1
  • Episodio 3: L’ultimo fuoricampo – 2
  • Episodio 4: L’ultimo fuoricampo – 3
  • Episodio 5: L’ultimo fuoricampo – 4
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