L’ultimo fuoricampo – 3

Serie: Avamposti

Il municipio fece affiggere manifesti sui muri, una sorta di chiamata alle armi.

All’appuntamento per la presentazione della squadra c’era una piccola folla.

Erano presenti molti ragazzi, alcuni con la maglia della squadra, altri con palle o mazze. Justin era raggiante, accanto a Catherine, gli unici con il guantone da lanciatore.

Il sindaco fece un breve discorso di presentazione, a cui seguirono poche parole da parte del nuovo allenatore. Qualcuno dei genitori guardava lo straniero di traverso, mentre i ragazzi erano entusiasti di poter ricominciare a giocare.

– Bene, cominciamo.

In fila indiana entrarono nel campo, ma la disciplina si rivelò scarsa. I ragazzi corsero a occupare le varie posizioni sul diamante, come se la partita stesse per iniziare.

Justin e Catherine si ritrovarono sul monte di lancio.

– Vinca il migliore.

Si strinsero la mano.

– Sarà dura per te, Justin.

Il sindaco si avvicinò a Daniel, insieme con un altro uomo, più anziano.

– Lui è Roger, il suo secondo. L’unico giocatore meno peggio sfornato dalle nostre giovanili, – commentò, ridendo.

Roger indicò gli spogliatoi. – Ci sarà bisogno di una sistemata e di una pitturata, – osservò.

– Ci metteremo al lavoro da domani.

– Come vuoi, Daniel.

– Dov’è tutto il materiale per giocare?

– Nel magazzino. Deve essere in buone condizioni, ogni tanto qualche ragazzo viene qui a giocare.

Lasciò che i ragazzi si sfogassero, sotto gli occhi dei genitori. Non tutti, in verità, contenti della cosa. Soprattutto uno, che gli si avvicinò masticando spavaldamente un chewing-gum.

– Buona fortuna, coach.

Daniel non ricordava di averlo visto dal barbiere, ma siccome aveva deciso di dimenticarsi dell’episodio, non ne poteva essere sicuro.

– Nick! – chiamò l’uomo.

Un ragazzino gli corse incontro. – Sì, papà?

– Questo è mio figlio. Io non ero molto d’accordo, ma lui ha insistito per venire. Glielo affido.

Daniel rispose con un cenno distensivo.

– Si ricordi di David e Nick Gosh, – lo ammonì andandosene.

*

La mattina dopo, di buon’ora, si trovò con Roger e altri genitori, per dare una ripulita agli ambienti, che sentivano di stantio.

Daniel sbirciò dal vetro di una porta e vide una mensola con una serie di trofei e coppe. Appesa alla parete, incorniciata, una maglia mitica. Jerry Core.

– Dopo che avremo cominciato a vincere, vedrete che troveremo degli sponsor, – stava dicendo Roger.

– Sarà la squadra più forte che abbiamo mai avuto! – urlarono in coro gli altri genitori.

Si sentirono galvanizzati e lavorarono per tutto il pomeriggio senza posa, fino a che ebbero completato la tinteggiatura.

Tornato all’autocaravan, Daniel trovò Justin e Catherine che si alternavano a lanciare e battere, sotto il lampione.

– Buonasera, signore, – dissero in coro.

– Ciao, vi state ancora allenando?

– Sì, signore!

– Dobbiamo parlare dopo, io e te, – disse al ragazzo, severo.

– D’accordo, signore.

I ragazzi ripresero ad allenarsi.

Daniel si fece la doccia. Poi preparò qualcosa per cena.

Da fuori provenivano gli schiamazzi dei due, che avevano smesso di allenarsi e si rincorrevano nell’erba.

Daniel preparò la tavola per tre.

– Chiedi a Catherine se vuole restare per cena, Justin!

– Molto gentile, ma mia madre mi aspetta.

– Viene a prenderti?

– Arriverà a momenti.

Quando se ne fu andata, si misero a tavola.

Justin giocava con il cibo, silenzioso. Daniel sbirciava da dietro la bottiglia di birra.

– Tu lo sapevi, non è vero?

Il ragazzo non rispose, ma lo guardò contrito.

– Hai conosciuto Catherine e hai detto a sua madre di venire a parlarmi.

– Mi dispiace, signore.

L’uomo posò la forchetta e il coltello e fissò il figlio.

– Ti dispiace? Sul serio? È già un passo avanti.

Justin ebbe un moto di vergogna e stava per giustificarsi.

– Grazie, – lo anticipò suo padre.

Justin deglutì a fatica. – Come, signore?

– Sì, perché tutto questo mi ha fatto capire che un uomo non deve vergognarsi, se ha dato ascolto alla propria coscienza. Un giorno capirai anche tu cosa significa.

Lui l’aveva capito solo dopo una vita.

– E comunque, – aggiunse, stranamente inebriato, – non è colpa tua se l’ho scoperto. È Stacy che è una pessima attrice.

Justin strizzò gli occhi per non ridere.

– Ti voglio bene.

Padre e figlio si abbracciarono forte.

– Anch’io, Justin, anch’io.

Il ragazzo raccolse le sue cose dal tavolo e pose tutto nel lavandino.

– Io esco un po’ fuori.

– Ah, Justin, un’altra cosa.

– Sì, signore?

– Non chiamarmi più signore. Chiamami papà, d’accordo?

Justin annuì, sorridente.

– Va bene… papà.

*

La prima parte della stagione andò come meglio non avrebbe immaginato. Le gradinate dello stadio si riempivano ogni volta di più.

Quello che però fece più piacere a Daniel, era il fatto di vedere Justin che si divertiva un mondo. Con Catherine e Nick aveva stretto una forte amicizia.

E Daniel accoglieva Stacy nell’autocaravan sempre più volentieri.

Finalmente, una sera trovò il coraggio di invitarla a cena con la ragazza. Sperava soprattutto di sapere di più di suo marito e di come le aveva parlato della partita.

Davanti a un delizioso dolce preparato da lei, alzarono i bicchieri per brindare alla squadra.

– Adesso posso confessartelo: c’erano in giro molte chiacchiere sul tuo conto, quando sei arrivato, ma credo che ora sia tutto superato.

– Già, – confermò lui, – sembra non ci sia ostilità verso di me.

– Un altro buon motivo per brindare.

Justin e Catherine stavano leggendosi a vicenda un libro, sdraiati sul letto. Stacy gli si fece più prossima, per non farsi sentire.

– Era da tempo che non la vedevo così serena.

– Mi fa piacere, davvero. Ma raccontami della partita.

La donna posò il bicchiere, pensierosa. Daniel fissò lo sguardo altrove, non voleva invadere la sua intimità. Si accorse che la stava guardando con occhi voraci.

– Ed ci lasciò quando Cat aveva quattro anni. E non ricordo bene i motivi. Ci si lascia sempre per cose insignificanti.

Daniel ci era passato e ancora si faceva melodrammi mentali su come sarebbe potuta andare.

– Era un giocatore promettente, – riprese Stacy, – ma non seppe godere di questa sua fortuna. Divenne un’ossessione e mentalmente non riuscì a sopportarla.

I ragazzi raggiunsero il tavolo e li zittirono.

Nel silenzio che si creò, bussarono alla porta.

– Vado io, papà.

La luce di un faro illuminò l’interno investendo Justin in pieno.

– Devo parlare con tuo padre, figliolo, – disse la silhouette dell’uomo.

– Fallo entrare, Justin.

– Non si disturbi, – disse la voce burbera, – faremo in un attimo.

Allora entrambi andarono alla porta. C’era un poliziotto impettito, che batteva il piede, frenetico.

– Buonasera, agente. – Riconobbe uno dei genitori.

– Questa è una denuncia per furto.

L’uomo gli consegnò una busta stropicciata. Daniel e Stacy si guardarono sorpresi.

– Hanno visto suo figlio sottrarre oggetti e denaro dallo spogliatoio, lunedì scorso.

– È uno scherzo?

Il nerboruto poliziotto scosse la testa. – Niente affatto, – rispose, con la voce che tradiva una certa soddisfazione.

– È forse impazzito, Lou? – La donna si sporse per vedere meglio.

– Oh, Stacy, non l’avevo vista, – si giustificò. Poi, chiaramente a disagio. – Mi dispiace, ma ce n’è una anche per lei. L’udienza è fissata per il 12 del mese prossimo.

Girò i tacchi senza tanti complimenti, risalì sulla volante e ripartì sgommando.

Serie: Avamposti
  • Episodio : L’avamposto
  • Episodio 1: Caccia
  • Episodio 2: L’ultimo fuoricampo – 1
  • Episodio 3: L’ultimo fuoricampo – 2
  • Episodio 4: L’ultimo fuoricampo – 3
  • Episodio 5: L’ultimo fuoricampo – 4
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