L’ultimo Santo

Alder Venn aveva raggiunto la frequenza vibratoria del Santo. Equilibrio, massima armonia del suono universale, stabilità. Impassibilità a ogni rumore di sottofondo. Tutto questo non in una chiesa. Non tra gli stucchi e il fumo dell’incenso. Nessuna colonna di luce gli era caduta addosso, nessuna voce aveva intagliato il suo nome nell’aria. 

Era accaduto per gradi. Per una lentezza così impercettibile che Alder non avrebbe saputo indicare l’istante preciso in cui aveva smesso di cercare. Di desiderare ogni cosa. 

Per anni era stato un vagabondo nelle strade del mondo. Oltrepassando i varchi delle strade, i corridoi delle città, le stanze dove gli uomini s’incontrano per non incontrarsi mai davvero. Osservava ciò che gli altri avevano imparato a non vedere: il tremito di una mano, lo scarto di uno sguardo, la parola che nascondeva un’altra parola.

Ora non cercava più.

Gli bastava guardare. Un solo sguardo, e qualcosa brillava nei suoi occhi.

I pensieri altrui giungevano fino a lui senza rumore, come onde nell’oscurità. Non erano mai parole precise: erano intenzioni, paure, volontà mai confessate. Alder percepiva chi gli stava davanti come se ogni uomo portasse nel petto una porta socchiusa, e lui avesse imparato a guardare oltre.

Era telepatia. Permanente. E per questo, terribile.

Ogni sguardo rischiava di squarciare il velo nero dell’anima altrui. Alcuni abbassavano gli occhi. Altri restavano immobili. Qualcuno, senza sapere perché, si inginocchiava a lui come davanti a una statua, a un santo, a ciò che non si comprende ma che si spera possa ascoltare.

Pregavano senza preghiere. Chiedevano senza parlare.

Fa’ che accada. Fa’ che ritorni. Fa’ che smetta. Fa’ che qualcuno mi ami.

Alder non prometteva nulla. Era diventato troppo vecchio per le promesse e troppo lucido per i miracoli. Si limitava a guardarli. E talvolta, dopo un silenzio lungo come un’era, diceva:

«Che Dio ti benedica.»

Poi restava immobile. Fermo. Saldo.

Un tempo avrebbe tremato. Il suo corpo era stato attraversato da vibrazioni lontane, aveva tremato davanti all’invisibile, conosciuto crisi e vertigini. Qualcuno avrebbe detto che era stato salvato da Dio. Alder non lo sapeva, né gli importava.

Il cammino lo aveva percorso da solo, passo dopo passo, caduta dopo caduta, andando oltre le apparenze. Fino al contatto umano, il più difficile di tutti.

Adesso era saldo come pietra. Il volto pensoso, rivolto talvolta al cielo, talvolta alla terra. Entrambe potevano contenere una risposta.

Quando hai conosciuto tutto ciò che puoi conoscere, pensò, non resta che meditare. E forse assolvere e poi dissolversi.

Polina sedeva accanto a lui. Non parlava, e non ne aveva bisogno. La sua presenza possedeva qualcosa che Alder non sapeva definire: non era pace. Era presenza. E per un uomo che si era sentito fuori dal mondo per tutta la vita, quella presenza era l’unica salvezza che non umilia.

Catherine, invece, era rimasta sola. In un convento di dannati, faceva la suora e la psicologa: ascoltava confessioni di uomini senza Dio e curava persone che non volevano guarire. L’inferno in terra continuava, nelle strade, nelle famiglie, nei pensieri di chi sorrideva di giorno e piangeva di notte. 

Alcune identità avevano raggiunto l’illuminazione. Ma non bastava. Non puoi liberarti dal male finché vive negli altri. Qualcuno deve assorbirlo, guardarlo in faccia, impedirgli di diventare invisibile.

Era sempre stato così, in tutta la storia dell’umanità: qualcuno portava il peso, qualcun altro continuava a camminare.

Alder lo aveva fatto per tutta la vita. Aveva assorbito il dolore altrui senza saperlo: una stanza, una persona, uno sguardo alla volta. Adesso era stanco. Molto stanco.

Si era seduto su una roccia. Non cercava più di capire dove finisse il mondo e dove iniziasse lui: lasciava che il vento passasse, indifferente.

Omen era in piedi poco distante. Osservava, come aveva sempre fatto.

Alder girò lentamente il volto verso di lui.

«E allora?»

Omen annuì. Un movimento lento, quasi solenne.

«È cosa buona e giusta.»

Alder sorrise appena.

«Hanno sempre detto così? Non possiamo salvare il mondo.»

«No.»

«Ma possiamo salvare un pezzo di noi stessi.»

Omen abbassò lo sguardo.

«Un po’ alla volta.»

Il vento attraversò le pietre.

«Vita dopo vita», continuò Alder.

«Era dopo Era», concluse Omen.

Poi rimasero in silenzio.

Alder Venn era diventato il maestro e il santo di ogni bambino della scuola. Ma non insegnava, non impartiva lezioni. Indicava strade. Perché insegnare è trasferire conoscenze. Guidare e restare accanto mentre l’altro attraversa il buio.

Alder aveva scelto la seconda strada.

Guardava i bambini e vedeva ciò che gli adulti avevano dimenticato: la paura dietro la rabbia, la solitudine dietro la violenza, il bisogno d’amore dietro il rifiuto. Non voleva trasformarli in persone migliori: voleva impedire che dimenticassero di essere persone e che ricordassero davvero chi erano. 

E forse era questa la sua unica forma di santità. Non fare miracoli. Non guarire il mondo. Non eliminare il dolore. Ma sedersi accanto a qualcuno nel momento in cui tutto sembra perduto.

Alder Venn guardò il cielo. Poi la terra. Infine chiuse gli occhi e vide il mare. 

Per la prima volta dopo molti anni non sentì alcuna vibrazione. Solo il proprio corpo, il peso delle mani, il respiro, la pietra sotto di sé. Era ancorato alla Terra, tra Mare e Cielo. E comprese che forse l’illuminazione non consisteva nel salire verso il cielo, forse consisteva nell’imparare a non fuggire più.

Riaprì gli occhi.

Davanti a lui il mondo continuava a essere imperfetto, violento, confuso, meraviglioso.

Alder Venn sorrise appena.

L’ultimo santo non aveva salvato il mondo.

Aveva semplicemente deciso di restarci e per molti secoli fu trasformato in statua da chi da lui s’inginocchiava.

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