L’ultimo sole

L’alba è passata da un pezzo e la luce del sole irrompe senza tanti complimenti nella stanza bianca. Chiara le dà le spalle facendosi scudo con la schiena, seduta sul lettino con i gomiti poggiati alle ginocchia. E’ una mattina strana, speciale, che sembra essere arrivata dopo un tempo così lungo da sembrarle irreale. Lo sguardo perso ragiona lentamente su quello che sta succedendo, un misto di sollievo e paura si rincorrono senza trovare un equilibrio.

Oggi viene dimessa: dopo tanto tempo, finalmente se ne va.

Con i capelli spettinati ed il camice bianco che è ormai diventato la sua seconda pelle, si alza lentamente dal letto per dare un’occhiata fuori: sembra una giornata meravigliosa, senza una nuvola in cielo e con i rumori della città spensieratamente lontani. Si domanda se sia il caso di preparare le valige, ma non ha niente da portarsi via. Pensa alla sua famiglia, agli amici, a Fofo. E’ stato un periodo duro, li ha visti così poco da far male.

La porta della stanza si apre con delicatezza, un leggerissimo cigolio accompagna il movimento dei cardini e dalla soglia compare un ragazzo: ha circa la sua età, molto alto e la sua pelle color ebano copre dei lineamenti duri ma aggraziati. I capelli corti e nerissimi accompagnano due occhi altrettanto scuri ed il suo sorriso è gentile quando incontra lo sguardo di Chiara.

“E’ giunto il gran giorno, quindi.” le dice con voce profonda e pacata. Chiara annuisce e gli sorride, ma torna a guardare la finestra. Fatica a tenere lo sguardo su di lui. E’ bello, bellissimo, ma le fa tornare alla mente troppe cose, troppe sensazioni, troppi ricordi. “Come ti senti? Sei pronta?” le domanda. Si siede sul lettino con compostezza.

Lei ci pensa, non sa cosa rispondere. E’ più lucida di quanto non lo sia mai stata negli ultimi anni, ma fatica a mettere in una fila l’uragano di sensazioni che le esplodono nella testa.

“Bene. E no.” decide.

“Bene e no?” La guarda con pazienza mentre lei rimane a fissare dalla finestra una signora con un abito a fiori che spinge una carrozzina con un bambino dentro. Si domanda se stiano andando al parco, è da tanto che non ci va.

“Cioè, non lo so è strano… Sì, sto bene ma in un modo che non so spiegare, mi sembra di non essere più io, capisci? Ormai essere malata era diventata una parte di me, ed ora che non lo sono più mi sembra…” pensa alle parole da scegliere, cercando di capire che cosa non vada in lei. “Mi sembra di aver perso un pezzo.” Lui ascolta in silenzio.

“Credo di essermi abituata all’idea di essere malata, di essere quello nella vita. Chiara, professione ‘Malata a vita’, sai?” Si lascia scappare un risolino. Si volta lentamente e lo guarda. E’ bello come se lo ricordava, come quella notte indimenticabile alla festa. Tranne forse per gli occhi, quelli le sembrano più neri e profondi di qualsiasi sguardo possa esistere, due pozzi neri dentro cui perdersi e nuotare verso due stelle bianche che sembrano nascondersi sul fondo delle pupille.

Fa un respiro profondo e si siede accanto a lui. Sente un gigantesco blocco di pensieri confusi che urlano per uscire. Normalmente una persona scoppierebbe a piangere, urlare e spaccare qualcosa quando una confusione simile prova a prendere voce tutta in una volta, ma stranamente non ne sente il bisogno. Questa mattina le sembra di essere sospesa, calma e lucida. Comincia a cercare le parole per sbrogliare la matassa, una alla volta come i piccoli passi di un cammino che porta alla vetta di una montagna che sembra irraggiungibile.

“Sai, da quella sera ti ho pensato spesso. Mi sono domandata se ti ricordassi di me, di come ci siamo divertiti, del mio nome. Io non mi ricordo il tuo, lo ammetto, ma non ti ho dimenticato.” Prende fiato. “E mi domandavo se tu avessi idea di cosa mi stavi facendo. Se sapessi di essere malato e non te ne fregasse un cazzo, o se neanche tu sapessi cosa avevi e cosa mi stavi passando. Dio, che cretina che sono stata…” Fissa fuori dalla finestra. La giornata rimane splendida, sarebbe il tempo perfetto per tornare a casa, fare una passeggiata con tutti. Il ragazzo la ascolta tranquillo, composto accanto a lei.

“E in quale delle due versioni hai creduto di più?” le chiede con gentilezza.

“Non lo so, non sono sicura. Ho cercato di convincermi che non lo hai fatto apposta, che è stato un caso e che abbiamo entrambi fatto una stronzata…” La frase rimane sospesa mentre lei pensa. Questa mattina le sembra di non fare altro. Pensare.

“Ma…?”

“Ma dirmi che fosse tutta colpa tua mi ha fatto andare avanti. Mi ha fatto dare un volto ed un nome a tutto questo. Ok, poi il nome me lo sono scordato, ma cazzo hai idea di quanto sia terrificante star morendo di qualcosa che non puoi vedere o sentire, che non puoi combattere se non con delle medicine di cui tu non capisci nulla e per cui ti devi fidare dei medici che ti garantiscono che è la cosa giusta da fare?”

Sente che sarebbe il momento giusto per scoppiare a piangere. Urlare. Buttare fuori dieci anni di dolore, terapie, solitudine, paura e disperazione, di fare qualcosa per dimostrare al mondo che non ne può più. Eppure nulla, non sente il bisogno di arrabbiarsi, di sfogarsi, nemmeno di alzare la voce. Ha bisogno di mettere in fila i suoi pensieri.

Lui la guarda, mette una mano su quella di lei. Le dà la sensazione di essere rigida e fredda, ma è un pensiero distante. “E non volevi che tutto finisse? Di andartene finalmente da questo ospedale?” le domanda.

“All’inizio non volevo altro. Andarmene in ogni modo possibile, tornare alla mia vita, agli amici, alle serate… Con preservativo questa volta.” Si lascia scappare un sorriso un po’ colpevole “Ma poi credo che la routine mi abbia preso le energie, i sogni. Ero sempre stanca, ed immaginare di andarmene era diventato sempre più faticoso. Credo ad un certo punto di essermi arresa a rimanere per sempre qui ad aspettare.” Un respiro profondo, prende coraggio e gli afferra la mano, pensando a tutto quello che ha lasciato a casa. Spera che mamma non dia troppo da mangiare a Foffo come al solito, altrimenti quando lo rivedrà sarà un impresa portare quella salsiccia di cane a fare una passeggiata.

“Scusa, avevo bisogno di dirlo. So che non sei lui, ma da quella serata non l’ho più ritrovato e avevo bisogno di…” Questa volta le parole non le vengono, ma lui capisce.

“Sai, non pensavo che saresti venuto con questo aspetto. Mi aspettavo qualcosa di più… classico” osserva lei.

“Ognuno mi vede in modo differente, sai? Tu hai avuto dieci anni per pensare a che aspetto avessi.” La sua voce sembra provenire da molto lontano, distaccata ma accogliente come quella di qualcuno che ti è sempre stato accanto. Lei ci riflette e annuisce.

“Forse sono stata ingiusta con te. Cioè, con lui, il vero lui. Magari neanche immagina cosa mi ha fatto. Magari è anche lui nella mia condizione, o meglio, oppure peggio” ammette tra sè. “Cazzo, non sono nemmeno sicura che me l’abbia passato lui, sai? Cioè, l’ho dato per scontato perchè è successo poco dopo ma avevo una tale paura di tutto quello che mi stava succedendo da essermi aggrappata all’idea che fosse stato lui. Per avere un colpevole.” Lui la ascolta. Lui ascolta sempre in questi momenti, è il momento più importante per farlo. “Mi sento un po’ una merda ora. Non che non avessi le mie buone ragioni per essere incazzata, gli ultimi anni sono stati uno schifo. Però solo ora riesco a pensarci lucidamente. Perché non ho più paura?”

“E di cosa dovresti aver paura ormai? Di morire?” Lei ci riflette e cala il silenzio.

Lui si alza. “Sei pronta ad andare?”

“Vorrei solo andare a casa. Non posso, vero?”

“No, temo di no.”

“Immaginavo. Hai idea di cosa mi aspetti dopo?” chiede alzandosi dal letto e incamminandosi verso la porta.

“Dopo di me intendi?” Lei annuisce. “Non saprei, non mi è mai capitato di morire” risponde seriamente.

Dietro di loro c’è un gran baccano di medici ed infermieri che corrono dentro alla stanza in gran fretta con un sacco di strumenti, ma Chiara è ormai lontana e pensa alla bellissima giornata di sole da organizzare quando potrà rivedere tutti gli altri, un giorno.

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Discussioni

  1. Hai affidato alla protagonista della tua storia un fardello pesante: checché se ne dica, esistono malattie e malattie. Alcune, come quella che hai descritto, non sono invalidanti solo nel corpo ma anche nella psiche. Nasce il bisogno di trovare un “colpevole” a tutti i costi, quasi a lavare una colpa che di fatto non lo è: è tremendo ed è vero. Un racconto ben condotto, fino alla fine.

    1. Ti ringrazio e sono contento che ti abbia lasciato qualcosa. Trovare un colpevole ci aiuta a concentrarci su un solo dettaglio nei momenti di difficoltà, che sia nella malattia o nelle difficoltà della vita

  2. È proprio un buon racconto il tuo, a mio parere. Dall’inizio alla fine che ho apprezzato molto. Mi ero fatta l’idea che la protagonista fosse dimessa dall’ospedale dopo la lunghissima malattia, con l’aspettativa di respirare finalmente aria nuova. Mi sono dovuta ricredere, ma non ho provato delusione. È comunque una via d’uscita, come intraprendere un’avventura. Si capisce, perché tu lo rendi benissimo, il suo desiderio di uscirne, di venirne fuori, in qualunque modo possibile. Credo che chiunque provi una forma di dolore eccessivo e insopportabile, che sia fisico o psicologico, meriti un sollievo. La morte può essere anche quello. Tu hai saputo evitare qualunque forma di eccesso o sentimentalismo nei quali sarebbe facile cadere quando si tratta un tema così delicato. Al contrario, hai mantenuto il giusto equilibrio. Molto bravo

  3. Racconto ben riuscito da più punti di vista. Ci ricordi di una malattia di cui non si parla più, che pero’ fa ancora più di 600.000 morti l’anno.
    Ho trovato molto interessante il punto di vista di chi esce dall’ospedale dopo un lunghissimo ricovero, guarito ma fuori dalla realtà di “là fuori”, dove nel frattempo le cose cambiano inevitabilmente.
    Poi ci sveli la verità, e devo dirti che sono rimasto un po’ deluso dal finale, proprio perché mi ero concentrato su quelle riflessioni di cui sopra. Nel finale stesso pero’ ho trovato interessante il ribaltamento dello stereotipo della “creatura celeste”… ognuno lo vede come vuole.
    Il tutto scorre bene ed è abbastanza ben scritto (ci sono un paio di refusi, ma roba da poco), sicuramente accattivante. Bravo.

    1. Ti ringrazio per la lettura e per le tue osservazioni.
      Sono da un lato contento che ti sia sentito coinvolto dalla narrazione e dall’altro mi spiace che la scelta della rivelazione non ti abbia appagato. Nello scegliere in quale modo concluderla ho scelto di dare un finale più amaro con un pizzico di speranza, anche se avrei voluto esplorare di più la prima parte. Non mi sentivo di spezzarlo in due capitoli, ma ho dovuto cercare di far stare tutto in una sola storia.
      Sono comunque contento ti sia piaciuto, sentiti pure libero di evidenziare eventuali errori e refusi che trovi!
      Grazie

    2. In effetti, a dirtela tutta, non è che nel finale il racconto perde: sono io che ritengo inflazionata la descrizione del trapasso come viaggio verso l’aldilà. È un mio gusto personale, non una tua pecca. Rientra anche nella sfera della fede, che lungi da me criticare.
      Per quanto riguarda i refusi ho notato “valige” e un paio di disgiunzioni eufoniche in eccesso… Tutto qui. Poca roba per un racconto “robusto” che non mi ha lasciato indifferente.