L’ultimo viaggio
Scendeva lentamente, sospinto dalla maestosa corrente del grande fiume, cullato dai mulinelli che, come imbuti fatti d’acqua, trascinavano verso il fondo melmoso schiuma e foglie.
Quel giorno il Po scorreva cupo e solenne, sfiorando rive deserte, lambendo grigie sabbie calpestate da tristi gabbiani solitari.
Ancora poco e poi, da dietro l’ansa, sarebbe spuntata la cima del campanile; se ben ricordava era proprio quella l’ultima grande curva che precedeva la sponda dove sorgeva G*, il paese dove era nato.
L’aveva abbandonato quasi trent’anni prima, di notte, scappando da un’accusa di omicidio: un attimo di follia dopo una lite avuta con un marito armato di coltello e disarmato dell’onore. Le donne, allora, erano il suo punto debole. Le donne degli altri, soprattutto: per loro aveva pianto, riso, sofferto e goduto senza mai pentirsene. Tranne quella notte. Quando aveva tradito il suo più grande amico.
Mentre procedeva verso valle un piccolo pesciolino bianchiccio si avvicinò a lui e subito se ne allontanò, come se avesse subodorato la corruzione che lo pervadeva. Una biscia d’acqua gli strisciò sulle gambe senza che lui ne provasse spavento o ribrezzo: la vita lo aveva forgiato a sopportare ben altre schifezze.
L’acqua del fiume, scura e torbida di sabbia rimestata, puzzava di alghe putride e nafta ma lui non sentiva nessun olezzo, lui voleva solo passare per l’ultima davanti alla sua casa.
Se ne era restato per tutti quei lunghi anni in Francia, lavorando agli altiforni, trascorrendo i giorni a bere vino da due soldi e le sere a consolarsi con prostitute da quattro. Solo di notte, quando la coscienza non concede sconti, ripensava al suo paese, ai suoi amici e a lei. Lei che lo aveva stregato col suo sorriso, lei che apparteneva a un altro. E l’altro era stato il miglior amico dei suoi primi vent’anni di vita.
Eccola, finalmente, la punta del campanile far capolino sopra le cime dei pioppi, là, come sempre, da centinaia di anni. Poco più in basso, la chiesa, riferimento immutabile e perpetuo per una popolazione abituata a lottare contro zanzare e alluvioni, avvezza alla fatica e alle disillusioni. Infine la sua casa: un decrepito muro scrostato e umido di mille piogge.
Lui solo adesso comprende lo sbaglio fatto, capisce di aver troppo osato nello sfidare la sorte, mentre afferra rabbioso il profumo delle cose che ha perso allontanandosi dal suo luogo natale. Lo capisce solo ora, mentre vi ci scorre davanti, lento, beccheggiante, senza più nessuna possibilità di poter virare e risalire il fiume per poter riparare all’errore e rifarsi una vita là, insieme agli amici di un tempo.
Eccolo il paese, eccolo laggiù, tra il fogliame degli alberi e le polveri dei suoi cortili. Lui lo sente, l’odora, lo respira e vorrebbe vederlo ancora una volta. Ma come? Come, se non ha più gli occhi?
Così procede tranquillo e immobile, attraversando la grande curva che porta ad un’altra grande curva e poi a un’altra ancora, fino a chissà dove, al mare, forse…
E silenzioso si allontanò, scomparendo per sempre, fluttuante cadavere affogato.
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi è piaciuto il tuo scritto, fa prendere vita alle descrizioni che vi sono quasi da sembrare di esserci dentro. Fluido ma non superficiale, mette un poco di tristezza ma ha anche un finale davvero piacevole.
Grazie. 🖤
Mi ha messo un po’ tristezza, però bello!
Grazie. 🖤
Ho molto apprezzato il tuo racconto che mi pare quasi una lunga poesia. Molto buone le descrizioni che ci immergono nel fiume fino a sentirne l’odore. Trovo molto efficace il doppio cambio di tempo nel finale.
Grazie. 🖤