
LUMINOSA DENTRO E FUORI
“Vado a prendermi un sandwich, vuoi qualcosa anche tu?” chiesi a Vanessa, prima di scendere giù nella caffetteria poco lontana dall’ufficio. Quel fine settimana sarei dovuto andare a trovare mia madre, ma, purtroppo, il capo ci aveva detto che avremmo dovuto tirar fuori qualcosa di clamoroso per la pubblicità della nuova crema commissionataci da un grosso marchio francese. Io e Vanessa, la stagista, eravamo arrivati quel sabato mattina molto presto, e all’ora di pranzo, eravamo affamati. Gli sforzi fatti nella mattinata, per spremerci il cervello, alla ricerca di uno slogan entusiasmante e di nuove idee, non avevano portato a nulla. Probabilmente un buon caffè e lo stomaco pieno, ci avrebbero aiutati.
Era una giornata fredda e piovosa e i corridoi vuoti del trentaduesimo piano, sede molte società, mi fecero una brutta impressione. Lunghe ombre si proiettavano sui muri e mi sembrò di sentire dei rumori provenire dai locali della toilette. L’ascensore era al piano, dato che eravamo saliti solo io e Vanessa, entrai e premetti il pulsante del piano terra. Arrivato al ventesimo piano successe il fatto. Improvvisamente l’ascensore si bloccò con uno scossone, le luci si spensero e udii distintamente, come un sibilo e odore di fili elettrici bruciati. Mi spaventai moltissimo e cominciai a sudare. Non avevo mai sofferto di claustrofobia e pensai che, probabilmente, si trattava di un blackout dovuto al temporale, ma quella sciocchina di Vanessa sarebbe riuscita a chiamare aiuto, oppure sarei dovuto rimanere lì tutto il week-end? Improvvisamente, mentre tiravo fuori dalla tasca il cellulare, che si era spento e non voleva riaccendersi, nonostante l’avessi messo in carica tutta la notte, qualcuno aprì dal soffitto una specie di botola. Allora iniziai ad essere terrorizzato. Forse c’era una rapina in atto, ma, del resto, in quel palazzo non era custodito del denaro o altri valori, magari un attacco terroristico? Il panico mi invase, vedevo già i titoli dei telegiornali “Giovane pubblicitario ucciso in un terribile attacco terroristico nel centro della città”. Il cuore prese a battermi sempre più velocemente e mi allentai il nodo della cravatta. La corrente si riattivò e le luci dell’ascensore si accesero. Guardai in alto e dal foro del soffitto vidi una strana luce verde intermittente, forse un ordigno posto sul tetto dell’ascensore? No, non era un esplosivo, dalla botola scese giù un perfetto paio di gambe femminili e una donna, alta, snella, bellissima, con lunghi capelli color rame e due incredibili occhi verdi, si presentò davanti a me. “Mamma mia!” pensai “ma che razza di terrorista mi capita!” La ragazza era completamente nuda ma pareva non essere assolutamente imbarazzata, piegò la testa da un lato e mi studiò per qualche minuto, mentre io, ipnotizzato, le fissavo il seno stupendo. Aveva una pelle di porcellana finissima, un incarnato roseo e luminoso che non avevo mai visto in nessuna donna, neanche con il trucco. “Vado bene così?” mi chiese con una voce che sembrava quella di un angelo, dolce, vellutata, profonda e calda. Riuscii a balbettare uno stupido “si…si…va molto bene”.
“Noi non siamo in guerra” aggiunse.
“Meno male!” risposi, non riuscendo a distogliere lo sguardo dai suoi fantastici occhi, che avevano in profondità, una strana luce violetta. La mia mente, fece in quei pochi secondi, tutta una serie di congetture. Non mi pare islamica, forse è svedese? Anche lì ci sono i terroristi? Ma ha detto he non siamo in guerra. Allora non è pericolosa. Che faccio? Che le dico? Ma quanto è bella! Sembra finta! Sarà una modella? Un’attrice? Ma non le importa di essere nuda davanti a me? Ah! Ci sono! Fa parte di un gruppo di terroristi norvegesi, di quelli buoni però, ambientalisti, quelli che verniciano le foche, per salvarle dal massacro, tipo Green Peace. Sono atterrati con un elicottero sul tetto e forse vogliono entrare nella sede di qualche società presente nel palazzo. Magari la Foster &Co., quella che produce armi!
“Non avere paura, noi siamo amici” disse quella meraviglia. Riacquistai un po’ di raziocinio e le dissi: “Vuole la mia giacca per coprirsi?” Lei mi guardò interrogativamente.
“Allora non vado bene così” mi chiese.
“No, no, va benissimo! Dicevo così, forse ha freddo” balbettai. Mi sfilai la giacca e glie la porsi. Lei la prese e la indossò. “Bene” pensai “almeno così riuscirò a riprendere in mano il controllo della mia mente!”
“Così sono uguale a te? Devo essere uguale a te” mi disse lei. “Beh! Non proprio, comunque…si, sei uguale a me” risposi. “Co…come ti chiami?” osai.
“H56489” rispose sorridendo.
“Che bel nome” belai.
“E tu? Qual è il tuo nome?” flautò lei.
“Richard. Richard Morris” risposi, e, istintivamente, le porsi la mano.
Lei parve spaventata e fece un passo indietro.
“No, non possiamo toccarci, io sono venuta solo per guardare” disse H56489.
“Va bene, ok, non ci tocchiamo, stai tranquilla, con quella pelle che hai poi, avrei paura di rovinarla!” le dissi.
“La mia pelle non va bene?” chiese preoccupata.
“No! Va benissimo! Sai quante donne vorrebbero averla così?” la rassicurai io.
“La mia pelle brilla perché dentro io sono luminosa. Ma se vuoi puoi brillare anche tu” mi disse.
“Magari sarà un fattore genetico, visto che vieni dal nord” notai.
“Dal nord?” domandò lei.
“Non preoccuparti, lo so, sei in incognito, ma io non dirò niente a nessuno, e poi quelli della Foster mi sono sempre stati antipatici” conclusi. Improvvisamente si udì un sibilo, come quello che avevo udito prima che la ragazza entrasse nell’ascensore.
“Devo andare, mi chiamano. Addio Richard Morris” mi disse con quella sua voce musicale.
“Aspetta, dammi il tuo cellulare almeno” le chiesi, terrorizzato dall’idea di non vederla più. Sarebbe ripartita per l’Europa e l’avrei perduta.
“Non capisco, stai tranquillo e lasciami andare” ribadì lei. Di nuovo il buio, di nuovo il blackout. Dopo qualche minuto si riaccesero le luci, ma di H56489 neanche l’ombra. Guardai il soffitto, nella speranza di vedere qualcosa, ma la cosa stranissima fu che questo appariva senza aperture, con la superficie integra, senza nessuna traccia di spaccature. “Però questi norvegesi sono veramente tecnologici!” mi dissi. Con un nuovo scossone, l’ascensore ripartì, ma non verso il basso, come prima, bensì verso l’alto, fermandosi al trentaduesimo piano. Appena le porte si aprirono mi vidi davanti Vanessa, con gli occhi spiritati.
“Richard! Ma cosa è successo? Sei rimasto bloccato nell’ascensore? Ti ho chiamato mille volte al cellulare! Qui c’è stato un blackout! Pare addirittura in tutto lo stato! Non si capisce cosa sia successo, in rete gira la voce che il presidente sia stato fatto scendere nel bunker. Qualcuno parla di extraterrestri, figurati! Del resto, anche i satelliti sono andati fuori uso. Piuttosto, li hai presi i panini?” mi urlò addosso.
“Ma non sono stati i norvegesi che sono scesi nel palazzo con l’elicottero?” balbettai.
“Chi? I norvegesi? Ma che sei ammattito? Ma quale elicottero? E poi l’eliporto dell’edificio è chiuso da mesi! Ma Richard! Neanche una tazza di caffè mi hai portato!” rispose lei.
“Ma allora… H56489, la sua pelle, i suoi occhi con la luce viola…e tutto il resto…” farfugliai.
“Ma che dici? Non ti capisco. Richard vieni fuori da quell’ascensore che non abbiamo tempo da perdere, vorrà dire che mangeremo più tardi” mi ordinò Vanessa, dirigendosi verso il nostro ufficio.
“E bravo Richard!” mi disse Mr. Brook, vari giorni dopo “La Maison de Beauté de Paris è entusiasta della nostra presentazione! Ma dove sei andato a trovare quello slogan? E’ così moderno, futuristico, al tempo stesso, molto spirituale, molto avanti! “Vuoi brillare anche tu? Sii luminosa dentro e fuori! La nuovissima crema da giorno della Maison de Beauté de Paris, prodotta con le tecnologie più avanzate, ti donerà una pelle di finissima porcellana e una luminosità mai vista!”
Un racconto gradevole, originale e brillante. Buoni i dialoghi e anche il ritmo narrativo. Lei, bellissima e degna testimone della Maison. Brava
Racconto gradevole, brava. Il nome dell’aliena rimanda a Bud Spencer, vero?
Grazie, veramente il nome l’ho inventato, non si riferisce al film con Bud Spencer.
Amo le storie che mi fanno sorridere ad ogni riga, e la tua è così. Amo pure gli alieni, a dire il vero. Scrivere un racconto che sappia divertire è difficile, deve possedere quel guizzo di originalità in grado di tenere incollato il lettore: qui c’è tutto.
Grazie Micol, in vari racconti, di genere diverso, ho aggiunto qualcosa che fa sorridere.
“Fa parte di un gruppo di terroristi norvegesi, di quelli buoni però, ambientalisti, quelli che verniciano le foche, per salvarle dal massacro, tipo Green Peace. “
😂
Forte questo racconto! Ma alla fine H56489 da dove veniva?
Grazie, era un’aliena mandata sulla terra per esplorare, il suo vero corpo era fatto di luce.
Sono sempre sensibile alle invenzioni della fantasia. Tanto che riescono poi a prevalere su qualsiasi altro criterio di valutazione.
Qui a un certo punto mi sono fermato: ma dove andiamo a parare?
Mi è piaciuta questa piccola storia, geniale nella sua semplicità. Anche per l’ironia genuina, spontanea, tanto differente dal sarcasmo generalizzato.
Potrei fare il filosofo e dire “è proprio vero: abbiamo bisogno che qualcuno ci salvi”.
Invece c’è una certa soavità in questa storia che ci tocca in qualche modo e spazza via ogni pensiero ammorbante. Lieto fine compreso.
Particolare, anche bizzarro che il protagonista sia un uomo estasiato dalla bellezza femminile. Tradotto: la bellezza femminile filtrata dagli occhi di una donna arriva rifratta con sfumature deliziose.
Piaciuto.
Grazie