Luna piena

Serie: Ombre e sussurri dal passato


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Leggere l'episodio precedente.

«Vuoi salire prima in camera o andiamo direttamente a pranzo?» domandò Niccolò, dopo avere preso

la giacca dai sedili posteriori. Con lo sguardo cercava Laura, dall’altro lato della macchina.

«Se andiamo in camera, non scendiamo più a pranzo» rispose Laura, avvicinandosi, lenta, maledettamente seducente.

«Come desideri!» replicò sorridendo, divorando con gli occhi la bellissima donna. La cinse dalla vite, in un abbraccio, accompagnandola all’ingresso.

Alla reception, Niccolò chiese informazioni sul pranzo e furono gentilmente accompagnati da un membro del personale al ristorante dell’hotel, un’oasi di eleganza con tavoli circolari disposti intorno ad una piscina. Grandi finestre lasciavano entrare la luce naturale, illuminando le tovaglie candide e i bicchieri di cristallo. Niccolò e Laura sedettero a un tavolo appartato, lontano da tutte quelle facce che non gli piacevano. Un cameriere portò loro il menu, entrambi avevano le idee chiare. Scelsero un pasto leggero ma gustoso: piatto di pasta integrale, seguita da  un’insalata fresca con verdure di stagione.

«Avevi mai mangiato qui?» chiese Laura, prendendo un sorso del suo bicchiere d’acqua minerale.

Niccolò annuì. «Tanti anni fa per sfizio e non a bordo piscina. Giusto per rilassarmi nella spa… E non avevo una suite.» Non aveva una suite, ma avrebbe potuto permettersela. C’era qualcosa nella sua voce, che lasciava intendere più di quanto volesse rivelare.

Laura accennò un sorriso complice. La curiosità avrebbe voluto spingerla a fare altre domande, ma ogni volta che lo faceva, Niccolò si chiudeva in frasi enigmatiche. «Le cose cambiano.»

«Vero, cambiano. Specialmente se attraversi l’inferno, senza Virgilio. Rischi di perderti» replicò Nico, stringendo leggermente i pugni sotto il tavolo, quasi impercettibilmente.

«Ne sei uscito…»

Niccolò interruppe all’istante Laura, senza essere scortese. Sorridendo, la voce velatamente dura, di rimando disse: «Conoscevo bene l’inferno…»

«Prima o poi tutti attraversiamo l’inferno. Hai ragione, perdersi è probabile» replicò Laura, distogliendo lo sguardo per un attimo. «Io credo che la permanenza cambi le persone, in bene o male. Direi di sostare il meno possibile. Io e te che lo abbiamo attraversato ora siamo qui, guardaci, stiamo bene finalmente… Nico, stiamo bene?»

Niccolò esitò per un momento, il suo sguardo vagò oltre il presente. Poi, con un respiro profondo e un sorriso che sfiorava la serenità, rispose: «Sì, Laura. Stiamo bene. E forse, proprio per quello che abbiamo passato, possiamo apprezzare ancora di più il presente.»

Il loro pranzo proseguì tra conversazioni leggere, risate occasionali e lavoro. La pasta, cucinata al dente e condita con un filo d’olio d’oliva e una spruzzata di parmigiano, era deliziosa. Terminato il pasto, si concessero un dessert leggero, una coppetta di frutta fresca, prima di dirigersi verso l’ascensore che li avrebbe portati alla loro suite.

La camera era enorme, finemente decorata con uno stile moderno e classico fusi perfettamente in armonia. Le tonalità dominanti erano il bianco e il marrone, che conferivano all’ambiente un’atmosfera calda e accogliente. I mobili, una miscela di pezzi antichi e contemporanei, erano disposti con cura, creando un equilibrio perfetto tra eleganza e comfort.

Laura entrò nella stanza e si sedette su una delle poltrone rivestite in velluto, togliendosi i tacchi con un sospiro di sollievo. Si massaggiò i piedi doloranti mentre osservava Niccolò, che, prima di togliersi la giacca, svuotava le tasche con movimenti lenti e misurati.

«Sono distrutta, Nico» disse la donna, il tono della sua voce rivelava la stanchezza accumulata. «Vorrei riposare un po’. Ho una certa età.»

Niccolò, inizialmente silenzioso, si avvicinò al letto. Si spogliò dei suoi abiti eleganti, rivelando la sua figura atletica e l’enorme tatuaggio sul petto di cui Laura ancora non sapeva il significato. Si sedette sul bordo del letto, lo sguardo rivolto a lei, e con un sorriso comprensivo le fece un cenno affinché lo raggiungesse.

«Vieni qui» disse dolcemente, battendo leggermente la mano sul materasso. «Un po’ di riposo farà bene a entrambi.»

Quando fu vicina a Niccolò, lui le prese delicatamente una mano e la tirò verso di sé, facendola sedere accanto a lui. Laura si lasciò andare, appoggiando la testa sulla spalla. Sentiva il calore del suo corpo insieme al suo respiro, una presenza rassicurante dopo una lunga giornata.

«Grazie» mormorò Laura, chiudendo gli occhi. «Avevo proprio bisogno di questo.»

Niccolò le baciò la fronte con dolcezza, «riposa che poi ci attende un bel massaggio» aggiunse, stringendola in un abbraccio. E in quel momento, in quella camera che sembrava un rifugio perfetto, trovarono il conforto di cui avevano bisogno: un meritato pisolino.

                                                                                                    ***

La donna dai capelli ricci castani, per nulla rossi e gli occhi azzurri camminava per strada, il passo leggermente distratto. Si fermò improvvisamente quando il suono di una notifica si perse sottobraccio. Prese il suo iPhone dalla borsa costosa di pelle nera e rispose a un messaggio vocale: «Sono vicino a casa, tu?»

Continuò a camminare per qualche decina di metri nel quartiere di Lambrate, le vie tranquille di persone che si affrettavano verso le loro destinazioni. Il sole offuscato ogni tanto proiettava le ombre degli alberi sull’asfalto lungo il marciapiede. Arrivò finalmente davanti al portone di un elegante palazzo, le pareti esterne coperte di edera.

Aprì il portone con un codice, e qualche passo più avanti entrò nell’atrio, un ambiente curato. Prese l’ascensore, il suono metallico delle porte che si chiudevano era familiare, e in pochi istanti fu davanti alla porta di casa. L’appartamento era moderno, con un tocco di stile minimalista che contrastava con alcuni dettagli vintage.

All’interno, sistemò il soprabito sull’appendiabiti, ripose le scarpe nella scarpiera ordinata, e lasciò la borsa su un mobile all’ingresso. Con un sospiro, prese telefono, libro e si fermò un momento a guardare lo spazio aperto del soggiorno. Gli arredi eleganti, il parquet finto e le ampie finestre non riuscivano a nascondere la sensazione di vuoto che provava. L’aria sembrava densa di una solitudine opprimente, come se la casa fosse troppo grande per una persona sola.

Si gettò sul divano di finta pelle grigia, rispose al messaggio vocale con una voce stanca: «Come vuoi tu, ci vediamo dopo le cinque. Ti amo.»

Le parole sembravano prive di emozione, pronunciate più per abitudine che per vero sentimento. Non sapeva esattamente come funzionasse il sentimento o se quello che provava fosse davvero sentimento. Da qualche tempo, la sua vita non era più la stessa, e non c’era un apparente motivo se non l’avvelenante quotidianità che le sembrava più insopportabile.

Accese un diffusore che riprodusse musica leggera come sottofondo, le note dolci riempivano l’appartamento di vita. La monotonia della sua routine la soffocava, e quella sensazione di vuoto le faceva desiderare qualcosa di più, qualcosa di diverso, anche se non sapeva esattamente cosa. Questi sentimenti erano assopiti, leggendo quelle poche righe del libro, tentarono di emergere dal subconscio, richiamando ricordi incolori.

Lo aprì, cercando di immergersi nella lettura.

Ero impaziente di vederla di nuovo, i pensieri tornarono ad Ellen e alla notte che avevamo davanti. Mi preparai con minuziosità indossando i miei migliori vestiti: una camicia di lino bianca, un pantalone corto marrone e scarpe da ginnastica bianche. Troppe gocce di profumo forse. Una sistemata ai capelli e impaziente, mi recai in paese prima del solito orario. Pensavo molto, mi perdevo nell’immaginazione, ero euforico. Andai a comprare dei preservativi e poi aspettai l’arrivo di Ellen. Era più bella del solito o la vedevo io sotto un’altra luce?

Ellen indossava un vestitino leggero, azzurro chiaro, che le arrivava appena sopra le ginocchia, mettendo in risalto le sue gambe snelle. Le spalline sottili cadevano sulle sue spalle abbronzate, mentre la scollatura rotonda era discreta ed elegante. Un piccolo fiocco in vita accentuava la sua figura, e un motivo floreale multicolore aggiungeva un tocco spensierato. Portava con grazia dei semplici sandali alti. Non potevo fare a meno di ammirare la sua bellezza, così rincorrevo pensieri dolci e selvaggi in un labirinto mentale.

Tutte le volte che mi avvicinavo a lei, il fratello mi guardava sospettoso. Ellen mi aveva rassicurato che Antonio non aveva parlato male di me anche se, domande ne aveva fatte. Sicuramente un povero ragazzino, orfano di padre, che lavorava per quattro spicci era innocuo per molti. Facemmo la nostra abituale camminata tra le vie e i vicoli del paese, facendo perdere le nostre tracce a avviarci verso il mare. Il lido era lontano, quindi optammo per una spiaggia più vicina ed appartata. Mentre scendevamo la scalinata del paese, le pietre tiepide rimbombavano sotto i nostri passi. La luna piena illuminava debolmente il nostro percorso, creando ombre lunghe e distorte che sembravano danzare sul selciato. Ellen mi camminava accanto, il suo passo leggero e sicuro nonostante l’oscurità e le scarpe alte. Il corrimano in cemento bianco sembrava quasi brillare sotto la luce lunare, ma lei afferrava me mentre con l’altra mano cercava di tenere a bada i lunghi capelli neri, il passo con cui camminava li scompigliava.

“Fil!” Disse all’improvviso, rompendo il silenzio della notte con la sua voce curiosa e un po’ preoccupata. “Sei sicuro di aver scelto la scuola superiore giusta?”

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Discussioni

  1. Molto bello questo episodio, diviso in due parti che molto differiscono ma anche si somigliano. Le accomuna la tua scrittura elegante, le attente descrizioni e le coppie di amanti. Di ‘vecchia data’ (forse) la prima e pronta a sbocciare la seconda. Bravo

  2. Un episodio delicato dove la bellezza regna, tranquilla, sopra a ogni cosa. Un po’ come la luna. Mi ha colpita la differenza di percezione che ho avuto tra la prima e la seconda parte. Nella prima ho sentito la complicità, la tenerezza, ma il tono era pacato. Qualcosa di simile a una buona abitidine. Nella seconda parte invece si avverte una certa tensione, c’e’ una vena di mistero, insieme alla passione che ancora, credo, è accesa.

  3. “La luna piena illuminava debolmente il nostro percorso, creando ombre lunghe e distorte che sembravano danzare sul selciato.”
    Mi piace questa frase vagamente poetica, come un verso libero, con parole in prosa che sento come musica, con l’orecchio del cuore.