Uno

Serie: L'UNA SOGGETTIVA

Primo luglio duemiladiciotto

A volte sento un vuoto profondo. Un vortice di nulla che mi risucchia verso non so dove.

È come battere le palpebre e in una frazione di secondo ritrovarsi sul precipizio di un burrone nel Gran Canyon.

È una sensazione destabilizzante spesso associata ad un brivido di solitudine.

Negli ultimi mesi ho passato molto tempo ad autoanalizzarmi. Per lo più mentre svolgo le normali faccende quotidiane. Non si tratta di un momento di meditazione chiuso in una stanza o seduto in riva al mare.

È come un flusso inconscio che scorre in background mentre lavoro, mentre mi vesto, cammino, apro la macchina, mi infilo le ciabatte, mentre parlo con qualcuno o scrivo. È un serpentone di pensieri interminabile, che non si assopisce mai.

Il serpentone è alla ricerca della fonte del mio malessere. Prova tutte le strade, si sofferma, scarta le ipotesi infondate, accantona quelle credibili ma incerte per riprenderle poi più avanti, dopo più accurate verifiche. Ha svolto un ottimo lavoro fino ad ora, però è estremamente stancante lasciarlo girare dentro di me a tutte le ore, anche di notte. Non mi permette di svolgere nessuna attività con la dovuta concentrazione: non dormo bene, non mangio bene, non digerisco bene, non parlo bene, non defeco bene.

Ad ogni modo, le mie conclusioni sulla fonte sono le seguenti.

Sono un’anima turbata, che ha vissuto gli ultimi vent’anni della propria vita autoconvincendosi di non esserlo. Ho vissuto il nero. Il nero è un’assenza di luce e come tale è contagiosa. Non è possibile passeggiare di notte e pretendere di vederci chiaro. È buio anche intorno. Così, questo mio nero ha influito su tutti i colori della mia vita, spegnendoli. È pur vero che io stesso sono stato contagiato dal nero altrui più di una volta. Questo ripetersi di buio è ciò che più mi ha reso fragile. La paura che possa accadere di nuovo. Anzi no! Il pensiero di poter scorgere quei segnali che mi permettano di anticipare un nuovo buio.

Questo pensiero è ciò che mi tormenta.

Ad un certo punto mi sono accorto di non stare affatto bene.

Ho cominciato a soffrire di dolori fisici e a pensare di essere vicino ad una morte inattesa, quand’invece si trattava di male di vivere. È ormai così tanto tempo che il serpentone gira dentro di me che ne sento ogni movimento: lo strisciare costante dentro lo stomaco, il cambio di direzione repentino nelle gambe, l’accelerata improvvisa tra la testa e il collo. Sento male ovunque.

Il reflusso gastrico mi chiude l’esofago, la gastrite mi incendia lo stomaco, la cervicale mi paralizza i movimenti, la stitichezza mi gonfia l’addome.

Cammino tutto storto in un corpo deforme che non riesce più ad ignorare i pensieri della mente.

Ci sono giorni in cui vorrei dormire a lungo, altri in cui vorrei drogarmi, ma per la maggiore sono pervaso da questa sensazione di perdita di tempo. È come con la scrittura. Penso in continuazione di trovare i giusti momenti per sedermi e fuggire dal tempo davanti a uno schermo bianco o a un foglio di carta. Assaporo addirittura (solo per un attimo) il benessere che ne trarrei. Poi si accavallano le azioni, altre, forse più prioritarie, di sicuro più pragmatiche e tralascio ciò che so che mi farebbe star bene per ciò che mi è imposto dallo scandire del tempo.

Non è semplice essere me. Non lo è da quando avevo dodici anni, figuriamoci adesso sulla soglia dei quaranta.

Se dovessi paragonarmi a un colore, oggi sarei un grigio scuro. Sono stato giallo una volta. È stato proprio allora che il buio mi si è buttato nuovamente addosso. Da allora non sono riuscito a raggiungere un colore più vivace del grigio scuro. Sono a due toni di buio dal nero. Il fatto è che finora non lo sapevo. Non avevo idea di essere così scuro. Ho vissuto le mie giornate convinto di essere una miriade di colori, di vivere davvero le sfumature delle emozioni. Ma come si fa se alla base della tela c’è una colata di nero. Non si può.

Non so esattamente cosa mi abbia fatto realizzare di essere grigio scuro. Forse il malessere fisico causato dal serpentone, forse il Gran Canyon.

Ora, accade questo. Quando stai per annegare, il tuo istinto lotta per la sopravvivenza ad ogni costo. Annaspi tra le acque in cerca di un appiglio che sia un tronco d’albero marrone galleggiante, un salvagente rosso, un cristiano che malauguratamente ti si trova accanto e come te cerca di non morire: il cristiano in questione sa nuotare, ma accanto a te è spacciato perché non reggerà il peso della tua disperazione e colerete giù a picco entrambi. Così, istintivamente, ho provato a chiedere aiuto per far si che il serpentone terminasse la propria corsa da vincente e che finalmente potessi riappropriarmi della tavolozza di colori. La mia disperata fuga dal buio però non mi ha permesso di agire con saggezza e tutto ciò che ho ottenuto è stata un’altra vittima sacrificale. Ho contagiato. Quando me ne sono accorto sono tornato a fingere di essere tutti i colori dell’arcobaleno. Era già troppo tardi ahimè e le vittime sulla mia strada erano ormai troppe. Ho incrinato i rapporti con i cristiani al mio fianco. Per fortuna non li ho tirati giù con me, ma un po’ d’acqua l’hanno bevuta. Soprattutto il mio compagno. Lui ha questa capacità di bere acqua ed ingoiare. Annaspa anche lui, è chiaro. Però dopo un po’ torna su come nulla fosse, mi dice “Amore, vuoi che preparo un aperitivo?”.

 

Serie: L'UNA SOGGETTIVA
  • Episodio 1: Uno
  • Episodio 2: LA STRATEGIA DEL GRANELLO
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