L’uomo con la valigia (la piaga nel dito)


“Si arriva a un momento della vita in cui tra la gente che si è conosciuta i morti sono più dei vivi. E la mente si rifiuta di accettare altre fisionomie, altre espressioni: su tutte le facce nuove che incontra, imprime i vecchi calchi, per ognuna trova la maschera che s’adatta di più.” 

 Le città invisibili, Italo Calvino




L’umidità della sera avvolgeva il mercatino dell’usato “Il Bagatto e la Bagascia” come una coperta pesante. Tra le bancarelle polverose, sfogliavo vecchie riviste di fotoromanzi tipo Il Monello e porno come Le Ore e Penthouse: Quei bei tempi in cui ancora si vedevano esposte quelle vulve carnivore rigogliose come i cespugli ai bordi dell’Aurelia SS1, e libri ingialliti, affumicati da troppe MS.

Ero tra i tanti avventori alla ricerca di un qualche tesoro nascosto nel bazar del bizzarro.

Fu lì che lo incontrai per la prima volta, l’uomo con la valigia . Non molto alto, imbolsito sopra i sessanta, con un’espressione di ottusità estatica che come i mistici nascondeva un mondo di orgasmi rubati.

La valigia era consumata dal tempo, la pelle scolorita, la fibbia arrugginita. Sembrava un reliquiario che custodiva un antico segreto. Mi avvicinai incuriosito: “Qualcosa di particolare?” mi aveva chiesto con voce rauca, gli occhi nascosti dall’ombra del cappello.

Annuii, indicando la valigia: “Quei dischi sembrano interessanti.”

Sorrise, un sorriso appena accennato che non raggiungeva i suoi occhi. “Tutti lo pensano. Sono pezzi unici, provenienti da collezioni private: Aperta la valigia, ne estrasse un disco di vinile, la copertina lucida rifletteva la luce fioca delle lampadine. Era un disco degli anni ’70, un gruppo progressive italiano di cui non avevo mai sentito parlare: “Il Vuoto Pneumatico a Perdere”.

“Non è facile trovarli,” aveva detto, quasi sussurrando. “Sono come dei fossili musicali, reliquie di un’epoca che non c’è più.”

Quel giorno acquistai quel disco, e con esso, l’inizio di una strana amicizia. Negli incontri successivi, sempre in luoghi appartati e orari improbabili, per non destare sospetti scambiavamo vinili, storie e silenzi. 

Seppur a volte apostrofati con coloriti  “A froci!” o un piu prosaici “A tossici!”sta di fatto che non fummo mai importunati da autorità o chicchessia.

L’uomo con la valigia sembrava conoscere ogni angolo nascosto della città, ogni mercatino dell’usato, ogni negozio di dischi dimenticato. E io, sempre più affascinato dal suo mondo di “perdigiornare”, lo seguivo come un’ombra rossa nell’omonimo Western.

Ma con il passare del tempo, cominciai a sospettare che ci fosse qualcosa di più nella sua valigia marrone, qualcosa di oscuro e misterioso. I suoi occhi, quando parlavano dei vinili, brillavano di una luce strana, quasi ossessiva. E poi c’erano le sue storie, frammenti di un passato che sembrava voler tenere nascosto.

Un giorno, l’uomo con la valigia mi mostrò un disco particolare. Era un 45 giri, la copertina ingiallita dal tempo, il titolo scritto a mano con un pennarello indelebile: La Canzone Dimenticata. 

“Dicono che chi ascolta questa canzone al contrario e poi la riascolta nel verso giusto non sia più lo stesso”, mi disse con un’espressione enigmatica.

Curioso, lo acquistai per due spicci e qualche caffè. La musica era straniante, una melodia ossessionante che si ripeteva in loop, accompagnata da un’eco distante di voci sussurranti. La notte in cui lo ascoltai al contrario, feci un sogno vivido: Mi vedevo in una sala da concerto, circondato da persone che danzavano in modo frenetico, i loro occhi brillavano di una luce innaturale. Al centro della scena, un uomo con il volto coperto suonava proprio quella canzone. Al risveglio, mi sentivo strano, come se fossi stato risucchiato in un vortice a discendere, un Malestrom  di sinfonie a piombo sul nulla.

Ne parlai qualche giorno dopo all’uomo con la valigia,. Con un sorriso mancante di due incisivi che lo rendeva un Peter Pan attempato ed uno sfarfallio nello sguardo sentenziò: “A volte, la musica ha un potere più grande di quanto possiamo immaginare.”

Da quel giorno, cominciai a notare strani cambiamenti in me. Fui assalito da un DOC che mi costringeva a leggere al contrario qualsiasi cosa i miei occhi incrociassero, o qualsiasi discorso i miei timpani percepissero. In cerca di qualche significato recondito, nella giungla dei simboli e dei segni mi persi definitivamente.

Collezionai diversi TSO come vinili poco rari finche non venni ricoverato alla Clinica per Malattie Nervose di Novara del Prof. Calvin Oilotai. Uno dei pochi luminari, allievo di quel genio macellaio del Celletti, inventore di tale trattamento, che ancora praticava seppur in sedazione la terapia elettroconvulsiva (TEC) per casi refrattari ad altre terapie d’urto antipsicotiche. Mentre ero sottoposto alle scariche alletriche il Prof. Oliotai faceva girare quel maledetto 45 giri a tutto volume. E dritto e rovescio che fosse mentre ero ancora stordito dall’anestetico percepii distintamente la voce del Professor Calvin sentenziare: “Sempre meglio smarrirsi nelle Città Invisibili che ritrovarsi sul GRA (Grande Raccordo Anulare) all’ora di punta”.

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Discussioni

  1. Ho scritto un commento di 1666 parole e l’ho perso con un click. L’ho riscritto ma non era lo stesso. Alla fine ho deciso che, in fondo, le mie parole non valevano tanto sforzo.
    Però devo dirti che sono contento, perché leggere questo racconto è stato come provare a telefonarti e sentire la tua voce dopo settimane di segreteria telefonica. Ho ritrovato lo stile che mi piaceva di più, e ne sono contento. Non mi fraintendere: non è una critica agli ultimi racconti, ma un apprezzamento a questo. Potente, allucinatorio, evocativo e straniante, come certa musica. Mi è piaciuto anche il riferimento alla sconosciuta band progressive italiana, per me molto sentito e condiviso.

    1. Grazie mille Giancarlo, si sta creando una osmosi iridata come nel remake della pellicola cult “La Mosca” di Cronemberg tra la mia deficienza umana e l’ IA. Siamo un unicum, una specie di risppsta umana che si finge segreteria telefonica o viceversa…

  2. Ipnotico e tentacolare come i messaggi criptati dei vinili da ascoltare al contrario, appunto. Un racconto che si riavvolge su se stesso e ti porta dentro, nelle viscere, dritto al centro della follia. Mi ha dato quest’impressione.