L’uomo perfetto e altri farmaci da prescrizione
Serie: Manuale pratico per sopravvivere a me stessa
- Episodio 1: Il problema logistico degli orgasmi multipli
- Episodio 2: L’uomo perfetto e altri farmaci da prescrizione
STAGIONE 1
Da qualche tempo, sul mio comodino regna una pace sospetta.
Lo Xanax rimane chiuso.
La melatonina abbandonata vicino all’abat-jour.
Le gocce di Escolzia, il Sedivitax, un blister di En, che guardo con rispetto ma senza toccare, e una confezione di camomilla dal sapore di un prato depresso che mia madre continua a comprarmi come se potesse risolvere il fatto che io sia io.
Non prendo niente da quattordici giorni. Quattordici. Per me è quasi un percorso di beatificazione.
Il responsabile si chiama Jonathan ed è l’uomo perfetto. Lo dico con la sofferenza di chi ha scoperto troppo tardi che anche la perfezione può avere effetti collaterali.
Ci conosciamo in libreria, davanti allo scaffale dei classici. Io che fingo di scegliere un libro, lui che mi consiglia un’autrice inglese che già conosco. Pronuncia correttamente il titolo ‘Middlemarch’ e non aggiunge: «Io però leggo soprattutto saggi.» Lì avrei dovuto baciarlo.
Il problema è che io, quando un uomo mi piace, parto svantaggiata. C’è tutta quella faccenda di cui vi ho già parlato, che raccontata così sembra un dono divino e invece è soprattutto una questione di logistica, idratazione e controllo del respiro. Per questo, davanti a Jonathan e alla sua pronuncia impeccabile, faccio l’unica cosa sensata. Mi trattengo. E stringo là sotto.
Per una settimana Jonathan mi corteggia senza mandare foto non richieste alle undici di sera. Mi scrive «buongiorno», ma non in modo appiccicoso. Mi chiede come va e poi ascolta davvero la risposta. Una sera addirittura si ricorda che ho avuto una riunione pesante e mi manda: «Com’è andata? Sei sopravvissuta?»
E io che fisso il telefono commossa. Un uomo che ricorda le cose. Praticamente un panda emotivo.
Poi però succede che il mio corpo inizia a presentare formale reclamo. Perché va bene il corteggiamento, va bene l’educazione sentimentale, ma io non sono mai stata una donna da contemplazione platonica prolungata. Se uno mi piace, a un certo punto mi piace anche fisicamente. E se mi piace fisicamente, il mio sistema nervoso inizia a comportarsi come un cane davanti a una bistecca.
Così, dopo la solita cena civile e il bacio nell’androne che mi fa dimenticare il codice fiscale, finiamo finalmente a casa sua.
Jonathan bacia bene. Non bene in senso tecnico, da manuale. Bene nel senso pericoloso. Prima mi bacia la bocca, poi il collo, poi quel punto sotto l’orecchio in cui il mio autocontrollo decide di licenziarsi senza preavviso. Io cerco di restare dignitosa, ma la dignità, in certe situazioni, è un concetto molto sopravvalutato.
Mi toglie il vestito azzurro facendolo scendere dalle spalle centimetro dopo centimetro, senza fretta. Io penso ecco, Bianca, forse stavolta hai vinto alla lotteria.
Poi arriva il letto. E le mani. Dappertutto. Sulla schiena, sui fianchi, lungo le cosce. E arriva anche quel momento in cui una donna adulta e dotata di una vasta esperienza sentimentale decide comunque di affidare la propria dignità a un uomo nudo.
Jonathan si muove con una calma esasperante. Mi sfiora, si ferma, ricomincia. Mi guarda. Sorride. Io, che ci provo a essere una persona razionale, sto già rivedendo tutta la mia scala di valori. Tutto sembra promettere benissimo.
Finché Jonathan se ne viene fuori: «Molto bene.»
Io apro un occhio e penso di aver capito male.
Capita. Magari è un sussurro. Magari è entusiasmo. Magari io sono già in quella fase in cui il cervello comincia a disconnettersi e lascia il corpo a occuparsi della pratica.
Poi lui aggiunge: «Sì, ottima risposta.»
Risposta?
Io non sto sostenendo un test a crocette.
Mi irrigidisco appena.
Jonathan, interpretando probabilmente quel movimento come un segnale incoraggiante, continua con ancora più convinzione.
«Perfetto, così. Stiamo trovando un buon ritmo.»
A quel punto lo guardo.
Lui mi sorride ed è bellissimo. Concentrato. Sincero. Convinto.
Ed è proprio quello il dramma. Perché Jonathan non sta scherzando, non sta giocando e non sta cercando di provocarmi. Jonathan fa la telecronaca.
All’inizio cerco di ignorarlo. Del resto l’intimità è fatta anche di piccoli adattamenti, di imprevisti, di rumori imbarazzanti, di gomiti nel punto sbagliato e mutande che si arrotolano con la dignità di una saracinesca rotta.
Ma Jonathan non molla.
«Mi piace questa sintonia.»
«Ottima gestione.»
«Sì, direi che ci siamo.»
Ci siamo dove, Jonathan? A un casello autostradale?
Provo a baciarlo per farlo tacere. Funziona per circa dodici secondi. E sono dodici secondi promettenti, davvero promettenti: la sua bocca sulla mia, il suo corpo contro il mio e quella sensazione pericolosissima che forse, con un po’ di fortuna, potrei anche perdonargli l’intero reparto comunicazione.
Poi lui riemerge dall’amplesso con aria soddisfatta: «Bella energia.»
Bella energia.
Io, in quel momento, l’energia la perdo del tutto. Provo un principio di crampo alla coscia e la netta sensazione di essere finita in un tutorial motivazionale per coppie.
La cosa peggiore è che fisicamente Jonathan funziona. Funziona eccome. È il comparto audio a essere difettoso.
Continuo a frequentarlo per altre due settimane, perché lasciare un uomo bello, gentile, colto e capace di ricordarsi il nome del tuo gatto richiede una forza morale che io non possiedo. Ogni volta mi dico che magari si rilassa. Magari ha capito. Niente.
Una sera, nel momento meno adatto alla valutazione della performance, mi dice: «Apprezzo molto la tua partecipazione.»
E lì, mi sento una corsista al termine di un workshop.
Il colpo finale arriva una domenica pomeriggio. È una di quelle giornate molli, pericolose, con la pioggia sui vetri e nessuna ragione valida per uscire di casa. Jonathan prepara il caffè, mi bacia l’interno coscia e io, che evidentemente non imparo mai, penso magari oggi no.
Invece, dopo avermi fatto perdere il controllo almeno cinque volte, ma sempre con una certa eleganza, lui mi lancia uno sguardo d’intesa e dice: «Direi che possiamo considerarci entrambi soddisfatti dell’esperienza.»
Dell’esperienza. È lì che capisco che è finita.
Quella sera torno a casa, mi siedo sul letto con ancora addosso il vestito azzurro stropicciato e fisso il comodino.
Xanax.
Melatonina.
Escolzia.
Sedivitax.
En.
Camomilla solubile.
La mia vecchia squadra mi aspetta in silenzio, discreta e farmacologicamente affidabile.
Prendo la melatonina.
Poi guardo lo Xanax come si guarda una badante emotiva tascabile e imparo una cosa importante.
L’uomo perfetto esiste. Purtroppo, a volte, parla durante il sesso come un responsabile qualità.
Ingoio la compressa con un sorso d’acqua. E almeno lei non sente il bisogno di dirmi che ho deglutito molto bene.
Serie: Manuale pratico per sopravvivere a me stessa
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“l’intimità è fatta anche di piccoli adattamenti, di imprevisti, di rumori imbarazzanti, di gomiti nel punto sbagliato e mutande che si arrotolano con la dignità di una saracinesca rotta.”
Sublime. Comunque io mi ricordo i nomi dei gatti…
Ciao Cristiana, che dire. Mi è piaciuto davvero tanto. Ho trovato il racconto divertente dall’inizio alla fine, ma senza essere una semplice sequenza di battute. Dietro l’ironia ci sono osservazioni molto azzeccate sui rapporti tra le persone e sulle aspettative che spesso ci costruiamo. Jonathan è un personaggio riuscitissimo: praticamente perfetto, ma con quel dettaglio che riesce a mandare tutto all’aria. Ho sorriso più volte durante la lettura e il finale, oltre a chiudere perfettamente il cerchio, è una di quelle battute che ti rimangono in testa anche dopo aver finito di leggere. 👏
Brava Cristiana, una performance ironicamente appagante. Mi è piaciuto soprattutto perché “L’uomo perfetto” si abbina alla perfezione al nome di Fabius P. : Fabius Perfectum, l’autore del libriCK pubblicato prima. Non saprei che voto dare alla performance di Jonathan, a quella tua dieci. Intesa come letteraria.