L’uomo

Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un uomo che attraversa le strade ed è attraversato.

Si alza.

Non di scatto — con la lentezza di chi sta imparando a fare una cosa per la prima volta, anche se l’ha già fatta migliaia di volte, anche se i muscoli la conoscono e le ossa la conoscono e il corpo sa perfettamente come funziona alzarsi da terra. La conosce nel senso meccanico. Adesso la sta imparando nel senso vero.

Il cappotto è ancora bagnato. Pesa. È la prima cosa che sente con chiarezza — quel peso specifico della lana intrisa d’acqua, quel freddo che non è più freddo astratto ma freddo adesso, freddo qui, freddo su questo corpo che è il suo corpo e che occupa questo spazio che è il suo spazio.

Catherine lo guarda.

Non dice niente. Ha la mano ancora alzata nell’aria nel posto in cui era il suo viso — sospesa lì, come se non avesse ancora deciso se abbassarla o se aspettare che lui tornasse sotto di essa. Lo guarda con quegli occhi che conoscono la sua frequenza dall’interno, che hanno aspettato abbastanza a lungo da aver imparato la forma esatta della sua assenza. 

Alder la guarda.

La vede e non è un ricordo, un centro cosmico, oppure un simbolo o un archetipo o il punto al centro del cerchio. La vede come donna. Come persona che è rimasta. Come qualcuno che ha tenuto anche quando non c’era niente da tenere, anche quando il segnale era solo intermittenza e silenzio e la promessa di qualcosa che non arrivava mai del tutto.

— È ora — dice.

Due parole. La voce è diversa, è una voce sola e profonda. La sua. 

Catherine abbassa lentamente la mano. Annuisce appena.

— Lo so — dice.

Esce.

La porta di legno scuro si apre e si richiude dietro di lui, non è più un varco, nessuna soglia cosmica, nessuna barriera da attraversare. Una semplice porta di legno. Una cosa ordinaria che fa quello che le porte fanno.

Il corridoio. Le scale. Il portone sul strada. Ed ecco Torino.

La pioggia ha smesso mentre era dentro o forse ha smesso da ore e lui non se ne era accorto. Il selciato è ancora bagnato, i lampioni riflettono nelle pozzanghere, l’aria ha quell’odore particolare di marzo dopo la pioggia che dura qualche ora prima che la città si riprenda il suo profumo naturale.

Alder si ferma sul marciapiede per sentire i piedi sul selciato bagnato. Il peso del cappotto. Il freddo dell’aria sulle mani. Il respiro che entra ed esce con la regolarità di qualcosa che non ha bisogno di essere deciso, che succede da solo, che è la cosa più automatica e più miracolosa che esista.

Dentro, le voci sono quiete ma non assenti. Ciascuna nel suo posto. Omen nell’angolo più interno, con quella presenza che non chiede nulla. Natan con i suoi appunti, il suo modo di trovare senso nel ritmo delle cose. Andrew che sente il freddo sulle mani e lo approva, che riconosce il corpo come cosa buona e giusta. Caroline sorride appena, quella qualità di sorriso che riserva alle cose fragili dell’amore illusorio. 

Sono ancora tutti lì. Non è questo che è cambiato.

Quello che è cambiato è che Alder è lì anche lui. Non dietro di loro, non dissolto tra di loro, non intermittente. Presente. Uguale a loro in peso e in diritto, uguale a loro in questo corpo che cammina sotto i portici di Torino nella notte. Inizia a camminare.

I portici di via Po scorrono ai lati. Si susseguono le arcate, la pietra, la luce obliqua dei lampioni che allunga le ombre fino a farle sembrare più vere delle persone. Alder le guarda. Le ha guardate mille volte, le conosce come si conoscono le cose che si vedono ogni giorno senza più vederle davvero. Ma adesso le vede.

Le ossa che reggono il peso di tutto quello che è stato costruito sopra. Le porte che non sono solo una metafora.

Una coppia cammina dall’altra parte della strada. Si tengono per mano. Semplicemente camminano mano nella mano. Quella cosa semplice e impossibile che è avere il palmo della propria mano nell’altro mentre si cammina, che è scegliere a ogni passo di restare connessi invece di andare ciascuno per la propria direzione.

Alder li guarda passare e vede qualcosa che riconosce e che ha conosciuto, che ha dimenticato e che adesso sta ricominciando a ricordare dall’interno.

Emily da qualche parte dorme.

Il bambino ha allineato le matite per l’ultima volta della giornata e si è addormentato con l’orsacchiotto spezzato ma reale.

Victor Mancini respira piano nel suo letto sotto i farmaci e forse nel sonno non è più lucido in quel modo insopportabile, forse nel sonno è solo un uomo che ha visto troppe cose e ha bisogno di dimenticarle per qualche ora.

Carnival nel suo ufficio ha chiuso il portatile. Ha smesso di leggere le notizie. Guarda il muro davanti a lui e per la prima volta non cerca la struttura sotto la superficie ma lascia che le cose siano quello che sono, almeno per questo momento.

Il dottor Claude ha scritto sul suo blocco un’ultima annotazione e poi ha chiuso anche quello. Ha acceso una lampada piccola. Ha aspettato.

La veggente da qualche parte ha aperto il libro sulle stelle a una pagina a caso e ha letto una frase che non ricorderà mai più ma che adesso è esattamente quella giusta.

E Catherine è rimasta nella stanza con la porta chiusa e sa che questa volta lui non è sparito. Questa volta è andato.

Che è diverso.

Alder adesso cammina sotto i portici di Torino.

Non è intero nel senso in cui erano interi prima della separazione, prima dell’oblio, prima di tutte le porte aperte e di tutto quello che ha passato. Porta ancora i segni. La cucitura è visibile. Il cotone fa i nodi nei posti sbagliati.

Ma è qui.

È un uomo che cammina sotto i portici della sua città, nella notte, dopo la pioggia, con le voci dentro che per la prima volta non sono una guerra ma una compagnia. E Catherine non è più neanche lei a casa, è a fianco a lui: mano nella mano.

Continua...

Serie: Alder Venn


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