
Luxusgerichte – Bolzano
Hans lo aveva imparato da piccolo. Il mondo poteva andare sottosopra, ma una mente acuta era in grado di ricavare delle opportunità da qualsiasi situazione. Anche dal lockdown.
Lui e i suoi soci avevano investito parecchio denaro, ma alla fine il loro progetto aveva dato buon frutto; il vecchio assunto “soldi chiamano soldi” non li aveva traditi. Cinque neolaureati si erano ritrovati d’improvviso milionari: avevano continuato ad investire in tecnologia e dopo un anno la Luxusgerichte aveva allargato il database clienti fino a espandere il suo campo d’azione oltre Oceano. Hans era riuscito a stipulare un contratto con la Global Sociology Project, una società Americana che aveva dato vita a parecchi villaggi protetti. Costruiti dal nulla in mezzo alla campagna, forniti di ogni confort e attrezzatura medica, accoglievano clienti facoltosi che avevano preferito abbandonare la città per sottrarsi al contagio. Nulla di nuovo, le pestilenze insegnavano che i ricchi cercavano salvezza lontano dalla povera gente.
Approfittando della relativa calma che aveva portato l’estate, Christina, una delle socie fondatrici, si era trasferita a Miami e stabilito lì una seconda sede operativa.
L’idea di base era piuttosto semplice. In un’epoca in cui nessuno metteva il naso al di fuori dalla porta di casa, la richiesta di servizi a domicilio era aumentata a dismisura. Una constatazione che aveva messo sul piatto della bilancia la possibilità di organizzare un servizio esclusivo a caro prezzo: un box personalizzato contenente dei menù gourmet alla carta. Era stato creato un database clienti, integrando il genere di informazioni raccolte con il trascorrere dei mesi. Erano state inserite ricette personali, allergie alimentari, preferenze sull’origine degli alimenti e sulle tipologie di prodotto. Gli iscritti al programma avevano dimostrato di gradire particolarmente l’intervento di una nutrizionista e l’introduzione di tabelle personalizzate basate sulla documentazione medica inviata.
L’ambiente di lavoro asettico permetteva alla Luxusgerichte di rispettare le normative di distanziamento; la società aveva sede in un capannone industriale tirato a lucido e ad ogni dipendente era assegnato uno spazio personale. Le merci in entrata, esclusivamente frutto di colture biologiche e allevamenti certificati, venivano introdotte nei locali solo dopo essere state trattate da uno scanner in grado di sterilizzarle. Nulla sarebbe stato possibile senza Albert e Lucia, gli ingegneri del gruppo. I fondi a disposizione avevano permesso loro di acquistare innumerevoli brevetti modificandoli secondo le loro esigenze. Erano riusciti a progettare dei contenitori asettici refrigerati, alimentati da una batteria solare, dove riporre le preparazioni culinarie surgelate. Qualche attimo al microonde e il cliente poteva godere di un piatto degno di un ristorante stellato. Il segreto risiedeva nella velocità e nella tecnica di congelamento, che manteneva i sapori pressoché inalterati.
Ogni notte cinquanta camion uscivano dall’hangar di smistamento per raggiungere altrettante città il mattino dopo: lì, le merci venivano indirizzate ai clienti tramite una rete capillare di piccole società di consegna a domicilio.
Hans aveva assunto l’incarico di marketing manager, sfruttando le conoscenze acquisite: non solo negli studi, ma nella pratica svolta nell’azienda di famiglia. Era un buon venditore, affabile; grazie alla notevole capacità mnemonica che gli consentiva di ricordare nomi, volti, confidenze, era in grado di relazionarsi in modo empatico con i clienti.
Seguiva con occhi attenti ogni fase della lavorazione, dall’ingresso alla spedizione finale. Non lesinava energia, alla ricerca della perfezione: desiderava acquisire una posizione tale da non subire contraccolpi al cessare dell’emergenza sanitaria. La gente, soprattutto se benestante, era pigra: pur concedendosi delle uscite, non avrebbe rinunciato alla comodità di un buon pasto a casa. Altri, gli studi medici gli davano ragione, avrebbero sviluppato nevrosi tali da preferire l’isolamento. La società che aveva fondato gli sarebbe sopravvissuta.
Hans amava lo stile industriale. Si era traferito nella struttura ed aveva ricavato un openspace al secondo piano, facendone il suo ufficio alloggio: dipinto le pareti di nero, installato grandi ventilatori per ricambio d’aria che funzionavano notte e giorno. Sebbene non avesse alcun contatto con l’esterno se non tramite video chat, vestiva sempre di tutto punto. Completo elegante, camicia, cravatta. Non vedeva motivo per ridursi ad un mezzo busto e di gironzolare in boxer o pantaloni del pigiama.
Non usciva di lì dall’anno prima e non vedeva alcuna ragione per farlo: i pasti gli venivano serviti regolarmente e il servizio di lavanderia ritirava i capi sporchi restituendogli lindi e profumati. In realtà era un asociale e non sentiva la mancanza del genere umano; i contatti virtuali erano molto più semplici, meno impegnativi. Da lontano poteva fingere una partecipazione che non sentiva. I dipendenti lo consideravano un tipo “zen” piuttosto eccentrico e lui stava bene così.
L’isolamento gli permetteva di mediare i momenti in cui veniva preso dalla rabbia; da ragazzo era stato in terapia, ma nulla gli aveva dato sollievo. Si era impegnato per smussare quell’aspetto di sé, “addomesticarlo”. Non aveva mai avvertito impulsi violenti, né autolesionistici, ma la sensazione che lo coglieva era in grado di annullare ogni pensiero coerente. Molti amici d’infanzia si erano allontanati, spaventati.
Il suo volto si trasfigurava facendolo somigliare a un maniaco omicida. Il viso si arrossava, la vena sporgente sulla tempia sinistra si ingrossava pulsando vistosamente.
Non appena seppe che una fornitura urgente era in ritardo, si allontanò dalla scrivania nell’intento di non rovesciare tutto a terra. Il responsabile del reparto di approvvigionamento attese in linea, senza avere reale percezione del suo stato emotivo.
Di norma non sarebbe stato un problema insormontabile, ma l’esito di quella commessa era di vitale importanza. Hans aveva appena sottoscritto un nuovo appalto da sei zeri con la Global Sociology Project, dopo che la società americana aveva rilevato dei villaggi turistici in Europa per trasformarli in isole protette. Gli era stata chiesta puntualità e precisione, la prima fornitura sarebbe partita quella stessa notte.
«Herr Weber, possiamo inserire dei pomodori Costoluto; ne abbiamo in abbondanza. La forma non è diversa dai Marinda, la consistenza è simile.»
«Non c’è paragone di gusto, i Costoluto sono nettamente inferiori; i Marinda rilasciano un succo di sapore intenso, non hanno bisogno di condimento.»
La voce del subordinato tradì una nota di nervosismo. «Non credo che la consegna ne risentirà: stiamo parlando di uno su quattrocento differenti box, probabilmente il cliente non ne avrà la minima percezione.»
«Sbagli, Davide.» Hans tenne sotto controllo il volume della voce, torcendo le mani per sfogare il nervosismo. «La perfezione è il nostro vanto: non ha importanza se il cliente non ne avrà percezione. Io saprò di aver fallito.»
Dall’altoparlante sfuggì un sospiro. «Posso inviare qualcuno in città, forse qualche negoziante ne è fornito.»
Hans sentì una smorfia disegnarsi sulle labbra. «Non è stato fatto?»
«Ehm… no.»
Hans lo maledisse di tutto cuore: perché diamine lo aveva chiamato prima di agire in tal senso?
«Che aspetti ad andare?»
«Io?» Il tono di voce di Davide si fece querulo. «C’è il lockdown. Il nuovo Dpcm…»
Hans si costrinse a non digrignare i denti. Diede uno sguardo al rolex che portava al polso.
«Vai, prima che chiudano le serrande.»
«Ma… cosa scrivo nell’autocertificazione? Abbiamo quintali di pomodori in magazzino, non esiste una reale necessità che giustifichi il mio spostamento.»
Hans aveva già inghiottito ogni goccia che le sue ghiandole salivari erano state in grado di produrre ed ora sentiva il palato arso. Si rese conto di essere arrivato ad un bivio. Si era costruito l’immagine di un uomo imperturbabile, il “boss” severo ma tollerante; da quando aveva indossato quella maschera nell’intento di soddisfare le aspettative altrui, la sua libertà era venuta meno. Era davvero il caso di trattenere altro veleno, fagocitandolo nell’intento di soffocarlo? Il vaso era colmo.
Raggiunse la scrivania, sostando davanti al monitor: avvicinò il volto alla telecamera, lasciando che questa riprendesse il furore. Gli occhi iniettati di sangue, i denti scoperti in una smorfia rabbiosa.
«Davide, vai ad acquistare quei cazzo di Marinda! Ti do un paio d’ore. Se non li trovi, ritieniti libero di cercare un impiego che non ti chieda di usare il cervello.»
Hans godette dell’espressione comica che si stampò sul viso del subordinato. Davide aveva spalancato occhi e bocca, ammutolito.
«Vai!» Lo urlò con quanto fiato aveva in corpo e Davide scomparve dallo schermo.
Una volta disconnesso dalla chat, Hans si permise di chiudere gli occhi. Era certo che Davide avrebbe trovato i Marinda a costo di passare a setaccio ogni bottega della provincia: la commessa era salva.
Finalmente sentì la tensione abbandonare il suo corpo e scoppiò a ridere: il suo sfogo aveva potuto più di tre anni di terapia e sedute di meditazione. Mai avrebbe pensato che un pomodoro avrebbe potuto dargli un sollievo simile.
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Ciao Micol…e niente, è come se quel “Vai!” mi fosse rimbombato nelle orecchie 😀 Bel racconto, con una bella dose di verità, ovvero quella di un certo tipo di business che nell’attuale situazione si sta decisamente rafforzando a discapito di altri.
Ciao Raffaele. Sì, purtroppo ci sono persone che riescono a marciare in qualsiasi situazione. Il problema è che i piccoli, al contrario, non hanno speranze. Mai quel “soldi fanno soldi” è stato più attuale. Basta pensare agli store online a diffusione mondiale che hanno soppiantato i negozi di vicinato ben prima del presentarsi dell’epidemia 🙁
Ogni tanto bisogna sfogarsi: è terapeutico.
Un bel affresco molto attuale: mi è piaciuto.
Ciao Raffaele, hai ragione. Quando si tiene tutto dentro alla fine diventa un veleno che fa ammalare
Ciao Micol! Molto realistico il tuo lab, inserito benissimo nel contesto. Interessante il personaggio che hai creato, fa riflettere sui paradossi del momento e sugli istinti che suscita. Brava!
Ciao Virginia 😀 Fra qualche tempo questo lab riserverà ai più attenti una piccola sorpresa ;D
Eeeh, lo dico sempre che reprimere la rabbia fa male…!
Verissimo, Sergio. Meglio una sana sfiorata, accumulata diventa un veleno che entra in circlolo
Come si suol dire: ‘na sfuriata credibile! Bello, Micol. Un saluto.
Ciao Cristina 😀 Quando ci vuole ci vuole
Bello questo racconto. Originalissimo!
Grazie Kenji 😀
Bravissima Micol, hai inserito benissimo il video in un contesto distopico-gastronomico, nemmeno troppo fantascentifico.
Ogni tanto sclerare fa bene io lo dico sempre.
Bravissima
Ciao Ale, purtroppo il racconto non è poi così distopico ;D Io sto spendendo una cifra in cibo a domicilio
Ciao Micol, che tipo questo Hans! Hai saputo regalare al lab una dimensione decisamente attuale. Brava!
C’è da dire che di solito i capi che urlano in realtà non sono malvagi; sono quelli che ti mettono la mano sulla spalla da temere…ahahahah
Ciao Dario, bisogna stare attenti ai teutonici! 😀 Scherzi a parte, il viso dell’attore immortalato dal video mi ha fatto subito pensare una SS: ho scartato l’idea di scrivere un racconto sul Reich, avevo già “dato” con “Le memorie del partigiano”, e ho ripiegato su qualcosa di più allegro. Amo Bolzano e il buon cibo et voila