Madagascar

La mia città è ormai lontana, il mio quartiere è ormai un ricordo che solo ogni tanto riaffiora alla memoria. La foresta di mangrovie, che con le loro radici contendono ogni stilla d’acqua al terreno, termina all’improvviso, permettendo al mio sguardo di immergersi in una catena di monti brulli, rossastri, modellati dal vento e dalle intemperie. Il sentiero subito si perde, o forse non è mai esistito. Se nel passato qualche abitante dell’isola si è spinto fin qui per pascolare i propri animali, si è subito ricreduto ed è ritornato sui suoi passi. Madagascar, un’isola in cui sono venuta alla ricerca disperata della libertà, un’isola in cui si possono ritrovare gli interminati spazi e i sovrumani silenzi che Leopardi cercava invano in un ipotetico paesaggio marchigiano al di là di una siepe che ostacolava il suo sguardo a spingersi oltre. Qui sì, qui puoi camminare giorni senza incontrare anima viva, né umana, né tantomeno animale. Qui puoi sentirti libero, libero dalla nostra società in cui ero stretta tra orari, lavoro, famiglia, valori. Che significato hanno tutte queste parole di fronte all’immensità? Nulla! Pensavo di trovare la libertà in questa terra che un tempo era unita all’Asia e all’Africa e che non ha conservato nulla né dell’una, né dell’altra, in cui le specie animali e vegetali sembrano avere origini indefinite, quasi provenissero da un altro pianeta. Ma non è così, ancora vago alla sua ricerca.

Prima che il sole mi accechi, al limite della foresta ammiro l’ennesima, bellissima, rarissima orchidea. Se fossi ancora parte della civiltà mi dannerei per non avere una macchina fotografica con me, per immortalare quella rarità, ma adesso questo non conta, ora non devo far vedere a nessuno le mie foto, familiari o posteri che siano. Quello che conta qui non è più la libertà, e neanche la sopravvivenza. Quello che conta è superare la paura, la paura che ti accompagna in ogni istante, che non ti abbandona neanche quando dormi. La paura degli elementi è pari al loro fascino. Acqua, aria, terra, fuoco ti attorniano, ti attanagliano in una morsa che li fa apparire talmente affascinanti da doverne aver paura. Perché sai che ti potrebbero portare alla morte da un momento all’altro. Non è della morte che ho paura, una volta che sei morta è fatta, è il passaggio dalla vita alla morte che mi spaventa: quanto può essere lunga questa fase, quanto può durare l’agonia, quali saranno i pensieri che attraverseranno la mia mente in quel momento? Forse questo passaggio dura fin dall’istante in cui ho messo piede in questa strana isola. Ed è per questo che il sentimento che mi pervade da allora è la paura.

Il sole è alto e fuori della foresta rende l’aria torrida, rende difficoltoso anche il respiro. La montagna si erge brulla, so che non troverò acqua, so che non troverò cibo, eppure una strana forza guida i miei passi verso la vetta. Infine mi ritrovo in un pianoro pietroso e assolato, ma l’altezza mitiga il calore dei raggi solari. Mi sdraio al suolo e perdo i miei occhi nell’azzurro del cielo. La fame di ossigeno e le forze che scemano lasciano che la mente cavalchi quell’azzurro, che mescolandosi con lo stesso colore dei miei occhi sembra fondersi con loro e simulare un mare. Il mare, l’acqua, il primo elemento, l’elemento primordiale da cui ha avuto origine la vita. Ho sempre avuto paura dell’acqua, fin da quando ero ragazzina, da quando mio padre nel tentativo di insegnarmi a nuotare mi fece gettare in mare, dicendomi che in ogni caso sarei rimasta a galla. Eravamo prossimi alla riva eppure ebbi paura di morire affogata; da quel momento nessuno fu più in grado di insegnarmi a nuotare. Non odiai mio padre per quell’episodio, reputai che lo avesse fatto in buona fede e lasciai correre, ma la paura rimase tanto radicata dentro di me che nessuna esperienza di vita la poté più cancellare.

Mi lascio trasportare dal vento caldo fino alla riva dell’Oceano Indiano. Qui non si può avvertire, come accade da noi, il rumore della risacca che si schianta contro gli scogli o che arriva a carezzare con delicatezza le rive sabbiose. Qui puoi camminare per centinaia di metri con l’acqua alla caviglia, per arrivare a un certo punto dove basta un passo in più per sprofondare nell’abisso. Quella netta linea di demarcazione, in cui l’acqua cambia colore all’improvviso, da trasparente a un blu verde intenso, ha sempre attirato la mia attenzione in maniera compulsiva. In quel punto preciso concentro la mia attenzione sul silenzio, apparente, perché silenzio non è. Niente risacca, a volte è il vento che porta alle mie orecchie una specie di canto proveniente dalle profondità dell’oceano. Ho paura dell’acqua, eppure mi affascina, mi incuriosisce, un giorno o l’altro non potrò fare a meno di mettere avanti un piede e lasciarmi risucchiare dall’abisso.

Lo faccio: un piede, poi l’altro, sprofondo. Non cerco di trattenere il fiato, non lo so fare, non lo ha mai saputo fare, lascio che l’acqua salata riempia la mia bocca, si infili in gola e giunga ai polmoni come una cannonata. Gli occhi sono dilatati: mi guardo intorno, e vedo pesci che dovrebbero essere minuscoli resi abnormi dalla mia percezione. Le dimensioni sono alterate, le proporzioni sono alterate, tutto è alterato. Ho paura adesso? No, non ho più paura, lascio che la natura faccia di me ciò che vuole, in fin dei conti per me libertà significa essere parte della natura. Ho cercato io questo binomio, ed eccolo qua. Uno squaletto, forse non più lungo di mezzo metro, mi passa accanto noncurante, e per me è grande quanto una balena. Lascio che i sensi si attutiscano, il canto dell’oceano, che sentivo arrivare in superficie da lontano, è ora più chiaro, più nitido, è come il canto di una sirena che cerca di dirmi che ora la pace è arrivata, che qui si sta bene. La sensazione di freddo lascia il posto a un tiepido abbraccio, l’abbraccio stesso dell’oceano, dell’abisso, che però a un certo punto decide di vomitarmi. Come lanciata da una mano invisibile, vengo scaraventata di nuovo verso la superficie dell’acqua, che all’improvviso lascia spazio all’aria. Respiro di nuovo, ma l’aria si impadronisce anche delle mie viscere, si insinua come bollicine nelle tortuose vie della mia circolazione, emboli che si fermano nei crocevia tra arterie più grandi e più piccole, che impediscono l’afflusso benefico di globuli rossi ai più vari distretti del mio organismo. Ed è come la sensazione di un fuoco che brucia dentro, che dagli anfratti del mio corpo vuole esplodere verso l’esterno. Acqua, aria, fuoco, manca la terra e tutti gli elementi si sono scatenati in questi pochi attimi fuggenti. Terra: accoglimi, accogli il mio corpo, che sia benedetta o dannata per sempre non importa, ricoprilo con il tuo velo pietoso. Acqua, aria, fuoco, terra, ecco il mio spirito ottenuto dalla vostra fusione, dalla fusione degli elementi primordiali, degli elementi ancestrali, che solo qui in Madagascar ho potuto percepire nella loro selvaggia natura, nella loro bellezza e nella loro violenza.

Apro gli occhi e vedo ancora il cielo, l’ottundimento dei sensi si sta placando, ma mi rendo conto che la disidratazione è ormai a un livello irreversibile. L’ossigeno fa fatica a entrare nei polmoni, e non per l’aria rarefatta dei quasi tremila metri di altitudine. L’immersione virtuale nell’abisso, il cui canto ancora risuona nelle mie orecchie, è stata fatale. Non sono affogata nell’oceano, ma sono affogata di fatto. Quello che nello scorrere dei miei pensieri è sembrato durare pochi minuti, nella realtà è durato ore. Il sole, ignaro e inclemente, ha fatto di me la sua indifesa preda. Cerco boccheggiando l’ultimo respiro, ma neanche un briciolo d’aria, neanche una molecola di ossigeno riesce a raggiungere i miei avidi polmoni. Gli occhi rimangono sbarrati, fissando il cielo terso.

Ecco, adesso sono libera!

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Discussioni

    1. Grazie. Mi sono lanciata solo da poco nella scrittura creativa. Pensavo di essere più una lettrice che una scrittrice. Poi ho iniziato a scrivere qualcosa partecipando a dei laboratori di scrittura creativa. E ci ho preso gusto.