Maggese (spot pubblicitario di Ubaldo Panzeri, Verdemora S.r.l., 2009)

Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una lista di Opere prime (e fortunatamente uniche) del panorama artistico contemporaneo, stilata dalla raffinata penna del mio caro amico Giulio Traüber.

Ubaldo Panzeri non aveva mai girato nulla in vita sua, e questo, ai suoi occhi, non costituiva affatto un problema. 

Da qualche anno, aveva preso in mano le redini dell’obsoleta attività paterna – una piccola fabbrica di dolciumi nella bassa padana –, portandola, in una manciata di mesi, da laboratorio casereccio a marchio di discreta diffusione nazio­nale. Nacque così Verdemora: produttrice all’ingrosso di gelatine di frutta vendute nei di­scount di tutta Italia.

Il repentino successo convinse Panzeri, come capita a molti imprenditori arrivati alla fama per vie creative più che strategiche, che il proprio istinto valesse quanto quello di un professionista, in qualunque campo avesse deciso di applicarlo.

Nel 2009, per il lancio della nuova linea “Maggese” – gelatine ai gusti di frutta in confezio­ne compostabile, pensate per intercettare la sensi­bilità ambientale che cominciava allora a diventare un argomento di vendita –, decise che lo spot lo avrebbe girato lui stesso. Non per risparmiare sull’agenzia, che pure aveva già ingaggiato e paga­to in anticipo, ma perché, disse ai collaboratori con una fermezza che nessuno osò mettere in discus­sione, questa storia ce l’ho dentro fin da bambino, e non permetterò che mi venga rubata.

Nessuno, nell’azienda, seppe mai con preci­sione a cosa si riferisse, finché non si trovò, anni dopo, tra le sue carte private, un taccuino mai de­stinato alla pubblicazione in cui Panzeri, nel pieno furore artistico della sua giovinezza, aveva provato a descrivere un albero della tenuta di famiglia che da sempre lo terrorizzava e al quale aveva affibbia­to il curioso nome di “Viverna”: “Ricordo ancora i pomeriggi estivi della no­stra infanzia passati a studiare da lontano le ten­tacolari appendici della Viverna. Il suo corpo ve­getale, immobile ma anche agonizzante, come lo sbracciarsi in un incendio invisibile, con quelle propaggini nere e artigliate su cui il vento d’inver­no modellava la galaverna a foggia di un bianco, ispido pelame; poi le notti insonni, popolate di fantasticherie sulla grande carie gialla al centro del tronco, che sembrava fissarci con quel pigro, rettiliano occhio verticale, mentre presagivamo l’incursione dell’essere nei nostri sogni, sotto for­ma di una piovra alta come una tromba d’aria e larga quanto un continente.”

Nessuno in azienda lesse mai queste righe prima della messa in onda dello spot. Se lo avesse­ro fatto, forse qualcuno avrebbe capito in anticipo ciò che i genitori di mezza Italia compresero poche ore dopo la trasmissione: che Panzeri non stava gi­rando una pubblicità di caramelle, ma stava finalmente esorcizzando, con un budget aziendale e una troupe pagata, un mostro che lo perseguitava da trent’anni – solo che stavolta lo faceva davanti a una platea di bambini in fascia protetta, nell’inter­vallo di un cartone animato del sabato mattina.

L’agenzia, va detto, provò a intervenire. I po­chi creativi che ebbero il coraggio di sollevare dubbi sulla sceneggiatura – un albero dal volto li­gneo e gli occhi incandescenti che porgeva cara­melle a due ragazzini per poi assalirli, filmato con un’estetica più vicina all’horror festivaliero che allo spot pubblicitario –, si sentirono rispondere che doveva trattarsi di “una scelta di posizionamento audace”, e che l’azienda doveva “rompere con l’immaginario rassicurante e un po’ demodé della caramella per bambini”. Chi insisteva veniva liqui­dato con l’argomento più efficace che un titolare può opporre ai propri dipendenti: la busta paga. L’unico compromesso che Panzeri accettò, dopo settimane di trattative, fu l’aggiunta di un jingle al­legro e di un arcobaleno digitale sul logo del pro­dotto – due elementi che, lungi dall’ammorbidire il tono generale, resero lo spot ancor più perturbante, incollando quaranta secondi di terrore rurale a cin­que di ottimismo pubblicitario scaturito da chissà dove.

Lo spot andò in onda su un canale nazionale, nella fascia protetta di un sabato mattina di ottobre, esattamente come Panzeri aveva preteso, convinto che i bambini fossero “il pubblico più sincero, ca­pace di apprezzare l’audacia senza i filtri del perbe­nismo”. Quei filtri, in realtà, servivano eccome, e la loro assenza produsse in poche ore migliaia di telefonate di genitori infuriati, centralini della rete intasati, e un ritiro dello spot dalla programmazio­ne nel giro di una sola giornata – non per un prov­vedimento dell’authority, arrivato solo settimane più tardi e ormai puramente formale, ma perché la stessa emittente, sommersa dalle proteste, decise autonomamente di togliere lo spot, prima ancora che qualcuno glielo imponesse.

Il danno commerciale per Verdemora fu enorme: la linea “Maggese” venne ritirata dal mer­cato prima ancora di raggiungere gli scaffali, e l’azienda, che aveva investito una fetta consistente del proprio fatturato nella campagna, si trovò a un passo dal dissesto. Fu il consiglio di famiglia – i due fratelli minori di Panzeri, comproprietari dell’azienda paterna, sino ad allora rimasti sempre in ombra – a intervenire, spingendolo con una deli­catezza tutta emiliana (ma con fermezza inequivo­cabile) verso un ruolo di “presidente onorario”, ca­rica che comportava una scrivania, un biglietto da visita e nessuna autorità reale su alcuna decisione aziendale, di marketing o d’altro genere.

Panzeri accettò senza opporsi – il che sorpre­se tutti, quasi quanto lo spot che aveva terrorizzato l’Italia intera – e non tentò mai più, negli anni, di dirigere alcunché.

Del taccuino d’infanzia con la descrizione dell’albero non parlò mai, per il resto della sua bre­ve vita, ma chi ancora lavora nella vecchia sede di Verdemora giura sull’esistenza di un testo ben più corposo, custodito in un cassetto chiuso a chiave della sua scrivania onoraria – nell’unico ufficio dell’azienda, peraltro, da cui si vede ancora, in fon­do al parcheggio, un vecchio noce piantato dal nonno di suo nonno, che nessuno ha mai avuto il cuore, o il coraggio, di abbattere.

Continua...

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