
Mai andare sobri ad un concerto barocco
Sì, ho bevuto due bicchieri prima di andare al concerto. Ma chi non berrebbe prima di andare a sentire una musica di quattrocento anni fa? Dovevo incontrarmi col gruppo alle 15, e grazie al cielo il gruppo ha ritardato, così ho potuto farsì che gli effetti del vino cartonato della CONAD facessero il loro decorso. Non potevo di certo andarci sobrio: passare un’ora e mezza a sentire cinque arie uguali tra loro sarebbe stato insopportabile. Per questo, a pranzo, ho comprato una confezione mini di vino, quel genere di vino che può farti ubriacare in cinque minuti, al massimo dieci se mangi qualcosa nel frattempo. Ovviamente non potevo presentarmi barcollando, perché così facendo il gruppo avrebbe capito che volevo sabotare l’uscita. Per fortuna ho un’esperienza pregressa nel fare la faccia da sobrio, mentre il corpo cede all’etanolo. Infatti per il gruppo sembravo lo stesso di ieri, di ieri l’altro, e degli ultimi cinque anni: sempre il solito rincoglionito. E va bene così.
Hanno scelto il concerto barocco per trovare qualcosa da fare, per arrivare a fine giornata, per fare l’happy hour e bere alcolici a metà prezzo. E in una città come la nostra, ormai in totale decadenza cognitiva, il massimo della perdita di tempo è questo: un concerto barocco sostenuto da una delle miriadi di fondazioni parassitarie presenti nel nostro territorio. La bellezza delle città non è nei suoi monumenti, ma nelle sue fondazioni. E infatti, avendo preso i soldi dagli enti locali, possono permettersi di imbastire un concerto barocco con ingresso gratuito. Quando siamo entrati ho notato subito sul biglietto il prezzo di 2 euro.
“Scusi, dove devo pagare?”,
“Ah no, paga tutto il Comune ah scusi la Fondazione.”.
Chi mai verrebbe ad un concerto barocco a pagamento? Certo, c’è poi la vecchietta, tutta tirata e addobbata a festa, che sta in prima fila e vuole mettersi in mostra davanti ai turisti in pantaloni corti e agli improvvisati come noi. Lei pagherebbe volentieri per questo genere di concerto. La classica vecchietta talmente attaccata alla vita da far sfoggio della sua ricchezza accumulata. Sempre però proteggendosi da qualsiasi araldo della Morte! Indossa una mascherina, griffata, nonostante i casi Covid siano bassi e siamo per il 90% vaccinati. Ma lei deve proteggersi dalla Morte, sennò addio ai soldi!
Mentre la sbornia ondeggia nel mio cervello, ho cominciato a leggere qualcosa, così da avere modo di coprovare che “no, non sono ubriaco, ho letto tutto, gli ubriachi non sanno leggere”, e che posso poi spiccicare parola con l’intellettualoide del gruppo. Oltre all’incomprensione fatta testo sulla bellezza di queste arie, c’è anche il curriculum di ognuno dei musicisti, di media cento righe l’uno. Domanda bastarda: ok, complimenti per i successi; perché stai musicando dentro l’aula di un archivio in cui ci sono solo documenti sui latifondi del Settecento? Se la risposta è “il mutuo”, posso accettarla.
Altro particolare di questo concerto, in cui, ripeto, ogni aria è uguale all’altra (forse non per i musicologi, ma sfido a trovarli di sabato pomeriggio dentro l’aula di un archivio pseudo-catastale), è il fatto che la gente usa la musica del concerto come sottofondo del loro giocare con lo smartphone. Almeno, da ubriaco, cercavo di seguire la musica, per tenere la facciata di “uomo interessato alla cultura”. Anche se poco dopo non ho più seguito nulla. Anzi, il mio cervello è proprio scappato dalla finestra, per tornare a casa in fretta e furia.
A volte c’è da chiedersi se la gente vada a questi concerti solo per far credere agli altri di essere colta, che l’istruzione ha funzionato, che non è rozza che tutti quelli con cui tocca avere a che fare ogni giorno sul bus, al supermercato, al bar, nel luogo di lavoro. Sempre questa smania di voler distinguersi, di essere altro all’in fuori di sé. Se uno è una merda, va bene cambiare. Ma se si è delle persone normali, anche se mediocri, che senso ha cambiare? Certo, il mio gruppo voleva andare a questo concerto solo per noia, e per mancanza di alternative; ma tutti gli altri? La vecchia davanti a noi che ci chiede ogni volta di fare silenzio, anche se stavamo solo chattando? Il nostro amico musicista, vero “ispiratore” di questo incontro musicale, che tra un tasto e l’altro del clavicenbalo cerca la nostra approvazione, e trova solo il mio sguardo disconnesso dalla realtà?
Comunque, dopo un’ora e mezza finisce il tutto. Ad ogni aria la gente non sa quando è finita o quando si passa da un movimento all’altro. Per questo tutti guardano il violoncellista: se mette giù il suo strumento, vuol dire che l’aria è finita; e quindi tutti ad applaudire, e subito! E anche qui tutti li hanno applauditi, perché hanno finalmente finito di strimpellare. Io non vedevo l’ora di uscire, se non fosse che, appena tutti alzati, i quattro dell’orchestra rientrano per chiedere altri applausi. Lì ho scoperto che il loro compenso era a base di applausi. Per semplice carità, io e il gruppo siamo tornati a sedere, e abbiamo dato loro il bonus extra.
E qui casca l’asino, cioè l’intellettualoide. Scopro che l’iniziativa era sì del nostro amico musicista, come ci spiegò a fine serata, ma che fu lui a dire che a tutto il gruppo andava bene perdere la serata a sentire quel concerto fuori di testa. Ma s’era pentito, visto che alla fin fine nessuno in realtà voleva davvero andarci. Risultato? Sempre l’intellettualoide fece una controproposta, ma solo a quelli del gruppo, non a me: andare tutti ubriaci prima, bevendo il vino dell’osteria a pranzo. E di tenere un certo contegno quando ci saremmo beccati dopo. Sinceramente non so cosa sia peggio, se il vino cartonato o quello d’osteria. Infatti ecco l’intellettualoide che si mette un attimo appoggiato al muro dell’uscita, e tenta di vomitare. Non ci riesce, il concerto non vale nemmeno un conato. Se non altro le addette non c’hanno visto: per l’uscita siamo dovuti passare tutti da un passaggio laterale, in uso durante la guerra per evitare gli spari dall’entrata principale. In questo caso, siamo usciti di lato per evitare tutta quella gente che si sarà poi sentita privata di un’ora e mezzo di vita per sentire una musica che non ti fa nemmeno immaginare, da quanto è impostata. E che reclama o soldi, o vendetta.
Tra l’altro la prossima settimana c’è un concerto di musica dodecafonica, ancora più incomprensibile di quella barocco. Sicché la prossima volta dal vino passo direttamente all’alcol etilico, così vado in coma. Tanto a fine serata non troverò differenze tra i bit del concerto a quelli della macchina cuore-polmone dell’ospedale.
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Se la musica barocca è “una cagata pazzesca”, per dirla alla Fantozzim che dire della musica techno? Che non è musica, è solo rumore. Se piace allora anche la musica dodecafonica ha un senso. La musica barocca almeno non rompe i timpani e qualcos’altro. A parte lo sfogo il racconto è interessante perchè mette in luce come viene vissuta la musica classica ai giorni nostri.
Confesso che la mia musica è il silenzio, ma a volte apprezzo tuffarmici senza distinzione. Certo, deve essere un’esigenza che parte da noi. Mi sono divertita a leggere il racconto, ben tenuta l’atmosfera fino alla fine: la resistenza passiva al concerto (Tavernello) mi ha fatto fare più di una risata. Confesso di aver avuto molta simpatia per la vecchina, un personaggio che ho letto in chiave positiva. Una mosca nera, forse, ma grande nella sua voglia di essere viva.
Divertente questo librick!