Efficienza

Serie: Mal di testa


“Driin driin driin” squilla il telefono e Anna risponde.

Anna era sempre pronta e scattante alla risposta. Era il suo lavoro, era la sua vita; efficienza era la sua parola d’ordine, non le serviva niente di più se non efficienza. 

Efficienza sul lavoro, efficienza in casa, dove tutto era sempre ordinato e perfetto, efficienza con il marito; era una donna impeccabile nei modi, nell’abbigliamento, nel parlare, nel mangiare, niente era mai fuori posto.

Quel lunedì mattina però si era svegliata con un lieve mal di testa, cosa insolita, lei non ne aveva mai sofferto, si interrogò sul perché di quel mal di testa ma non né capì la causa, essendo così efficiente per lei ogni effetto doveva sempre avere una causa.

Cerco di non preoccuparsene, convinta che sarebbe stata una cosa passeggera.

La giornata a lavoro passò e svolse tutti i compiti nel migliore dei modi, era una segretaria perfetta, ma il mal di testa non l’abbandonò mai.

La sera si addormentò tra le braccia del marito dopo aver fatto all’amore in maniera efficiente (ognuno potrà dare una libera interpretazione di cosa voglia dire fare l’amore in maniera efficiente).

Il mattino seguente il mal di testa era sempre lì; presente, ci si stava quasi abituando come se fosse qualcosa che le ricordava di esser viva, ma allo stesso tempo si stava iniziando a preoccupare un po’.

All’ora di pranzo la cosa iniziò a degenerare; non riusciva a pensare a nient’altro, il mal di testa aveva preso posto a tutti i suoi pensieri efficienti e non riusciva più a concentrarsi su niente; andò in farmacia e comprò delle pasticche, lei era contraria alle medicine ma per il momento non poteva fare nient’altro, aveva il sentore però che non sarebbero servite a molto e infatti il mal di testa non accennò a passare nè a diminuire, alla fine, rassegnata, decise di prendere un appuntamento con il dottore, cosa che lei odiava profondamente.

La mattina seguente sempre portandosi dietro il proprio mal di testa quasi fosse una specie di bagaglio scomodo si diresse quindi all’ambulatorio, aveva deciso di prendere un giorno libero, cosa che non accadeva da tantissimo tempo. Attraversò il paese e si diresse verso l’ambulatorio; arrivò il suo turno, fortunatamente non dovette aspettare molto; l’odore misto tra disinfettante e alcool che sentiva nella sala di attesa la infastidiva molto.

Riferì al dottore del forte mal di testa degli ultimi giorni, il dottore annuì e decise subito di procedere alla visita con gli elettrodi.

Le fece togliere l’inamidata camicetta di seta e la fece distendere sul lettino poi applicò degli elettrodi sulla fronte, sui polsi e vicino al cuore, le consigliò di chiudere gli occhi e rilassarsi, le avrebbe detto lui quando riaprirli.

Anna chiuse gli occhi e iniziò a sentire delle lievissime scosse in corrispondenza degli elettrodi, erano così leggere e lievi che piano piano si fece quasi cullare da quei piccoli impulsi e abbandonata sul lettino si addormentò.

“Signora Anna, signora Anna” il dottore la scuoteva leggermente e lei piano piano aprì gli occhi, l’immagine inizialmente era un po’ sgranata, proprio come quando appena svegli non si riesce a mettere a fuoco quello che si ha davanti, vedeva una specie di macchia color arancione; poi piano piano mise a fuoco l’immagine e davanti a suoi occhi si materializzò il dottore, o almeno quello che doveva essere, in realtà al posto del dottore vi era una aragosta gigante travestita da dottore (o il dottore travestito da aragosta, dipende dai punti di vista) li per lì fu molto colpita da questa trasformazione poi non se ne preoccupò più di tanto, l’aragosta dottore era molto gentile e la voce e i modi cordiali erano sempre gli stessi, inoltre il colore arancione le metteva un sacco di tranquillità e entusiasmo; ma chiaramente il mal di testa non era passato. L’aragosta le chiese di aspettare in sala d’attesa a breve avrebbe avuto la risposta dagli elettrodi così da capire quale era la miglior cura per lei. Uscì fuori dallo studio ma aprendo la porta si ritrovò in mezzo ad una fitta nebbia fumosa, che cosa strana…. Non capiva dove si trovava ma piano piano che la nebbia e il fumo diventavano più rarefatte si rese conto di essere all’interno di una sala da gioco; il fumo altro non era che il fumo di quattro gattoni umanizzati che stavano giocando a carte, uno di loro le fece un cenno con la mano o meglio con la zampa

“ Scusi per favore quattro cocktail martini e un po’ di noccioline se si può”

“Ben educati” pensò… Anna non si scompose era come se fosse già stata li infatti si diresse senza problemi verso il bancone del bar dove un cane baffuto le stava già preparando il vassoio con i cocktail e i salatini.

Non si scompose neanche quando arrivata al bancone notò la sua immagine, riflessa nello specchio alle spalle del barista cane, era una bellissima gattina color cipria e bianco con un musino dolcissimo e gli occhi giallo senape portava un grembiulino color bianco e nero che le segnava perfettamente la vita stretta e i fianchi; mentre il barista ultimava i cocktail si sistemò i peli sul muso attorno ai baffi e si pulì le zampette “ eh si era proprio una bella gattina” pensò.

Tornò al tavolo dal gioco e proprio come le gatte morte sanno bene fare diede una rapida occhiata ai giocatori, “Interessante quel gattone nero” pensò “Veramente uno sguardo affascinante, occhi celesti e muso spigoloso”…

non lo aveva mai visto prima, doveva essere sicuramente uno nuovo; gli passò accanto con fare felino strusciando leggermente la coda e poi tornò in sala a sistemare altri tavoli.

Nella sala c’erano delle lucertole che giocavano a biliardo, delle cornacchie che sedevano a starnazzare e bere, delle cinciallegre che giocavano a ramino e delle papere che giocavano a freccette.

Le piaceva quel lavoro inoltre era molto brava con i clienti, come gatta ci sapeva fare.

La serata di lavoro passò piacevolmente e in fretta e non perse mai di vista neanche per un secondo il gattone nero, che ogni tanto le mandava delle occhiate sotto i baffi. A mezzanotte si liberò dal suo grembiulino salutò il barcane e uscì, il suo turno era finito.

Riflette per un attimo su questa vita che comunque le era familiare, era bello essere una gatta, poteva sentire fortissimi gli odori, vedeva tutto più nitido e anche fino a molto più lontano, i suoi sensi erano raddoppiati e inoltre sapeva benissimo quel che doveva fare e dove doveva andare, era come se il suo istinto fosse accesissimo, era come se avesse sviluppato una specie di sesto senso, sapeva già infatti che il gattone nero sarebbe stato ad aspettarla fuori dalla porta… e così fu.

“Salve bella micina… dove va tutta sola, posso invitarla in un bel ristorantino proprio qua dietro l’angolo per uno spuntino della mezzanotte?”

“Mhhh mi lusinga… perché no…”

Il gatto nero agitò lentamente la coda e iniziò a zampettare sinuosamente, facendo strada alla micia; giusto a poche zampate dal locale c’era una bellissima fila di cassonetti un po’ nascosta dove di solito a quest’ora si potevano trovare tantissimi avanzi del ristorante di pesce li vicino.

Il gatto nero che per comodità chiameremo Romeo (i gatti non si danno mai nome, quella di dare il nome è una usanza solo umana) aiutò la nostra Anna a scalare il grande cassonetto e insieme si infilarono alla ricerca delle numerose leccornie.

Proprio mentre erano li a code alzate e baffi unti sentirono dei rumori di passi e un secondo dopo una stretta attorno al collo e poi tutto diventò buio; provarono a dimenarsi ma inutilmente; Romeo sapeva già di cosa si trattava, aveva già sentito varie volte parlare degli accalappia gatti, si aggiravano soprattutto nella notte, i gatti sparivano così nel nulla e adesso era toccato a lui e a quella povera micina.

Quando vennero liberati i due gatti si ritrovarono all’interno di una cella.

Non avevano la minima idea di dove fossero ma non doveva essere troppo lontano dato che non era passata neanche mezz’ora o per lo meno a loro sembrava così, ma la concezione del tempo nei gatti è veramente relativa, per fortuna almeno erano insieme.

La loro cella era abbastanza grande, anche fin troppo grande per contenere due gatti e in effetti in passato doveva essere stata una specie di prigione oppure una cantina, tutto era molto buio e non c’erano finestre ad accezione di una piccola feritoia con delle grate in cima al muro.

“Dobbiamo trovare il modo di uscire di qui”

“Si ma come? Il muro è molto liscio e non ci sono appigli per arrampicarsi”

“Dovremo cercare di comunicare con qualcuno all’esterno, quella finestra è l’unica nostra via di uscita…”

Proprio mentre diceva così videro dei forti bagliori provenire dalla grata precisamente una luce a intermittenza molto forte che si dipanava tra le sbarre…

Serie: Mal di testa


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fantasy, Fiabe e Favole

Discussioni

  1. Ciao Viola, anch’io sono felice di sapere che questa sarà una serie. Sai già che amo il taglio ironico dei tuoi racconti, non vedo l’ora di gettarmi nelle avventure di Anna la Gatta 😀

  2. Che fantasia! Complimenti. Ho apprezzato l’originalità, anche per il fatto che tu la finestra l’hai inserita alla fine. O meglio, per dare inizio e seguito a nuove peripezie. Alla prossima ?