
Mangiafuoco
Serie: Cuori Solitari
- Episodio 1: Credo che in Giappone
- Episodio 2: Parlando con la Luna
- Episodio 3: Lonely Hearts
- Episodio 4: L’Alba
- Episodio 5: L’insostenibile pesantezza dell’etere
- Episodio 6: Segno di Pace
- Episodio 7: Mangiafuoco
- Episodio 8: Le Parole Perdute
- Episodio 9: Inverno Nucleare
- Episodio 10: Il ragazzo di Sabri
STAGIONE 1
NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sempre vuol dire... mai.
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«Ora, cari bambini, fate attenzione…»
I bimbi, arrivati nei pressi della Chiesa di Santa Maria, iniziavano ad allungare il passo. Dopo aver superato la croce dei Cavalieri non riuscivano a trattenersi e si lanciavano, con la foga dei loro giovani anni, in una corsa sfrenata fino a raggiungere il grande spazio aperto, sull’altro lato dell’edificio: stava per iniziare l’ultimo spettacolo.
Nei pomeriggi invernali il sole elargiva, talvolta, un freddo chiarore e le mamme, che si affannavano a stare dietro ai piccoli, inutilmente tendevano loro le maglie di lana.
Il teatrino, una casupola di legno, li attendeva paziente nell’angolo opposto della piazza. Da lontano vi si poteva scorgere, sotto la tettoia, una scritta verniciata in nero: Antro di Mangiafuoco.
Quando cominciava lo spettacolo, una moltitudine di occhi sgranati seguiva ogni passo, fino al più piccolo movimento dei burattini che, animati dalle sapienti mani di Gustav, davano vita a storie appassionanti, dal lieto fine assicurato. Una volta terminate, il personaggio più amato dai piccoli spettatori, l’Omino di Sabbia, faceva scendere un secchiello di stagno legato a una corda per raccogliere le offerte.
Nessuno aveva mai visto il volto di Mangiafuoco. Gustav si nascondeva sotto sciarpe, cappelli, baveri alti. Se non fosse stato per i grandi occhi neri, scavati, dei globi ardenti di una fiamma intensa che si potevano scorgere nei pochi attimi in cui alzava lo sguardo, lo si sarebbe potuto considerare uno spirito errante.
Il sipario si chiudeva all’arrivo della sera. Gustav, dopo aver riposto con cura l’attrezzatura, racimolava tutti gli spiccioli, quattro o cinque corone nei giorni più fortunati. Restava molto più del necessario per essere certo che nei pressi non vi fosse nessuno; poi, chiuso il teatrino, si dirigeva con passo lento e irregolare verso il vicino Karlsbrücke, portando in una borsa le amate marionette.
La sua famiglia di legno e stoffa.
Considerava il buio come un fedele amico: in quella stagione, la notte scendeva rapida a Praga e sempre accompagnata dal freddo pungente. Quando lui imboccava il ponte, l’umidità della Moldava diventava una spessa coltre capace di offuscare la luce delle grandi lanterne, donandogli un che di spettrale. Talvolta diventava perfino difficile riconoscere la Torre all’altra estremità, il passaggio che portava alla città vecchia dove lui era nato. Viveva laggiù, in una mansarda malandata simile alle tante sparse nei vicoli del ghetto.
Gustav amava quel tratto di strada… gli sembrava ancora di udire le urla di Bertold, suo fratello più giovane, mentre partiva a gambe levate in direzione del Josefov:
– Gus, arrivo io per primo!
Sorrideva, Gustav. Ricordando sorrideva e, senza rendersene conto, superava la Torre voltando sulla Kreuzhernn Gasse. Quelli erano i più bei ricordi, le immagini di tempi duri eppure felici, quando il poco pane veniva diviso ma ci si abbracciava nelle notti fredde. Poi tutto era precipitato senza preavviso, senza scampo: il contagio, la morte. L’orfanotrofio. E, a perenne memoria, il viso deturpato, insieme a una gamba compromessa.
Una donna passava con la sua bambina nella direzione opposta. La piccola, incrociando Gustav, lo guardò e lui, distratto, alzò incautamente gli occhi. La mamma avvertì il fremito di paura della figlia che, istintivamente, le si era accostata al fianco; allora la strattonò, affinché si allontanassero velocemente. Lui ripiombò con lo sguardo a terra poi, in un impeto di ribellione, lo sollevò verso il firmamento: ma quante, quante volte aveva ammirato lo scintillio delle stelle, mentre il suo grande cuore bruciava.
Rassegnato proseguì lungo la Salniter, costeggiando il vecchio cimitero. Le mura ne impedivano la vista eccetto all’altezza dell’ingresso dove, attraverso le inferriate del cancello, si potevano scorgere le tombe più vicine con le lapidi che, intrecciandosi, si sovrapponevano. Non c’erano fiori come nei luoghi di sepoltura cristiani, ma solo il silenzio della pietra: e a Gustav piaceva così. Quella era una tappa che lui non voleva mancare, pochi istanti di pausa per scrutare verso il limite meridionale, in direzione della sinagoga. Talvolta gli capitava di incrociare il guardiano che illuminava fiocamente i viottoli con la sua lanterna; ma molto, molto più spesso non c’era che buio laggiù.
Eppure, era un buio che parlava.
Una manciata di minuti dopo, saliva lento le scale verso la mansarda. Lunghe rampe che gli ricordavano, a ogni claudicante passo, come la vita l’avesse costretto in un angolo: i locali dei piani bassi richiedevano affitti ben più alti. Troppo per chi, come lui, si guadagnava da vivere muovendo dei burattini.
La sua era una stanza disadorna, sotto un soffitto attraversato da possenti travi. Sulle assi del pavimento, ormai logore e annerite, niente più che l’indispensabile. Nel mezzo una stufa, collegata al soffitto da una canna, faceva da cucina contrastando, allo stesso tempo, il freddo che si insinuava dagli spifferi delle due finestre, da cui si potevano scorgere i tetti del Josefov.
Gustav, entrando, accendeva la legna per preparare una cena frugale che poi consumava lentamente, seduto a ridosso del muro. L’illuminazione delle candele, con il suo tremolio, agitava le ombre attorno dando vita a ciò che vita non possedeva.
Tutto era spietatamente immutabile: gli stessi movimenti, il medesimo silenzio, giorno dopo giorno, sera dopo sera. Gustav viveva la sua esistenza come una lunga, rassegnata attesa, un viaggio il cui unico scopo sembrava quello di giungere al termine quanto prima possibile, per poter abbracciare le anime che riposavano laggiù, nel vecchio cimitero. Ma la nostalgia del ricordo, tanto prossima a una sofferenza, gli sussurrava in ogni istante che non era giunto il suo momento, che faceva ancora parte del mondo dei vivi.
Perché l’unico vero segno distintivo della vita restava, su tutto, il dolore.
Prima di spegnere le candele, Gustav si avvicinava alle finestre. Gli piaceva quell’attimo in cui poteva guardare Praga da lassù, quando i lumi delle case sembravano lucciole e la Moldava, nelle chiare notti di Luna, rimandava un riflesso scintillante: tutto sembrava lontano e niente, niente poteva far male. Ma nel momento in cui tornava alla realtà scivolava con lo sguardo, senza poter far nulla per impedirlo, lungo la parete seguendone le asperità per poi curvare nell’angolo e, ricalcando la linea della mensola, fermarsi sull’unica cornice presente in cui un’immagine, animata dalla luce tremolante, sembrava ardere più del fuoco dietro a lui.
E ogni sera tornava a stringere la mano di Bertold davanti ai genitori che, vestiti bene per l’occasione, fissavano sereni l’obiettivo.
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Serie: Cuori Solitari
- Episodio 1: Credo che in Giappone
- Episodio 2: Parlando con la Luna
- Episodio 3: Lonely Hearts
- Episodio 4: L’Alba
- Episodio 5: L’insostenibile pesantezza dell’etere
- Episodio 6: Segno di Pace
- Episodio 7: Mangiafuoco
- Episodio 8: Le Parole Perdute
- Episodio 9: Inverno Nucleare
- Episodio 10: Il ragazzo di Sabri
Mi rivolgo a @ChocolateStreet-11 , lieto di aver suscitato il suo interesse e orgoglioso per lo spessore che attribuisce al mio personaggio, tanto da pensarlo come possibile protagonista di una storia di ampio respiro.
Ma questa fine autrice merita molto più dei semplici, ancorché sentiti, ringraziamenti. E allora sarò Robért fino in fondo.
C’è un apprezzamento particolare nelle sue parole che ha il raro pregio di essere utile e, al contempo, sa regalare un’intima soddisfazione. O chissà, ce lo voglio vedere io: è parlare di quel lato oscuro che sembra prendere, intrigare. Che, percepisco io, rende Gustav tremendamente vero.
È bellissimo intuirlo da una lettrice e spero di aver sentito giusto.
Per quanto riguarda poi il creare una storia, sarebbe possibile sì, ma avrei bisogno di un altro personaggio che possa bilanciare e allargare la sfera del protagonista. Credo che una donna, caratterizzata da un altrettanto peculiare, misterioso lato ma stavolta “clear”, sarebbe una perfetta anima gemella.
Chi allora meglio della Lady Crane di Sleepy Hollow, conoscitrice dei misteri della “magia bianca”, capace di far sognare con le sue parole incantate, con i suoi giochi d’illusione?
Grazie, Rita.
Rispondo a @biro , l’indizio si riferisce alla chiesa iniziale, tuttora esistente, su cui svetta la Croce dei Cavalieri di Malta.
In questo racconto Gustav e Praga sono ugualmente protagonisti. Le descrizioni si intrecciano così bene con l’animo del burattinaio tanto da dare l’impressione che la città in cui ambientare il racconto dovesse Praga. Cioè, è forse una suggestione dovuta alla lettura, ma mi sembra che ambientato altrove non avrebbe funzionato alla stessa maniera.
Robért allega spesso dei brani musicali ai suoi testi ebbene, in questo caso anche la musica si lega al racconto. A parte la diretta citazione al testo della canzone è proprio la musica a essere azzeccata, si fonde con la storia narrata.
Manca forse il riferimento temporale, ma forse no: i nomi dei luoghi sono in tedesco per via dell’impero Austro-ungarico?
Quando a recensire è Francesco Pino, devo essere sincero, ho un attimo di esitazione prima di aprire. Gli riconosco, senza paura di essere smentito, un’attenzione ai dettagli molto, molto accurata. E che sia chiaro, ciò non può che essergli ascritto a grande merito: perché da questa parte, lo dico con tutta la doverosa umiltà, ve ne risiede altrettanta. Ma l’errore è sempre in agguato.
Anche in questo caso Francesco centra uno dei nodi più ingarbugliati per me che ho lavorato, su questo piccolo testo, dall’inizio dell’anno a fasi alterne. Parliamo della cornice temporale su cui ho voluto, come se non bastasse avventurarsi in foto, mappe, carte dell’epoca, cimentarmi con una sfida grammaticale: l’utilizzo massivo dell’imperfetto. In sostanza, desideravo riuscire a far passare un’idea vaga ma non precisa, cioè non una fotografia di un giorno, un mese, bensì una vita intera dentro quel certo lasso di tempo. E Francesco, argutamente (avverbio che utilizzo spesso con lui) ha notato che la toponomastica è in tedesco, caratteristica propria della città austro-ungarica. D’altro canto, è pur vero che il periodo imperiale copre molto più di un decennio ma ciò che volevo era proprio quella “atmosfera” che mi sembra, dalle parole di Francesco, aver in qualche modo abbracciato. Si, Praga era perfetta, e se di suggestione si è trattato allora tutto ha funzionato a meraviglia: la razionalità politica/sociale/filosofica la lasciamo ai tuttologi, che restino fuori dai nostri racconti. Qui costruiamo sogni.
Aggiungo io qualche dettaglio. Per esigenze narrative, idealmente mi sono posto nel periodo 1900-1910. Per fortuna, alcune mappe dell’epoca (poche realmente leggibili, in verità) mi hanno permesso di identificare un percorso credibile e verosimile, come spiegato nella precedente recensione. II Ponte Carlo era l’unico esistente, a quel tempo, che mi permetteva l’accesso al Josefov dalla direzione che desideravo. In definitiva, ho dovuto verificare la presenza delle strade, dei ponti, dei giardini (inizialmente avevo pensato ai Giardini di Vojan per il teatrino, ma sono stati aperti al pubblico nel 1957…), di una piazza che si prestasse a rappresentazioni del genere.
Piccola digressione per amiche/amici di Roma: troverete in rete le immagini, anche anni ’70, del teatrino dei burattini al Gianicolo.
Termino il discorso toponomastico, per fortuna ho individuato una chiesa, da quanto ho letto la più antica di Praga, che mi ha permesso di concentrare il tutto in un raggio plausibile e realistico per l’epoca. Mi farebbe davvero piacere che qualcuno la identificasse perché è di una bellezza incredibile, ne ho dato un indizio fondamentale nel testo.
Un ringraziamento particolare poi per aver apprezzato la musica che si, tanta parte ha avuto nella composizione. A ridosso del Natale precedente avevo rappresentato a Marilyn l’idea balzana di voler scrivere qualcosa su un burattinaio, e lei se ne è uscita fuori con questo gioiellino dei Rammstein. Per la cronaca, il testo parla degli incubi, se avete letto E.T.A. Hoffman con il suo Uomo della Sabbia troverete attinenze. Il riferimento al Sandmännchen è stato quindi un tributo sentissimo, l’unico fuori contesto ma assolutamente voluto, perché l’ho trovato perfetto per la mia trama.
Un ringraziamento di cuore a Francesco.
Ho provato a rintracciare parzialmente il tuo lavoro di ricerca, mi sono perso 🙂 Deve essere stato un lavoro piuttosto impegnativo, a riprova che dietro quello che si scrive c’è spesso tanta roba, molto più di quello che leggiamo.
L’indizio di cui parli potrebbe essere la sinagoga (Vecchia-Nuova?), quale riferimento per trovare il sud?
Ho letto L’uomo della sabbia più di 30 anni fa e si, deve aver ispirato i Rammstein come sicuramente anche i Metallica nella canzone Enter Sandman.
Riallacciandomi a quanto risposto a @ChocolateStreet-11 , il personaggio è “Sandmännchen”.
Un altro viaggio sorprendente. Questo personaggio, Gustav, è il mio preferito al momento. La sua descrizione è stata così intensa da darmi quasi l’impressione di averlo davanti, a fissarmi con quei suoi occhi colmi di conflitto e maledizione. Il fatto che sia un uomo che mette suggestione, paura con la complicità delle ombre, ma che si guadagni da vivere grazie all’intrattenimento per bambini, lo rende “tridimensionale”. Per dire che, è talmente assurdo, che potrebbe essere vero.
La tua narrazione è come sempre incalzante, avvincente e ci sono talmente tante frasi che mi hanno colpita, (come “la sua famiglia di legno e stoffa”) che risulterei tediosa a citarle tutte.
Importanti queste parole da chi, come te, dimostra sempre un’attenzione particolare verso il mondo dell’infanzia. E per nulla scontate, tanto da farmi riflettere sul personaggio da me pensato che, dopo le tue considerazioni, mi appare per ciò che forse è davvero, perfino ampliato.
Mi riferisco al “conflitto” di cui parli. Sai, quando si scrive non si ha mai davvero certezza di ciò che arriverà dall’altra parte e, al contempo, quello che torna può colpirti, sorprendendoti. Così d’improvviso ho aperto gli occhi, attraversato da una sorta di messaggio subliminale: hai ragione, i contrasti sono a tinte forti. Mi spiego solo ora perché sia uscita fuori quella clip musicale da cui ho tratto ulteriore ispirazione… il momento in cui il protagonista guarda il firmamento lo puoi osservare, tu e tutti i lettori, sia in video che, spero vivamente, nel testo.
Nel mio Mangiafuoco c’è un fuori e un dentro… i due aspetti si contrappongono sfregando uno contro l’altro. La speranza è che questo incontro-scontro non abbia prodotto rumore, ma musica.
Sono particolarmente contento poi di condividere con te, autrice votata a farci vivere le favole, la storia dell’Omino di Sabbia, personaggio reale citato nelle prime righe del racconto, che ha fatto felici i bambini della DDR ogni sera per la bellezza di circa sessant’anni. Ancorché poco noto da noi, ti invito ad ascoltare la sigla della celebre serie, composta da un musicista importante dell’epoca. Ogni episodio di “Sabbiolino” iniziava cosi: “Nun, liebe Kinder, gebt fein acht…”, stessa frase che apre il pezzo musicale e, superfluo dirlo, anche il mio incipit nella traduzione italiana. Questa di Sabbiolino è l’unica immagine fuori contesto in una Praga dei primi anni ‘900 dove, dopo una ricerca che non immaginavo tanto difficile (e appassionante), ho idealmente ambientato il tutto. La toponomastica resta assolutamente fedele, e le due vie che compaiono sono nulla in confronto alle decine viste per crearmi un percorso realistico, verosimile. Senza citare le innumerevoli sfumature, i dettagli, le curiosità trovate… la dico tutta, a me sembra di aver girato Praga cento volte più di qualsiasi altro turista. A me sembra di averla posseduta questa città.
Del resto Mangiafuoco meritava una cornice unica perché, te lo confesso, l’ho amato sin dal primo istante.
Ti rinnovo la mia più grande considerazione… la tua attenzione è fonte per me di viva, vibrante, positiva ispirazione.
A quanto pare, questa di Sandman è la figura in auge del momento. Lo affermo perché ne sto vedendo varie rappresentazioni in giro per la rete e poi c’è anche quella serie su Netflix che ha fatto un discreto successo. Non nego che sia un personaggio affascinante per l’ambiguità che lo avvolge, (nato per i bambini, lavora esclusivamente con il favore delle tenebre). Grazie al tuo riferimento a Sabbiolino, ora conosco qualcosa in più a suo riguardo. Mi sono informata e ho constatato con molto interesse che c’è stata una sua evoluzione nel tempo.
Il tuo mangiafuoco ne ha tratto inspirazione, (da quello che mi è parso di capire) tuttavia ha una peculiarità sinistra che lo distingue. Permettimi dunque di spronarti a sviluppare per lui una storia, che gli permetta di dimostrare il suo spessore.
Indovina quale libro mi hai ricordato? Ma certo, “Il cimitero di Praga” di Umberto Eco
Non lo conoscevo. Dando uno sguardo alla trama mi sembra che, titolo a parte, non ci sia poi molto in comune. Per la cronaca, mi sono dovuto documentare un bel pò, non senza difficoltà, sulla Praga in cui si muove Gustav.
Grazie della lettura.