
Manicheismo di Potere
Maylin Chen osservò il sole tramontare sul Pacifico dalla finestra del suo ufficio al Ministero degli Esteri di Pechino. Le luci della città iniziavano ad accendersi, riflettendo la crescente potenza della Cina sulla scena mondiale. A 35 anni, Maylin era già una delle diplomatiche più promettenti del paese, nota per la sua abilità nel navigare tra le acque torbide della geopolitica.
Il suo telefono vibrò. Era una notifica dell’agenzia di stampa statale: “La Cina annuncia piani per una base navale nelle Isole Salomone”. Maylin sorrise. Mesi di negoziati segreti stavano finalmente dando i loro frutti.
A migliaia di chilometri di distanza, in un ufficio al Pentagono, Michael Hope sbatté il pugno sulla scrivania. “Dannazione!” esclamò, fissando lo stesso titolo sul suo schermo. A 40 anni, Michael era considerato uno dei massimi esperti di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. La sua missione? Contenere l’espansione dell’influenza cinese nel Pacifico.
“Dobbiamo agire, e in fretta” disse Michael al telefono con l’ammiraglio Jensen. “Questa base minaccia direttamente i nostri interessi nella regione. Propongo di aumentare immediatamente la nostra presenza navale e aerea.”
Nei giorni successivi, Maylin e Michael si trovarono al centro di una tempesta diplomatica. Mentre i media globali dipingevano scenari apocalittici di una nuova Guerra Fredda, i due lavoravano instancabilmente per far prevalere le loro visioni contrastanti del futuro ordine mondiale.
Per Maylin, la base nelle Salomone era un passo necessario verso un mondo più equilibrato. “Per troppo tempo” spiegò in un’intervista alla CCTV “abbiamo vissuto in un sistema unipolare dominato dagli Stati Uniti. Questo ha portato a guerre, instabilità e sfruttamento. La Cina offre un’alternativa: uno sviluppo pacifico e reciprocamente vantaggioso.”
Michael, parlando alla CNN, dipingeva un quadro molto diverso: “La Cina sta cercando di soppiantare l’ordine internazionale basato su regole che ha garantito pace e prosperità per decenni. Se permettiamo loro di stabilire una presenza militare in punti strategici, mettiamo a rischio la libertà di navigazione e la sicurezza dei nostri alleati.”
Mentre la retorica si intensificava, entrambi lottavano con dubbi e pressioni interne. Maylin si trovò a discutere animatamente con il generale Li, un falco dell’esercito che spingeva per una dimostrazione di forza più esplicita.
“Dovremmo condurre esercitazioni militari su larga scala nella regione” insistette Li. “Mostriamo agli americani che non possono più dettare legge nel Pacifico.”
Maylin scosse la testa. “Generale, rispetto la sua opinione, ma un’escalation militare in questo momento sarebbe controproducente. Il nostro obiettivo è rassicurare i nostri vicini, non spaventarli spingendoli nelle braccia degli americani.”
Nel frattempo, Michael affrontava le critiche del senatore Hawkins, un noto interventista. “Hope, la tua risposta è troppo debole” tuonò Hawkins durante una riunione del Comitato per le Relazioni Estere. “Dovremmo imporre sanzioni economiche immediate alla Cina e minacciare di tagliare i rapporti diplomatici con le Salomone se non annullano l’accordo.”
Michael mantenne la calma, ma internamente era frustrato. “Senatore, con tutto il rispetto, le sanzioni in questo momento farebbero solo inasprire il conflitto. Dobbiamo essere fermi, ma anche cauti per evitare una spirale di escalation che nessuno può controllare.”
Mentre la crisi si intensificava, sia Maylin che Michael iniziarono a sentire il peso delle loro responsabilità. Una notte, Maylin si ritrovò a fissare una foto della sua famiglia. I suoi genitori avevano vissuto la povertà e le turbolenze della Rivoluzione Culturale. Lei era cresciuta ascoltando storie di umiliazione e debolezza della Cina di fronte alle potenze occidentali. “Sto davvero contribuendo a creare un mondo migliore” si chiese “o sto solo perpetuando un ciclo di conflitto e sfiducia?”
Michael, dal canto suo, passava notti insonni ripensando alla sua esperienza in Afghanistan. Aveva visto da vicino il costo umano degli interventi militari americani mal pianificati. “Stiamo davvero difendendo la libertà” si domandò “o stiamo solo cercando di mantenere un’egemonia che sta naturalmente evolvendo?”
La situazione raggiunse il punto di ebollizione quando un cacciatorpediniere americano e una fregata cinese si sfiorarono nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale. L’incidente, sebbene senza conseguenze immediate, fece temere a molti che una scintilla potesse innescare un conflitto aperto.
Fu in questo clima di tensione che Maylin ricevette una chiamata inaspettata. Era l’ambasciatore svizzero a Pechino. “Ms. Chen” disse con voce grave “ho un messaggio da parte di un certo Mr. Hope del governo americano. Chiede un incontro riservato con lei a Ginevra. Dice che è una questione di massima urgenza.”
Maylin esitò. Un incontro segreto con un funzionario americano in questo momento era rischioso. Se fosse trapelato, poteva essere visto come un segno di debolezza o, peggio, di tradimento. D’altra parte, se c’era anche solo una piccola possibilità di disinnescare la crisi…
“Hǎo de, accetto” disse infine. “Ma dev’essere mantenuto nella massima segretezza.”
Tre giorni dopo, Maylin e Michael si incontrarono in una sala conferenze anonima di un hotel ginevrino. L’atmosfera era tesa, carica di diffidenza e aspettative contrastanti.
“Mr. Hope” iniziò Maylin “apprezzo la sua iniziativa, ma spero capisca che la posizione della Cina non è negoziabile. La base nelle Salomone è un fatto compiuto.”
Michael annuì lentamente. “Ms. Chen, sono qui perché credo che siamo sull’orlo di un precipizio. Nessuno di noi vuole una guerra, ma le nostre azioni stanno creando una dinamica che potrebbe sfuggire al nostro controllo.”
Per le successive ore, i due si confrontarono aspramente. Dibatterono di storia, ideologia, economia. Maylin sottolineò come l’ascesa della Cina fosse inevitabile e naturale, un riequilibrio dopo secoli di dominio occidentale. Michael controbatté parlando dei rischi di un mondo dominato da un regime autoritario.
Gradualmente, però, qualcosa cambiò. Forse fu la stanchezza, o forse il riconoscimento reciproco di due persone intelligenti e dedicate al bene dei loro paesi. Iniziarono ad ascoltarsi veramente, a cercare punti di contatto invece che di scontro.
“Forse” disse Maylin dopo una lunga pausa “stiamo entrambi combattendo battaglie del passato. La Cina non vuole dominare il mondo, Mr. Hope. Vogliamo solo il rispetto e la sicurezza che ci sono stati negati per troppo tempo.”
Michael sospirò. “E forse noi americani dobbiamo accettare che il mondo sta cambiando. Ma Ms. Chen, dovete capire che i nostri timori per la libertà e i diritti umani sono genuini, non solo una scusa per mantenere il potere.”
All’alba, esausti ma con una nuova comprensione reciproca, Maylin e Michael abbozzarono un piano. Non era una soluzione definitiva, ma un primo passo. La Cina avrebbe limitato le dimensioni della base nelle Salomone e accettato ispezioni internazionali. Gli Stati Uniti, in cambio, avrebbero allentato alcune restrizioni commerciali e tecnologiche.
“Non sarà facile vendere questo accordo ai nostri governi” disse Michael mentre si preparavano a partire.
Maylin sorrise stancamente. “No, non lo sarà. Ma è un inizio. E forse, col tempo, possiamo costruire qualcosa di più duraturo.”
Mentre uscivano dall’hotel, il sole sorgeva su Ginevra. Maylin e Michael si scambiarono un ultimo sguardo di cauta speranza prima di salire sulle loro rispettive auto blindate. Un saluto fugace e d’improvviso, un boato scosse la città. Una bomba piazzata sotto i mezzi bruciò i loro corpi e insieme a loro, sparirono i propositi di pace in nome di una egemonia politico-militare, congenitamente incapace di riconoscere l’altrui pensiero.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Mi piace le geopolitica!
il dualismo del pensiero è insito nella natura dell’uomo, dalle più alte cariche di stato fino alle dispute condominiali