Marco
Marco avrebbe potute udire a distanza di km le onde infrangersi sulla scogliera di s’Arany tanto era il suo amore per quei luoghi e per quel rumore denso di significato.
Il rompersi delle onde come simbolo della vita, con inaudita veemenza o come una dolce carezza ogni piccola goccia d’acqua finirà per sbattere sugli scogli rompendo le molecole che la compongono mentre il mare, quella grandissima pozza d’acqua che ricopre la maggior parte della sfera terrestre, che se la fissi dall’alto, in lontananza, sembra ferma immobile, non cesserà mai d’esistere, rigenerandosi, di volta in volta, come un infinito inafferrabile per l’essere umano.
Marco, di quella grande manifestazione di forza, sentiva di farne parte, di essere una delle tante gocce che ne compongono l’essenza, che ne assicurano la vita, aveva altresì la certezza che fino a che non si fosse infranto sugli scogli avrebbe trovato rifugio e pace interiore ad ascoltare proprio quello stesso mare standosene disteso sulle mura del belvedere di Dalt Vila, con gli occhi chiusi in uno stato d’estasi interiore, non aveva infatti bisogno di niente, un continuum con l’infinito, le estremità del suo corpo solo un inganno del mondo fenomenico.
Nella frenesia di un’isola regalata alla movida e alla confusione era quello il suo piccolo pezzo di paradiso, il distributore dove fare il pieno d’energia.
Era fortunato Marco, dovrebbero averlo tutti un eden personale, quello spazio nascosto ed inviolabile, rifugio della mente e ristoro dell’anima, quel luogo che racchiude sogni, segreti e paure e che piu’ d’ogni altro ci rappresenta e ci fa sentire al sicuro; spesso infatti ci si dimentica che la felicità sta nella semplicità, nessuno è più’ ricco di un uomo in armonia con se stesso e con il mondo che ha intorno.
Oramai però si era fatto tardi e, per quel ragazzo, c’erano ancora mille cose da fare in un’Ibiza che non dorme mai e si concede a tutti come una puttana da quattro soldi, di quelle che hanno un tesoro dentro e non lo sanno.
Marco con passo veloce scese dalla città antica fino a ritrovarsi in Vara de Rey per poi arrivare in plaza del parque dove era ubicato il ristorante per cui lavorava.
Chi l’avrebbe mai detto di ritorvarlo li, nell’isla blanca, luogo che aveva tanto sognato occupando i suoi pensieri più’ d’ogni altra cosa al mondo, del resto è proprio vero che la vita ti sa sorprendere se impari a lasciarti trasportare.
Fu esattamente ciò che fece Marco dopo notti insonni e mesi diventati poi anni a pensare, a dubitare se trasferirsi a Ibiza o meno e poi, finalmente, due anni addietro decise di non decidere, lasciò che fosse il suo cuore a trascinarlo li.
Non si può infatti, in alcun modo, cercare di controllare ciò’ che è più’ grande di noi, chi lo fa viene vinto, l’unica maniera per ricercare la felicità è sfruttare le correnti, lasciare che il vento rompa l’inerzia e godersi il viaggio qualunque esso sia, cibarsi di ogni attimo, solo così’ sapremo chi siamo e dove siamo diretti.
C’è chi passa una vita intera alla ricerca, chi non se ne cura e chi, come Marco, attraverso un tortuoso e difficile viaggio introspettivo inizia, poco a poco, a sciogliere la nebbia che offusca la visione.
Non si ha bisogno di certezze ma è proprio nell’incertezza che si cela la sicurezza di un’esistenza viva e felice.
Plaza del parque è un rettangolo su cui si affacciano le terrazze dei numerosi locali che la occupano, un luogo molto turistico dove è possibile incontrare tante persone, proprio per questo, ancor prima di trovar lavoro in uno dei ristoranti presenti, Marco adorava sedersi in una delle poche panchine pubbliche presenti e stare a guardare.
E’ possibile infatti cogliere un’atmosfera rilassata, un luogo a dimensione umana, lontano dagli eccessi di altre zone della città e dell’isola.
Si divertiva a osservare la moltitudine di persone che giornalmente si alternano e le dinamiche che si vengono a creare.
E’ una sorta di crocevia della città poiché è possibile incontrare la tranquilla famiglia, il gruppo di ragazzi in cerca di forti emozioni, coppie di ogni genere e orientamento sessuale ed anche qualche sbandato, di quelli che sull’isola ci son rimasti in tutti i sensi.
Marco iniziò il servizio e, come sempre durante il mese d’agosto, non fece in tempo a indossare la divisa che fu un susseguirsi di ordini, di bevande e piatti da servire e di tavoli da rimpiazzare.
Si trattava di un lavoro che può risultare logorante se affrontato nella maniera sbagliata ma il ragazzo aveva sempre un sorriso per tutti, amava stare tra la gente e, se possibile, cercava di scambiare due parole con i clienti.
Era affascinato da quel grande melting pot che popola l’isola d’estate, gli capitava infatti di parlare con gente di ogni dove e di opposte classi sociali: dai giovani di periferia in cerca del loro momento di gloria ai ricchi rampolli interessati ad ostentare piu’ che a godersi la magia del luogo, dal vecchio che andava a Ibiza sin da quando era un’isola hippie all’ibizenco che li ci era nato e amava visceralmente la sua terra.
Ogni persona è un vecchio baule pieno di oggetti che non ci interessano ma, a forza di tirar fuori le cose, ne esce sempre almeno una per cui valga la pena rovistare, era questa la filosofia di Marco che, anche fugacemente, cercava nei suoi dialoghi di superare lo strato melmoso dell’anima per scoprire cosa nascondesse.
Un’altra notte di lavoro era finita e lui? Era li fermo, ancora in plaza del parque, cercando quell’aroma unico che contraddistingue una sera da tutte le altre, era un geloso custode dei ricordi nei quali amava tuffarsi nei momenti liberi alla ricerca d’ispirazione. Chiudeva gli occhi ed era capace di vedere il mondo nascosto, ciò che si cela nelle parole non dette, negli sguardi non corrisposti, nei sorrisi beffardi, negli angoli d’ombra di una città in realtà splendente.
Aveva il cuore pieno e lo stomaco intasato, tante erano le emozioni che era in grado di provare ma che non riusciva a buttare fuori, sentiva di non esserne capace, in realtà non ne era ancora pronto, era così tanta la sua attenzione per il mondo circostante che non si era dato tutto il tempo necessario per conoscere appieno quello interiore.
Quella sera erano così forti il desiderio e ancor piu’ la necessità di vomitare via tutto quel confondersi di sensazioni che, tornato a casa, si sedette davanti al computer per scrivere, era un vulcano in punto d’eruzione, scelse quindi una pagina word come miglior amico a cui purtroppo non fu capace di confidare niente, neanche stavolta aveva trovato le parole adatte, in compenso però si ritrovò, la mattina seguente, ad aver dormito poco e a dover affrontare la giornata in deficit di energie.
Grazie Miller.
In realtà più che un racconto è il primo capitolo di una storia più lunga che ho scritto.
Nel tuo racconto si sente tutto il modo di vivere pieno che narri di Marco, un racconto tondo e circolare, così zeppo di riflessione da sembrare una voragine senza fine in cui il lettore fa la trottola fra queste tue parole, davvero interessante questa pienezza, bravo!