Marco non sta bene

Serie: Filo rosso


Marco fa una vita disordinata, ma sarà costretto a cambiarla. Quando si innamorerà imparerà cosa è importante prima di perdere il suo amore.

Secondo una leggenda cinese, tutte le persone hanno legato, al mignolo della mano sinistra, un filo rosso che le unisce alla persona amata. Questo filo è indistruttibile e i due amanti sono destinati a incontrarsi.

Marco era schizofrenico. Suo padre abbandonò lui e sua madre poco dopo la sua nascita. Antonella aveva tentato di educarlo nel modo giusto, ma lui non ascoltava.

A dodici anni cominciò a fumare sigarette. A quindici aggiunse la marijuana e l’alcol. Lasciò la scuola poco dopo. A quel punto scoprì la cocaina. Per un po’ riuscì a mantenersi da solo, poi cominciò la violenza. Spaccò la faccia a un altro ragazzo in un bar, solo perché lo guardava. Fu condannato a un anno di lavori socialmente utili e a non poter lasciare la regione.

Di lavorare non aveva più voglia. Ovviamente non aveva la possibilità di farsi di cocaina, con i pochi soldi che gli dava Antonella. Così cominciò a rubare.

Un giorno era sul balcone a fumare una sigaretta. Dal vicino campo sportivo sentiva le voci dei ragazzi che giocavano. Abitava in un piccolo paese e riconobbe la voce di Daniele. Indossò velocemente il giubbotto e andò lì. L’entrata aperta era stata lasciata incustodita. La partita di calcetto si svolgeva alle spalle degli spogliatoi. Entrò nell’edificio dall’altro lato. A sinistra c’era un televisore acceso, c’era qualcuno, ma lui non fece rumore. Andò a destra dove erano appesi tutti i giubbotti. Quello che gli interessava era di Daniele: era verde militare. Mise la mano nella tasca sinistra e prese in un colpo solo tutto ciò che trovò nascondendolo.

Tornò a casa sua, diede un’occhiata alla refurtiva. Tirò fuori un accendino, un pacco di sigarette Marlboro e venti euro. Aveva appena finito le sigarette, così aprì il pacchetto e trovò tre canne già rollate: meglio di quanto credesse. Ne accese una subito e la fumò con gusto sempre sul balcone dove poteva perfino vedere i ragazzi giocare. Più tardi uscì, andò al bar e bevve un paio di birre. Fumò la seconda canna in un vicolo, sempre da solo. Verso le ventuno, Nico lo chiamò dicendogli di incontrarsi nel seminterrato di casa sua. Marco si diresse con calma al locale. Arrivato lì trovò anche Daniele. Parlarono per un po’.

«Non sapete che mi è successo», disse Daniele. «Mi hanno rubato le ultime canne che avevo e anche venti euro. Non ho niente da fumare».

Marco si pentì per un attimo. Poi tirò fuori una delle canne di Daniele.

«Non ti preoccupare, ti faccio fumare io».

Daniele rimase contento e lo ringraziò pure.

La mattina dopo, poco prima dell’alba, sentì delle voci.

«Accenditi una sigaretta figliolo», era suo padre.

Marco si alzò dal letto. Aprì la finestra.

«No! Chiudila!»

«Va bene, papà», chiuse la finestra e accese la sigaretta.

«Bravo! Così si fuma», la voce era allegra e Marco fumò l’intera sigaretta riempiendo di fumo la stanza.

«Vieni in piazza, ti aspetto».

Cominciò a vestirsi in fretta.

«No! Non mettere i pantaloni».

«Va bene, papà».

Sua madre si svegliò per l’odore del fumo, dopo che Marco aveva lasciato aperta la porta della sua stanza. Quando Antonella uscì dalla sua camera da letto, Marco uscì sbattendo la porta.

La notte era fresca. Per la via c’era soltanto lui senza pantaloni. Giunse nella vicina piazza in poco tempo. Non aveva vergogna di farsi vedere in mutande, non vedeva l’ora di abbracciare suo padre, ma in piazza trovò solo un cane randagio.

Si sedette davanti alla saracinesca di un bar e cominciò a piangere.

«Perché, papà?», diede un pugno al ferro dietro di lui.

Si alzò, si girò e cominciò a colpire con calci e pugni la saracinesca, facendo un gran baccano mentre urlava bestemmie.

Una signora, che abitava sopra il bar, chiamò i carabinieri. Arrivarono dopo pochi minuti. Marco non si accorse nemmeno di loro, mentre continuava a picchiare contro l’entrata del bar. La saracinesca era ormai tutta ammaccata. I due carabinieri arrivarono da dietro e gli presero le braccia. Aveva tutte le nocche che sanguinavano. Lo portarono in macchina, mentre lui si dimenava. Dopo un po’ si calmò e ricominciò a piangere.

«Perché picchiavi la saracinesca, Marco?», i carabinieri lo conoscevano già.

«Mio padre non si è fatto vedere».

«Chi è tuo padre? Come si chiama?», sapevano che abitava solo con sua madre.

«Antonio».

«Perché non hai i pantaloni?»

«Lui mi ha detto di non metterli per incontrarlo in piazza».

I due carabinieri si guardarono in faccia, ma erano seri.

«Tua madre dov’è?»

«A casa. Sta dormendo».

Lo portarono in caserma. Gli chiesero il numero di casa e chiamarono Antonella che non stava dormendo. Marco aveva lasciato il cellulare a casa e lei era preoccupata. Quando sentì che erano i carabinieri gli scappò un urlo, pensò che avesse spaccato la faccia a qualcun altro. Il carabiniere la tranquillizzò e gli chiese di andare in caserma. Subito dopo, chiamarono anche la guardia medica.

Antonella arrivò lì agitatissima. Aveva pensato a mille cose che poteva aver fatto Marco, ma non si aspettava affatto di trovarlo in mutande.

«Cosa hai fatto? Che è successo? Perché sei senza pantaloni?», non sapeva cosa pensare, poi vide il dottore.

I carabinieri le spiegarono ogni cosa. Marco era diventato catatonico. Sembrava non accorgersi di quello che succedeva intorno a lui. Il dottore dovette chiamarlo più volte prima che si riscuotesse.

«Devi stare qualche giorno in ospedale. Considerala una vacanza».

Marco non disse niente.

Sua madre si offrì di accompagnarlo nel reparto psichiatrico del vicino ospedale. Lo portò prima a casa e lo fece vestire. Poi si misero in macchina. Marco non parlò durante tutto il viaggio. Si guardava intorno osservando gli alberi, il cielo, il sole, gli uccelli e immaginava di poter volare. Antonella, ogni tanto, lo guardava chiedendosi cosa gli stesse succedendo. Non avrebbe voluto portarlo in ospedale, ma era per il suo bene.

«Ho sete», disse Marco senza spostare gli occhi dal panorama.

«Siamo quasi arrivati», non aveva portato acqua con sé per la fretta.

«Dove mi porti, mamma?»

Era la stessa domanda che gli faceva quando era piccolo e lei lo portava in giro facendogli delle sorprese. Antonella sentì le lacrime agli occhi.

«Starai bene, vedrai».

Serie: Filo rosso


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Anch’io ho familiarità con questo tipo di disturbo. Quando ho letto le prime righe ero un po’ a disagio, ma la tua scrittura è delicata e mi ha reso felice. Ancora oggi lo stigma del “pazzo” è molto forte. É impossibile entrare fino in fondo nella pelle di chi accusa malattia mentali: per quanto siano vicini a noi.

    1. In effetti, si giudicano le persone senza conoscerle. Ognuno di noi ha una vita alle spalle, ma anche conoscendola non si può giudicare comunque perché dentro di noi siamo un mistero perfino a noi stessi.

  2. Conosco personalmente gente affetta da questi problemi, storie che sono un pugno allo stomaco. Hai descritto la crisi in maniera del tutto verosimile.

    1. Anche io conosco persone che ne soffrono e ho capito che, se anche per noi i loro comportamenti non hanno senso, per loro invece il senso c’è e può essere più profondo di quello che si pensa.

  3. Che botta allo stomaco.
    Spesso le cose scritte meglio fanno questo effetto, quando non sono favole a lieto fine. E’ come bere un bicchierino di grappa di quella tosta: lo sai che ti brucerà l’esofago, lo sai che ti farà maledire da tuo cardias. Ma te la bevi, perché è buona. E ringrazi pure chi te lo ha offerto.
    Che buona. Grazie, Domenico.

  4. Ciao Domenico. Come sempre la tua penna delicata accarezza tematiche difficili con parole semplici e gentili, ma sempre molto efficaci. Le malattie mentali sono tema poco dibattuto e spesso nascosto in case dove regna la paura e la vergogna. Chiedere aiuto è un gesto tanto difficile quanto invece sarebbe semplice riceverne. Grazie per questi spunti di riflessione che, oltre a essere un’ottima lettura, possono anche e soprattutto aiutare.

    1. La cosa più brutta è il pregiudizio di coloro che si ritengono sani e migliori di chi ha dei problemi. Siamo tutti uguali perché tutti diversi. Bisogna accettare la diversità dell’altro che è ciò che rende ricco e bello il mondo. Grazie.