Maria, la mia, pausa di vita

Serie: Di sicuro non è un libro


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Finito il racconto del dolore passato, inizia quello del piacere presente

Venerdì. Fine febbraio. Ho visto andare via il vecchio ed è arrivato il nuovo, mentre scrivo queste cose.

Noto con piacere che l’assenza di maria mi crea difficoltà, e non ho in mente, anzi non arriva in mente, qualcosa in particolare da raccontare. Credo che il passare del tempo e il sentirmi grande, mi abbia ormai fatto inserire nei meccanismi fuggitivi di questo piccolo grande mondo. Non riesco a staccarmi facilmente dalle cose che, secondo il senso comune, hanno più importanza: studiare, il lavoro, le piccole responsabilità e i grandi supposti affari di ogni giorno.

Nella mia testa è ormai germogliata l’idea che non puoi scappare dalle regole del mondo, o almeno che qualcuna di queste si deve sempre accettarla, a meno di non essere asceti o santi: se si è individui abbastanza normali, bisogna stare al gioco, e accollarsi gli strascichi della fatica accumulata. Credo che la maria sia per me il mezzo per riposarmi un po’ dal gioco. Tenendo presente che la voglia di giocare è tanta, e che accetto quasi tutte le regole, ogni tanto una partita occorre guardarla dalla tribuna. Ogni tanto bisogna che si dimentichino gli allenamenti quotidiani, i calci al pallone, o la corsa, o il suicidio (termine cestistico), e si vada là dove nessuno ci può trovare. Si deve differenziare però i diversi momenti in cui la fumo: maria casa, e maria fuori. Maria fuori è per me succedanea di un cocktail, della coca della “Milano bene”, delle pasticche e degli acidi: un normale sballante, che aumenta l’euforia, e accentua la pazzia che in me è immanente anche se non sempre manifesta.

Maria a casa, da solo, è una cosa diversa. Un personale, sminuzzato, rullato con piacere e intento, è diverso. Aprire la persiana e gettare lo sguardo a questa banderuola bianca. Quasi a voler metaforizzare con la vita, e dire: io per oggi mi arrendo, alzo la bandiera! Ma non è una resa, ma significa, per me, dire: «Io ho dato, fatemi andare a riposare !» Spaccare la cippa davanti ad un ceppo, tirare quel miscuglio che raramente è verde, davanti ad un velo a pois. Sentire che non si sente più il rumore della vita. Notte, gli altri dormono. Io sono fuori, anche se non stasera. E la mia stella sola è li da qualche parte, mentre sporco lo specchio magico. E il rumore è sempre più grave, oscurato dalla nebbia sensoriale, che nebbia non è, ma che è spirale di altri pensieri che non riportano suono. L’unico suono che voglio quando fumo é quello della musica o delle parole di un amico.

Non si ha fretta quando si fuma, non si gioca, la partita è sospesa per maltempo, che maltempo non è, ma è solo nebbia infatti. Fumare per me è sognare. Vuol dire non avere i pensieri che torneranno al risveglio, è un dormire che mi concedo prima di andare a letto, prima, e mentre, mi drogo di grafia. Sogno quando fumo, se sono solo e, se ho davanti questa carica di centouno tasti, posso disegnare i miei sogni, anche se non so imitare neanche un paesaggio di sfondo.

Bella la casa. La musica e basta. Sapere che gli altri sognano mentre io lo penso è deificante. Non devo parlare con le persone, anche se mi piace, so che sognano. Sarcasticamente rido di loro, e di me, dato che non ricordo facilmente i sogni che faccio quando dormo. Rido, perché è bello sentire il sogno, e conservare quell’angolo di cervello capace di calcolare la realtà del momento.

Quando dormi non sai di sognare, te ne accorgi quando ti svegli, se ricordi.

Io, quando fumo, non faccio altro che compiacermi del mio stato d’assenza dalla partita. Indisponibile. Non è tra i convocati, gli altri sono partiti per la trasferta.

Non faccio che usare quella frazione di cervello non congestionata dal dipinto, capace di ammirare l’atto stesso della creazione dell’onirico. Il mio sogno, lo vedo, ogni volta quando fumo, e in quel momento lo percepisco.

Fumerei ora, se l’avessi, ma il fatto di non avere pensato di averla per forza, testimonia come sempre la mia non dipendenza, ma anche la mia viziosità nei confronti di maria. Non penso alla nutella come ad una cosa che vorrei per forza, ma se l’avessi, credo mangerei un panino grondante ogni giorno. Fumerei. Ma non c’è maria. Ed è bene, altrimenti rimarrei un’altra notte a farmi di parole.

Tante pagine fatte, in queste sere azzurre.

La pioggia è andata. Spero che sia l’ultima a bagnare le mie piante.

Ora è tempo però di tornare al campionato della vita. Non so cosa c’è in palio, ma se non si mette tutto non si vince niente. Già a volte non si vince niente lo stesso, senza impegno è davvero difficile. Kulovic non può segnare sempre. Ho pensato in questo momento di aspettare un po’ prima di scrivere ancora. Per riempire il secchiello di sabbie, ma non riuscirò a tenermi lontano.

Questa è la mia vera droga. Tutto il resto è amore, vizio, sudore, piacere, e ventitré altre cose infinitamente belle. Ma questa è droga, e starei male se non avessi questa centouno tasti e questo sottofondo di tabacco.

Lucky Strike, Winston Blue, Camel light, e altre che pagherò. Altre bionde o le stesse ci saranno sempre a farmi compagnia, a farmi male più o meno di altre cose. Questa è la mia droga. Legale, consentita, speculata, fonte di ricchezza per lo stato sovrano. Maria ha invidia delle bionde. Maria lotta da tanto per la parità dei diritti civili. Maria non c’è, stasera. Lei donna inarrivabile, fa la preziosa ogni tanto, e si mostra poco ai miei occhi innamorati. Così mi devo accontentare di bionde da distributore, che tanto sesso danno, che tanto amore non possono dare. Non possono farmi sognare e dipingere le mie lettere, riescono solo a regalarti un orgasmo mancato, un preliminare violento, ma non sanno darti pace e sufficienza. Astinenza da loro non è possibile, il fisico le vuole.

Noi le vogliamo e tradiamo l’ingenua maria, il nostro angelo, il nostro amore. Il mio tesoro.

Continua...

Serie: Di sicuro non è un libro


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