Mary

Dissi a Frank che pochi metri più in su, seguendo il canale, c’era il capanno della vecchia Mary.

L’avevo trovato per caso, una volta da bambina, giocando a nascondino nella boscaglia. 

Con me c’erano Astrid, Stefano e Lele. Avevamo sentito parlare tutti del capanno della vecchia Mary, ma nessuno l’aveva mai visto, tranne me. La verità è che il canale condensava l’aria trasformandola in nebbia perenne, correvi e ti sembrava di essere tra le nuvole. Ti orientavi aspirando i profumi del bosco.

La nebbia avvolgeva le cose, pure il capanno per cui tutti andavano in giro dicendo che quella era solo una storia narrata di bocca in bocca, nei decenni. Il fatto è che dentro al capanno di Mary ognuno ci metteva dentro le punizioni e i tormenti della vita, tipo la madre di Astrid che le ripeteva sempre: «Se non mangi muori e le tue ossa saranno messe a far compagnia ai topi del capanno di Mary». 

Le ripeteva questo due volte al giorno, nell’ora del pranzo e della cena dato che Astrid sembrava campare d’aria anziché di companatico. 

La maestra di Lele, un ragazzone mosso da ossessioni compulsive, gli bacchettava le mani perché aveva il vizio di mordersi la carne fino a farla sanguinare e, di tanto in tanto, gli sussurrava: «Ti cadranno le dita e le mangeranno i serpenti del capanno di Mary!». A me mia madre non diceva niente, tanto sapeva che non avevo paura. Della paura conoscevo solo una cosa, che era messa lì dai grandi per farti fare ciò che volevano. Se la paura la spiegavi, smetteva di essere paura, per questo i grandi non rispondevano mai a nessuna domanda. Frank alzò le spalle e disse: «Il capanno della vecchia Mary non esiste, è roba inventata! E poi nessuno l’ha mai vista a Mary». Era vero, Mary non l’aveva mai vista nessuno, nemmeno io. Sapevo però dov’era il capanno, bastava attendere l’ora in cui la nebbia calava, camminare lungo le sterpaglie del canale, annusare gli odori del bosco, mettere un piede davanti all’altro e avere coraggio. Il capanno si trovava a quel modo.

 «Frank, tu hai coraggio?». Frank fece cenno di sì e io gli allungai la mano.

Frank però si bloccò, poggiando sull’erba umida la canna da pesca. Succedeva sempre a quel modo, quando arrivava il momento di andare a vedere a fondo le cose, l’idea di stare a perdere tempo dietro a vaghe ipotesi lo frenava. 

Anche Stefano e Lele anni addietro erano rimasti bloccati in quell’intenzione, perdendo la scommessa. Avevo messo in palio dei pacchetti di caramelle, quelli che mia madre non mi comprava per salvaguardarmi i denti. Lele disse che non ci sarebbe venuto perché i serpenti della vecchia Mary gli avrebbero staccato di sicuro le dita. Stefano si era fatto bianco in viso. A nulla valsero le mie rassicurazioni sul fatto che il capanno era assolutamente da vedere, che era reale, fatto con tutto ciò che serviva per viverci in comodità. 

Il giorno seguente Lele e Stefano mi consegnarono due pacchetti a testa di caramelle.

All’ultimo secondo aveva perso la scommessa anche Astrid. La stavo guidando dietro di me, un passo alla volta, lungo l’argine, in attesa di sentire l’odore del ginepro selvatico. Lì avrei trovato il capanno, nei pressi dell’arbusto che, anche se non si vedeva, faceva annusare la sua presenza. Mi muovevo tre passi avanti e due indietro perché Astrid aveva rallentato, fino a fermarsi. Rispose al mio sguardo dicendo che era troppo debole per proseguire e che sentiva improvvisamente la fame. Per marcare quel bisogno impellente, si portò una mano alla bocca dello stomaco e scappò via. Il giorno seguente  mi consegnò Rose, la bambola con cui la notte era solita dormire, quella con gli occhi di vetro azzurro e il vestito in tulle. Alla bottega dei giocattoli, in via Canonica, ne avevano una uguale, mia madre mi strattonava tutte le volte che mi fermavo davanti alla vetrina. 

Quel giorno avevo corso, coperta dalla nebbia. Dietro di me sentivo la voce di Lele che ansimava per scovarmi, sbattevo contro il muro dei giunchi sfregandomi le ginocchia decisa a non farmi trovare e a marcare per prima il fusto del cipresso. L’odore pungente del ginepro nero mi fece rallentare la corsa, scostai gli arbusti e vidi il capanno.

Mi attesero per tutta la sera, Lele, Stefano e Astrid. Lele dal nervoso si era morso i polpastrelli e il sangue gli aveva macchiato l’orlo del giubbotto. Astrid pareva che non avesse più fiato. Si era fatto tardi, in lontananza le finestre delle case  erano accese. Stefano mi redarguì dicendo che per colpa mia quella sera tutti loro ne avrebbero subito le conseguenze. Sulla strada del ritorno ognuno s’immaginò, a voce alta, la propria punizione. Lele disse che sarebbe andato di sicuro a letto senza cena e che gli avrebbero dato un ultimatum “fallo un’altra volta e andrai a vivere nel capanno della vecchia Mary”; Astrid tirava su col naso dicendo, invece, che la zuppa di pane gliel’avrebbero pigiata a forza nella gola; anche a lei avrebbero nominato il capanno “Di Mary hanno ribrezzo pure  i topi, vuoi che ti ci mando?”. 

Stefano fu l’unico a rimanere in silenzio, guardandomi storto per tutto il tempo del ritorno.

Ritornando a Frank. Lo avevo conosciuto tre mesi prima, mentre da sola passeggiavo lungo il canale. 

Stava pescando e nella cesta di vimini aveva bell’e messo tre anguille, lucide come il nero da scarpe. Non è usuale che un uomo e una donna s’incontrino lungo un canale, ma è usuale che il canale porti a sé un po’ di tutto, compresi noi. Mi fermai a guardarlo, le anguille strisciavano nel cesto con le loro bocche affamate d’acqua. Anche quella volta poggiò la canna da fondo sull’erba umida, «Passeggiatina?». Per chissà quale ragione buttai lì l’unica frase che mi venne in risposta, «vado al capanno…della vecchia Mary». Frank si strozzò quasi con una grassa risata e prese a dire “a, sì… quel capanno”, narrando delle voci che giravano da sempre. 

Disse che la vecchia Mary nessuno l’aveva mai vista, di conseguenza non esisteva,

Mi guardava come si guardano le cose incompiute.

A niente valevano i miei discorsi e ricordi sul fatto che io sapevo trovarlo il capanno.

Continuammo a vederci spesso lungo il canale, come due buoni amici, lui con la sua canna da fondo, io con niente. Guardavamo l’acqua formare mulinelli e prendevamo l’umido dentro le ossa.

«Frank, tu hai coraggio?», chiesi per l’ennesima volta. Frank fece cenno di sì, io gli allungai la mano. Restò vuota.

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Ho dei ricordi vividi.

Mi addentro nella nebbia.

“Fammi andare Frank, tu e tutti gli altri che non avete mai tempo per vedere fino in fondo dentro la nebbia.

La nebbia vi blocca gli occhi.

Ho lasciato Frank da solo, al cesto di anguille che, a pensarci bene, somigliavano alla sua lingua nel preciso movimento che faceva quando tirava aria per parlare.

La terra è bagnata, si attacca al mio corpo. Dietro di me una scia.

Riemergo in un profumo pungente, ce l’ho addosso come le irragionevoli sensazioni.

Chiamo Mary.

Passo sopra un’asse che traballa. Voglio una ninna nanna da cantare a lei, a Rose, la mia bambola preferita che non ha più un occhio, si è staccato rotolando per terra fino alla tana dei ratti. 

Cocci di vetro colorato.

Bilie per ragazzini, accalcate in un angolo. Cartacce di zuccherose al miele sono incastrate nel pavimento di terra. Mi allungo snodandomi. Voglio annusarle. La mia pelle si apre. Ho un guizzo nella lingua, vibra e batte contro il mio naso scudato. Attratto dall’occhio di Rose sul pavimento, un topo esce dal buco e mi passa davanti. Mi vede,  tenta di rimanere immobile, appena fuori dalla sua tana.

Ormai è dentro al mio iride verticale che l’ha messo a fuoco.

 Mary nel capanno non c’è.”


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Discussioni

  1. Un grido di libertà che possiamo esprimere solo da bambini. Una corsa nella nebbia, senza paura e senza meta, come la scena della corsa nel museo in “Bande A Parte”. Quel tipo di euforia non si può più provare per chi ha superato l’adolescenza, a meno che non si corra mezz’ora al giorno, provando quell’euforia del corridore che tanto ricorda l’energia ribelle e senza regola tipica dei bambini, della sciocca e fatata giovinezza (io correvo nei cortili del liceo). Libertà che non abbiamo più, perchè ora siamo diventati, inspiegabilmente, saggi. Anche se vive in una casa spettrale e isolata, Mary non è come It. Non è un mostro pronto a depredarti ma una donna con tanto da dire, come la protagonista dell’ “Eleganza del Riccio”, un mondo a sè. In questi bambini che mi ricordano quelli descritti da PPP rivedo i numeri e le abilità che hanno caratterizzato il bambino ribelle che sono stato: corsa libera, anche nella nebbia, sopratutto nella nebbia. Grazie per avermi innescato questo ricordo, simile a quello di nDOminique Pinon nel film “il favolo mondo di amelie.” Ciao!

  2. Mi sono persa nella nebbia assieme alla protagonista. Esiste, sono certa che il capanno di Mary esiste: è dentro ad ognuno di noi. Ma, forse, ci si può davvero arrivare attraversando la caligine che divide e impera l’oscurità della nostra mente. La follia. Amo il genere horror, amo i racconti che offrono una chiave di lettura personale. Mi chiedo se la protagonista sia uscita da quella nebbia, onestamente spero di sì.

    1. La protagonista è uscita dalla nebbia. Volevo pensare a un luogo, non tanto grande, piccolo appunto come un capanno che all’interno condensasse molti segreti, tra cui Mary. Anche a me piace l’horror, scriverlo secondo me è molto difficile senza sconfinare nello scontato per questo mi ci avvicino sempre con timore. Grazie per la tua lettura.

  3. “Della paura conoscevo solo una cosa, che era messa lì dai grandi per farti fare ciò che volevano.”
    Succede, un’arma a doppio taglio capace di uccidere una volta adulti

  4. “Mary” che bel titolo! Poi ho iniziato a leggere e Mary è diventato un incubo, poveri bambini! Brava, bell’atmosfera, soprattutto il luogo, il fiume, l’acqua, le anguille, la nebbia, l’andare e il perdersi…il capanno si davvero ti ho seguita e l’ho visto. Complimenti Bettina!

  5. Dei tuoi racconti mi colpisce senpre l’eleganza e la bellazza dello stile, che tracesnde la storia. Mi è piaciuto perdermi nella nebbia conte, veramente un bel racconto, azzeccato. COmplimenti