
Me lo dovevo aspettare
– Dedicato a Quentin –
Nel vasto Gran Canyon in lontananza si poteva veder sfrecciare un’auto che cercava di riposarsi appena possibile. Jack guidava con orgoglio la sua Pontiac GTO color senape, l’aveva comprata usata da un suo vecchio amico carrozziere: ormai si era abituato a tutti gli sconosciuti cigolii che sentiva e alla vecchia autoradio che teneva sintonizzata su una gracchiante stazione di musica country.
Jack era comodamente rilassato sul sedile, la mano destra ore 13 e la sinistra ore 7 appoggiata sullo sportello, l’occhio felino con lo sguardo fisso sulla strada e la palpebra calata a metà tipica di chi guida concentrato: non era il suo caso, non vedeva l’ora di fermarsi, la sua vescica e il suo stomaco (non necessariamente in quest’ordine) stavano reclamando.
Finalmente un paese! Un villaggio?! Quattro baracche… dai.
Scese dall’auto, sollevando da terra una montagna di polvere, che, per il suo carattere, cominciò ad innervosirlo: “Pazienza” si disse “adesso addento qualcosa, mi libero in bagno e mi rimetto in sesto”.
Entrò in una tavola calda, che non avrebbe fatto gola neanche ad un carcerato dopo mesi di isolamento. Gli si avvicinò una cameriera, la targhetta fiorita scriveva ‘FRANCINE’, ma lei di fiorito non aveva proprio niente: una donna sulla sessantina, 80 Kg sopra il suo normopeso, sguardo vacuo con occhi a palla sporgenti e sorriso con rossetto sui denti. Per Jack era troppo! Dopo aver ordinato una fetta di torta della casa, ammiccando, condusse Francine in cucina, adducendo la scusa di voler vedere dove veniva cucinata quella delizia. E lì, mentre lei lo guardava con aria sognante, lui la colpì in testa: cercò con fatica un cucchiaio adatto, le cose o si fanno bene o non si fanno per niente, e con lo sguardo assente le cavò gli occhi con metodo chirurgico, mentre con l’altra mano le teneva la bocca chiusa.
“Francine, cara, questi occhi non vanno bene per te, mi danno ai nervi! E poi guarda cosa mi hai fatto fare, mi hai sporcato tutto il vestito!”. Lavò il cucchiaio e lo ripose con cura, mentre la donna gemeva a terra con il sangue che le colava dal viso imbrattando tutto il pavimento.
Con un’indifferenza, tipica di una mente malata che non prova certo rimorso, Jack uscì dal locale per dirigersi verso l’hotel del posto, sempre se hotel era il nome giusto visto che si trattava di stanze spoglie e dall’igiene discutibile.
Si segnò alla Reception e subito gli venne incontro un fattorino per aiutarlo con la sua sacca. Quando Jack vide che l’uomo che avrebbe dovuto portargli il bagaglio, era un emaciato ragazzo che trascinava pesantemente la gamba destra, sorridendogli con quei pochi e sporchi denti che gli rimanevano, gli si infiammò la vena delle tempie. Lo fece accomodare, offrendogli una lauta mancia e mentre la mano tremebonda del ragazzo si tese verso Jack, quest’ultimo lo colpì con un fermacarte a forma di scoiattolo. In questo caso il ragazzo svenne subito per cui Jack, con tutta calma e usando entrambe le mani, prese la sua gamba destra torcendola in avanti fino a che l’osso del femore uscì visibilmente.
“Su, amico. non ti potevo vedere con questa gamba e quel sorriso da beota stampato sul viso. Sai… stonavano. Quando ti riprenderai avrai lo sguardo corrispondente al tuo deficit deambulatorio”.
Stanco di quella cittadina piena di fenomeni da baraccone, Jack decise di riprendere il suo viaggio e, lordo di sangue sulla sua giacca da quattro soldi, salì in auto. La puzza di sangue secco cominciò ad infestare l’auto ma, dallo sguardo assente che aveva, si poteva capire che non era un novellino dello squartamento umano.
In lontananza un posto di blocco.
“Caxxo, non è possibile, che noia!”
Una volta fermato, il poliziotto si avvicinò indicandogli di abbassare il finestrino. Jack lo guardò come se davanti a lui non ci fosse nessuno e il poliziotto iniziò la sequela di domande poi, come se lo vedesse per la prima volta, notò le macchie di sangue.
“E questa?!” chiese il poliziotto puntando il dito verso la macchia del petto.
“Colpa di Francine e dei suoi occhi” rispose sempre mantenendo una serenità serafica.
Il poliziotto per un po’ scrisse qualche riga, fece delle smorfie, lo guardò di nuovo e continuò a scrivere.
“E quest’altra?!” indicò questa volta le gambe.
“Colpa del fattorino, non si sorride quando si ha una gamba cionca”
Ancora appunti, su appunti, il poliziotto non sembrava essere stato scalfito dalla torbida confessione. Chiese poi a Jack la patente e lui di malavoglia gliela porse chiedendo di fare in fretta perché si stava annoiando.
Il poliziotto scriveva, scriveva, scriveva e scriveva ancora. A Jack salì il veleno in gola e preso da un raptus, represso per tutto il fermo, diede una sportellata al poliziotto gettandolo a terra. Aprì il porta-oggetti e ne estrasse il suo coltello da caccia, si avvicinò al poliziotto e gli taglio di netto la mano con la quale stava scrivendo con tanta intensità, finendo di macchiare il suo completo.
Era troppo soddisfatto di essere riuscito a fermare il rapporto su di lui e non si accorse che il poliziotto, anche se con dolore, era riuscito a sedersi. Con la coda dell’occhio lo vide e per un breve istante pensò ‘Caxxo, me lo dovevo aspettare!’ mentre il poliziotto con lo stesso coltello da caccia gli aprì a metà la calotta cranica, rendendo ormai inservibile sia il vestito di Jack che la sua uniforme.
Dopo qualche minuto arrivò una pattuglia a dare il cambio al collega e trovò una scena raccapricciante, con sangue e pezzi di cervello sparsi ovunque. Chiese allarmato e in preda al panico: “E tutto questo?!”
“Colpa di Jack, non sopporto gli abiti sporchi e sciatti” rispose il poliziotto con l’aria soddisfatta.
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Ciao Isabella, sull’uso delle parolacce nei racconti potremmo instaurare una bella discussione stile Jules e Vincent sul “Miracolo” 😀 Nemmeno io riesco ad utilizzarle in quello che scrivo e trovo che l’autocensura sia in fondo un tocco molto “Tarantino” (nel senso che nei suoi film l’ironia è la prima a prevalere). Mi sono divertita a leggerti, calata per un momento in quell’atmosfera. 🙂
Ciao Micol,
grazie per il commento, volevo puntare proprio sull’ironia un po’ splatter e surreale. Sono contenta di averti divertita ?
Ciao Isabella, stupendo, mi sono divertito da matti ad ogni dettaglio truculento descritto, uno splatter davvero ben fatto, con grande ironia e pezzi di carne ovunque, ma il tocco di classe, secondo me, è l’autocensura, fantastica???! Follie pulp degne del grande Quentin, brava davvero! Alla prossima!
Ciao Antonino,
grazie del commento, anche io mi sono divertita a scriverlo, man mano che tiravo giù le idee ridevo da sola ? l’autocensura… Proprio non ci riesco con le parolacce ma qui ci sarebbero state (Tarantino sicuramente non se le risparmia ?) per cui ho cercato un compromesso. Alla prossima ?
Perché parlare di Tarantino quando si può parlare di Sguazzardi e del tuo spaghetti splatter? Lab interpretato con ironia e tinte rosso sangue, d’altronde un po’ di colore nelle storie non guasta mai. Ciao Isabella, alla prossima carneficina, nel frattempo mi tengo alla larga dalle cucine e dai posti di blocco.
Ciao Tiziano,
mi ha fatto piacere il tuo commento. Volevo esplorare un’altra forma di scrittura per mettermi alla prova e cominciare ad alzare l’asticella. Mi è piaciuto ironizzare un po’ ? Alla prossima ?
Io non sono una fan di Tarantino, ma convivo con un uomo lo mangerebbe a colazione pranzo e cena, ma non posso che complimentarmi.
Ciao Tiziana,
grazie per i complimenti e per aver letto questo mio racconto ?
Wow proprio splatter , complimenti per la tua versatilità nel descrivere i vari animi del genere umano , il racconto rispecchia la pazzia di Quentin nei suoi film, surreale e una logica contorta. Brava
Ciao Alessandro,
grazie per il commento. Se ho reso l’idea del surreale allora sono già contenta ?
Caspita, Isabella, che bell’omaggio! Proprio splatter-pulp alla Tarantino ? Guai a incontrare Jack, perché qualunque motivazione va bene per attaccare, se non si hanno freni inibitori. Ma alla fine ha avuto quel che si meritava. Ha incontrato un altro fuori di testa, come lui! Brava. Alla prossima.
Ciao Cristina,
grazie. Io adoro Tarantino perché dietro il suo splatter c’è sempre dell’amara ironia. Umilmente mi sono permessa… ?