Memento Mori
Ogni volta che penso a quell’alone intrigante di mistero, che stuzzica la mia curiosità, tipico dei cimiteri, mi viene da storcere il naso; d’altronde, chi diamine è che prova interesse verso un luogo del genere? Solo qualche pazzo.
Eppure, un giorno, decisi di farmi un giro nel cimitero della propria cittadina, ma non perché avessi qualche caro da salutare, bensì perché ero genuinamente incuriosito da quel luogo, anche se non sapevo bene il perché.
E forse era meglio non saperne il motivo: avrei solo rischiato di avere dubbi sulla mia sanità mentale. Però, non riuscii a fermare la mia mente dal provare a darsi un paio di risposte a riguardo.
Il motivo, forse, risiedeva nel semplice fatto che il cimitero è un luogo in cui non sono dovuto andare spesso e, anzi, in quello specifico camposanto, ad un chilometro e mezzo di distanza da casa mia, non ero proprio mai entrato, sebbene non poche volte avessi notato da lontano la sua grande cinta di mura grigie, erta in mezzo al verde dei prati della campagna.
Se fosse così, col tempo, con la morte dei miei cari e quindi con il graduale aumento delle mie visite al cimitero, il fascino di quel luogo svanirebbe pian piano, probabilmente per lasciar spazio ad un forte senso di rigetto, rifiuto, tristezza o addirittura rabbia.
Oppure, il camposanto mi incuriosisce così tanto per via delle storie che si trovano dentro.
Se passo a fianco ad una persona per strada ne vedo il viso e noto quello che sta facendo per un paio di secondi; magari cammina o corre o parla al telefono, ma finisce lì. Quando si guarda una lapide al cimitero si impara il nome, il cognome, la data di nascita e la data di morte del defunto; si vede una sua foto e in quel caso guardare un volto umano fa un effetto completamente diverso, perché diventa l’ultimo ricordo che l’individuo ha lasciato di sé al mondo. Infine, ci si ferma a pensare a quella persona. La vedo anche come una forma di rispetto, anche se non sono sicuro che la vita dopo la morte esista e che per questo motivo io debba per forza portare rispetto a qualcuno che, forse, non può neanche riconoscermelo.
Detto questo, non rimaneva altro da fare se non entrare in cimitero.
Eccola: la morte. Ma non era spaventosa, non era inquietante, non era gelida e non era deprimente. Vidi una morte fatta di pietra, di nomi incisi per non essere mai rimossi, di sguardi seri incorniciati nel marmo, per mantenere un certo senso di eleganza, di impavidità di fronte all’inevitabile conclusione dell’esistenza da cui erano stati colpiti tutti quei volti.
Dopo poco il mio occhio si posò su una costruzione in marmo molto più alta delle lapidi circostanti. In alto, in caratteri solenni, c’era scritto: “Famiglia… ” seguito da un cognome che non ricordo più. Il piccolo monumento era composto da sei scompartimenti, disposti in due file verticali da tre. Metà dei posti era riempito, chiuso da una lastra di marmo con le informazioni dei rispettivi defunti incise sopra. L’altra metà erano tombe vuote. Mi inquietò il pensiero che i prossimi tre morti appartenenti a quella famiglia sarebbero stati messi lì. Era come se la morte li aspettasse e avesse tenuto loro il posto.
Immaginai di trovarmi io stesso di fronte ad un monumento simile, ma col cognome della mia famiglia inciso là sopra. In quella situazione, quei loculi vuoti mi sarebbero davvero parsi come le braccia gelide del Mietitore, pronte ad accogliermi nel più disgustoso degli abbracci, una volta arrivata la mia ora. Mi avrebbe certamente assalito l’ansia.
Svoltai a sinistra nel vialetto di ghiaia, lasciandomi alle spalle quella tomba di famiglia. Continuai il mio giro dando qualche occhiata veloce qua e là. Nel cimitero, oltre a me, non c’era nessun altro visitatore . E il silenzio, rotto solo dal rumore delle mie scarpe sulla ghiaia sottostante, fece crescere in me un ulteriore e generale senso di inquietudine.
I miei occhi si fissarono su una lapide, il mio corpo non poté non fermarsi. Cadde la quiete mentre leggevo:
“V**** Alessio, nato il 31/08/1912, morto il 10/08/1913”
Mi ci volle un secondo per fare il calcolo. Quel bambino era morto ventuno giorni prima di festeggiare il suo primo compleanno.
Nel silenzio di quel cimitero l’aria si riempì di un mio profondo sospiro. Era pieno di qualcosa, forse sconforto, forse tristezza, forse un po’ di pietà per quel povero bimbo, oppure tutte e tre.
I miei occhi rimasero incollati alla foto in bianco e nero di quel neonato, incorniciata appena sotto il suo nome. Mi rimase impressa quell’espressione tranquilla e quel tipico sguardo bambinesco, con gli occhi fissi su qualcosa a lato dell’obbiettivo della fotocamera.
Rimasi a pensare a quel neonato defunto per qualche minuto. Pensai a quanto era stato sfortunato lui e a quanto sono fortunato io ad aver potuto festeggiare molto più del mio primo compleanno. Pensai che se Dio esiste allora egli non ha mai amato il piccolo Alessio e perciò, per estensione, non ha mai amato nessun uomo.
Mi avviai verso l’uscita del cimitero. Smisi di dare attenzione particolare alle tombe affianco alle quali passai nel tornare indietro e, invece, mi immersi nelle mie riflessioni riguardo l’esperienza appena conclusa. Mi venne in mente una frase latina: memento mori. E se il cimitero avesse avuto una voce sono quasi certo che questa frase l’avrebbe sussurrata di continuo nell’orecchio di tutti i suoi visitatori.
La morte non è un concetto che fino a quel momento ignoravo, anzi, ero e sono ancora ben cosciente della sua presenza incombente sulle nostre vite, della sua inevitabilità e che, perciò, è bene ricordarsi di tanto in tanto che prima o poi si dovrà morire. Eppure, tutto ciò era rimasto fino ad ora solo un pensiero, un concetto confinato alla mia mente.
Il cimitero, invece, mi ha permesso di vedere la morte in forma concreta. Lì dentro essa smette di essere una spaventosa e misteriosa presenza e diventa marmo o pietra incisa, fotografie e fiori, pronti a ricordare al mondo che la morte colpirà tutti, inevitabilmente e inaspettatamente.
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