MENTRE GIOCAVA A CARTE

Lo chiamavano il Maestro: un po’ perché era molto abile con le carte da gioco, ma anche perché, effettivamente, aveva insegnato per quasi trent’anni alla scuola elementare di un paesetto in collina. Si era così guadagnato stima e affetto da molte famiglie di contadini e operai, spesso quasi analfabeti.

Le mamme dei suoi scolari non gli facevano mai mancare torte fatte in case e bottiglie di vino genuino. A Natale poi lo riempivano di regali e inviti a pranzo. Lui ricambiava insegnando con severità ai loro figli a leggere e scrivere, e magari pure a diventare uomini. E non gli pesavano, i primi anni, venti chilometri di bicicletta al giorno, nemmeno in pieno inverno. Certo, appena comperata la Seicento poteva permettersi di alzarsi un po’ più tardi.

A diciannove anni doveva essere fucilato dai nazisti, ma era riuscito a scappare dalla prigione assieme ad un altro condannato. Era allora diventato partigiano e vagato per diverse regioni del Settentrione; a guerra finita era ritornato nella sua città e subito aveva cominciato a lavorare.

La passione per il gioco delle carte lo aveva accompagnato per tutta la vita e, come ogni passione, lo aveva fatto godere ma anche soffrire, soprattutto quando tentò la fortuna in qualche casinò. Conosceva bene almeno una decina di giochi principali e, grazie pure ad una straordinaria memoria, eccelleva in tutti. Ricordava le varie carte passate da inizio partita, calcolava i punti ancora mancanti e, inoltre, studiava le espressioni dei giocatori per capirne le situazioni.

Arrivato al mezzo secolo di età era stato colpito da un lieve infarto; aveva perciò smesso con le sigarette, ma aveva continuato a frequentare le fumose salette dei bar, dove giocava fino a tarda sera.

Ormai pensionato, ma per niente appesantito nel fisico, continuava a partecipare a locali tornei di briscola, scopa, tresette, burraco, vincendo spesso prosciutti o cassette di bottiglie.

Aveva inoltre un gruppetto di compagni fissi, ai quali raramente permetteva di vincere qualche partita. Il più assiduo era Alfa, che faceva l’idraulico e fumava quotidianamente quaranta sigarette senza filtro; e poi il Conte, squattrinato ma sempre vestito elegante; il Moka, che beveva dieci caffè al giorno; e Dracula, con i denti canini molto sviluppati.

Tutti appassionati di carte, ma non molto abili. Guardavano con invidia le veloci mani del Maestro che smazzava e distribuiva sul tavolo. Capitava pure che verso metà partita capisse di aver sbagliato qualche mossa, e allora se la prendeva con il Padreterno.

“Non bestemmiare, Maestro” gli diceva Alfa “pensa se ti sentisse il Papa…”

Allora il suo viso diventava rosso come il fuoco e gli rispondeva: “Ma chi è il Papa? Ha fatto forse il partigiano? È più uomo di me?”

E a suggello ne tirava un’altra più pesante.

Così quella sera c’erano tutti anche se, a turno, uno stava fuori dalla partita. Sopra l’insegna del bar Stella lampeggiavano fiocamente le decorazioni natalizie. Qualche cliente indugiava ancora al tavolino, mentre nella saletta riservata, dietro al bancone, cominciava un’altra partita. Appena distribuite le carte il Maestro si appoggiò con la testa sulla spalla di Alfa.

“Cosa fai, Maestro, vuoi spiare cosa ho in mano?”

Ma scostandosi un poco lo fece cadere a terra completamente.

“Oh mio Dio, il Maestro sta male” gridò il Conte allentandosi la cravatta di seta.

Arrivò trafelato il proprietario del bar, detto Cannuccia.

“Chiama un’ambulanza… e poi bisogna avvisare la moglie… ce l’hai il numero di casa?” chiese Dracula sbiancato in volto dallo spavento.

“Il numero ce l’ho, ma la chiamate voi… io non me la sento!”

Appena arrivata l’ambulanza e accertato il decesso, toccò ad Alfa fare la telefonata. Era quasi mezzanotte; la moglie rispose dopo una decina di squilli.

“Signora, suo marito è morto mentre giocava a carte”.

Al funerale, oltre a parenti e amici, partecipò un discreto gruppo di ex alunni, ormai diventati adulti. La moglie piangeva sconsolata. I suo compagni del bar gettarono qualche manciata di terra sopra la bara deposta nella fossa, tranne Alfa che lanciò le tre carte che il Maestro teneva in mano, all’ultima partita.

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