Messaggi nei biscotti
C’era il dolore bruciante delle ginocchia che poggiavano sul legno, duro ed impietoso. Ed il caldo! La camicia mi si appiccicava alla schiena, in quello spazio angusto. Eppure, bisognava che io proseguissi. Proprio in quell’istante, l’organo prese a suonare, persuadendomi che infine era venuto il momento. Guardai la grata del confessionale ed inspirai.
《Chiedo perdono, perché ho molto peccato》dissi. Mi rispose il silenzio e, per un attimo, non seppi come continuare. Mi schiarii la voce e ripresi coraggio.
《Devo precisare che, se mi trovo qui, è a causa dei biscotti. Da decenni non sentivo l’esigenza di confessarmi. Ammetto, anzi, di non essermi più presentato in chiesa dal giorno della Cresima, all’incirca. Non sono certo di poter essere perdonato, ma devo provare.
Capita, nei momenti peggiori della vita, di aggrapparsi a qualcosa di insignificante (un oggetto, un’abitudine), solo perché il caso ha fatto in modo che quella cosa comparisse durante un attimo di luce. Così è successo a me: mi trovavo al supermercato quando, improvvisamente, una persona alle mie spalle mi chiese aiuto perché non arrivava ad afferrare una confezione di biscotti. Mi voltai per porgerle ciò che mi aveva chiesto ed il suo sorriso mi dette il capogiro. Una creatura quasi irreale nella sua stupefacente bellezza. Mi ringraziò e se ne andò, ed io, innamorato di lei senza neppure sapere chi fosse, acquistai su due piedi quegli stessi biscotti.
Scoprii che erano i biscotti migliori al mondo, ripieni di una crema che, al solo assaggio, pareva capace di consolare il cuore. Ogni biscotto era chiuso in una confezione singola, dal colore sempre diverso (non c’erano due biscotti che avessero l’incarto dello stesso colore, lo giuro) e, in ogni confezione, si trovava un foglietto con un piccolo messaggio. Frasi semplici, spiritose talvolta, o di affettuoso incitamento, come ad esempio “vai alla grande! Ma allo stop, fermati”, e simili. Nacque in me la febbre di scartare, mangiare e leggere: mi vennero i foruncoli ed il bruciore di stomaco, ma non riuscivo a fermarmi.
Finché arrivò la mattina di oggi, con quel biscotto dalla confezione color carta da zucchero. Aprii il foglietto su cui era scritto il messaggio, aspettandomi di trovare il solito motto divertente, ma ciò che vi lessi era il mio nome. Giuro, solo il mio nome, stampato nello stesso carattere di tutti gli altri messaggi, con a fianco il mio cognome. E, più sotto, una stella accanto alla mia data di nascita. E sotto ancora una croce, con la data di oggi.
Dunque io morirò, è chiaro, entro poche ore. Non so neppure in che modo, ma posso immaginare alcune alternative: il cuore che all’improvviso cede, un vaso sanguigno del cervello, un veicolo sulle strisce pedonali. Più volte mi è capitato di pensare che, in caso fossi venuto a conoscenza di un mio prossimo decesso, avrei fumato sigarette una dopo l’altra, dato fondo all’armadietto dei liquori, o cose simili. Eppure ora non ho voglia di nulla di tutto questo; voglio solo parlare di ciò che ho commesso.
Di Sara. Della frangetta che sempre le finiva negli occhi; dei gatti (troppo numerosi) che teneva in casa. Di quando mi parlò dell’uomo che, in passato, l’aveva tradita e mi fece promettere che mai avrei fatto lo stesso. Ed io? Io scossi la testa, quasi a scrollarmi di dosso qualunque pensiero in tal senso, e promisi. Io non so che cosa vi fosse in lei, ignoro la natura di quell’impalpabile invito a tradirla che in qualche modo emanava dalla sua persona; oppure furono le sue parole, quel suo divieto, ad insinuare in me quel fosco desiderio, non so. Ma forse sto solo cercando una giustificazione per il mio gesto. Miseramente, la tradii. Soffrì molto. Mi lasciò.
Ed ora eccomi, sono un uomo che sta per morire e questo è il mio peccato. Amen.》
Quando ebbi finito di parlare, uscii nella navata della chiesa. Non ricevetti alcuna assoluzione: il confessionale era vuoto. Però volli credere che qualcosa fosse cambiato. In strada, camminai a lungo, molto a lungo, senza pensare a nulla, perché il pensiero si esauriva di fronte all’enormità del mistero al quale mi affacciavo. Finché fu sera e giunsi alla vecchia casa dei miei nonni, quella che non ero mai riuscito a vendere. Io nella mia vita non ero mai riuscito a vendere nulla, neppure un testo universitario. Con la mano che tremava, aprii la porta.
Non premetti neppure l’interruttore della luce (anche perché, avendo trascurato di pagare qualche bolletta, non ero certo che la lampadina si sarebbe accesa) e mi sistemai su un divano decrepito, polverosissimo. Passai le ore successive così, a starnutire ed aspettare, chiedendomi se fosse possibile morire di troppa polvere.
I rintocchi della mezzanotte mi colsero di sorpresa, dall’alto del campanile da cui provenivano: non ero ancora morto. Decisi di concedere al destino ancora qualche ora per compiere il proprio dovere, perché in fondo può succedere a tutti di avere un piccolo ritardo. Quando il cielo divenne bianco, per qualche motivo mi fece paura e mi coprii gli occhi. Dovevo essere davvero stravolto, perché in quel momento mi assopii.
Mi riscossi poco dopo e tutto il mondo era rosa ed arancione. Uscii sul terrazzo. La vista del disco solare appena sorto mi commosse e piansi. Non ero certo di nulla, ma una cosa la sapevo: ero vivo. Percepivo la vita che mi scorreva dentro, con gioia e tenacia; e, per la prima volta dopo tanto tempo, sentii che ero felice.
E quel giorno imparai qualcosa: mai fidarsi di un messaggio trovato in un biscotto.
Ti porta in un posto serio, intimo, quasi sacro, e poi l’ultima riga ti ribalta tutto e ti esce una risata liberatoria. Il bello è che funzionano entrambe le cose: la commozione e la beffa. Complimenti.
Ciao Maria, complimenti per il racconto. Abbastanza fantastico per parlare della realtà, non troppo reale per dare spazio alla fantasia. L’ho letto con grande piacevolezza, soprattutto il monologo in chiesa, che mi ha fatto sorridere; e il pre-finale in cui “per la prima volta dopo tanto tempo, sentii che ero felice”. Coglie un’idea centrale della natura umana: l’origine della felicità che, spesso, sembrerebbe provenire non da un guadagno, ma da una mancata perdita. Grazie per la lettura.
Ti ringrazio molto, il tuo apprezzamento mi fa davvero piacere. Hai colto appieno ciò che intendevo comunicare. È bello vedere che ciò che sento, e che ho descritto nel racconto, è condiviso da qualcuno.
Un racconto che, dal “dolore bruciante delle ginocchia”, costruisce un’attesa carica di inquietudine fino al biglietto con la data della morte. I biscotti, da dettaglio quasi assurdo, diventano il tramite di una resa dei conti interiore autentica.
Il finale, ironico al punto giusto, non chiude davvero la tensione ma la devia perchè più che una soluzione, sembra uno scarto che libera il protagonista e lascia al lettore un leggero, voluto disallineamento emotivo. L’emozione è ancora seria, tesa, mentre il racconto ci invita improvvisamente a sorridere e a tirare il fiato. Credo sia proprio una scelta per spostare il senso della storia: non più la morte, ma la vita ritrovata e la relatività delle nostre paure.
Ti ringrazio, la tua analisi è perfetta. È del tutto esatta la tua intuizione riguardo allo spostamento del senso della storia nel finale. Trovo molto significativo il tuo commento e te ne ringrazio.