Mi chiamo Faythe

Serie: La regina bianca


Il lungo corridoio del reparto di chirurgia era avvolto nel silenzio delle prime luci dell’alba, le porte delle camere di degenza aperte e buie rispettosi di quel riposo che una lunga notte in preda ai deliri della malattia aveva reso difficile. Due infermieri e un operatore socio sanitario vegliavano sulle eventuali incombenze, in attesa del cambio turno. Sonia, una giovane infermiera fu la prima che apparve sulla soglia dell’infermeria. In cucina, la caffettiera era ancora calda, sorseggiò una tazza di caffè, lesse il quaderno delle consegne notturne, prese un secondo quaderno ov’erano trascritte le terapie, l’appoggiò sul carrello e iniziò la preparazione dei farmaci. In suo aiuto era giunta Federica, le sei camere erano piene, dodici pazienti di cui quattro erano stati operati il giorno prima. Quella mattina, al nuovo turno, erano presenti anche un OSS e un ausiliario che in quel frattempo, svuotavano i ROT in attesa di cominciare con l’igiene. Con il carrello delle terapie, Sonia e Fede erano due angioletti che fra sorrisi e scherzose battute rendono la degenza più confortevole. Alla camera 6, Sonia si appresta a posare sul tavolo la preparazione quando il suo sguardo incontra un anziano che era disteso mentre fissava la finestra aperta e la tenda sventolare.

<Lei è il signor…>

<de Andrè, con la de minuscola.> rispose mentre continuava a fissare la tenda sventolare. <E non appartengo al cantante.>

<Ok.> sorrise <Da quanto è ricoverato?>

<Cinque giorni. Infatti è la prima volta che ti vedo.>

<Mi sono presa una settimana di ferie. Spero che sia stato bene, in questo reparto.>

Fece un breve cenno con il capo.

<Non posso lamentarmi. Anche se i giorni sono lontani, quando in questo reparto era coordinato da…>

<Si, ne ho sentito parlare.> l’interruppe Sonia <Qui ormai è una leggenda, mi dispiace di non esserci stata. Nulla da eccepire a quest’ultima, una persona squisitissima, per carità, ma lei…>

<Lei era un’altra cosa.>

<Quindi l’hai conosciuta?>

Fece un cenno con il capo.

<Visto ch’è l’ultima stanza…> esitò de Andrè. <Ero appena stato assunto da una partecipata della ASL per le pulizie, e mi toccò fare il jolly, ovvero uno di quelli che non è stato affidato un reparto, ma sostituisce i colleghi che hanno il riposo. Un nomade, va. Un giorno come tanti, come questo, sulla tavola turno appesa alla bacheca, mi toccò sostituire Gaetana, che all’epoca era qui. Non venni da solo, fui accompagnato da un collega jolly come me, data la grandezza del reparto e il lavoro da svolgere per mantenere una certa dignità di pulizia. Erano circa le nove, allorquando udimmo un rumore di tacchi provenire dall’esterno, una spruzzata di profumo che inondò il corridoio all’apertura della porta d’ingresso.

<Buon giorno. Ciao.> e lo ripeteva all’infinito, con una voce squillante molto vicino a quella di un usignolo.

<Ma chi è?> dissi, non avendola vista ma percepita, perché ero in bagno a terminare di pulirlo.

Il collega:

<Quando arriva lei, è ‘na botta de vita, caro mio. Si rianima il reparto tutto.>

Era uscita dalla sua stanza abbottonandosi il camice bianco.

<La caposala.>

Slanciata, una lunga capigliatura mora e mossa, occhi verdi, labbra regolari e sigillate con un lucidalabbra. Fu in quel momento che mi fissò, facendomi trattenere il respiro.

<Ciao.>

Riuscii a mormorare un pietoso “ao”

Sorridendomi mi disse:

<Mi chiamo Faythe.>

Da quel momento in poi, contavo i giorni fino a quello del riposo di Gaetana e poter dire ai colleghi “Vado a rifarmi gli occhi, oggi.”

Esordiva con un dolcissimo “puoi farmi un piacere, quando hai tempo?” e io il tempo lo volevo fermare.

Il suo comando era una grazia, e in quel preciso istante in cui ottemperava al quel meraviglioso disegno, cercavo di goderne ogni musicalità.

Il suo “buon giorno”, con il passar dei mesi, diventò un “ciaoo” con due o, e quelle o avrei voluto duplicarle all’ennesima potenza e ingoiarle per mantenerle al palato il più possibile. Eravamo una quarantina di amministrativi iscritti nelle liste di mobilità e che per “fame” fummo costretti a partecipare a concorso per 245 posti ausiliari pulitori categoria A1 nelle società in-house. I miei colleghi non accettarono di buon grado quel che loro assurgevano a declassamento. Ma per me divenne un paradiso, non m’interessava essere un ausiliario, per lei avrei pulito pavimenti e cessi a vita.

<Ma che ti sei messo in testa, tu?> mi redarguì Gaetana.

<E’ divorziata, no? Come me.>

<E allora? Lei è caposala, tu pulitore.>

<Siamo al Rinascimento?>

<Una come quella non si metterà mai con uno come te.>

Gaetana aveva un curioso modo di difendermi, perché secondo lei era l’unico modo per ascendere dall’altezza alla quale i miei sogni mi avevano fatto raggiungere. Una sera la scorsi uscire dall’ospedale mentre gesticolava animosamente, litigava al telefono con l’ex marito per i figli. La mattina dopo, il suo incedere solenne e la sua presenza scenica rimasero intatte: mi fissò intensamente, come volermi dire qualcosa, il suo mezzo sorriso anticipò la sua voce cristallina che mi avrebbe salutato. La sua stanza era nella zona più lontana del reparto, aveva lasciata la porta aperta dalla quale proveniva l’intensità floreale del suo Chanel. Mi affacciai timidamente, era di spalle mentre indossava il camice bianco che la eleggeva regina, si voltò e mi fissò di sbieco con un sorriso lucore. Le domandai se fosse tutto ok, fece un cenno con il capo quasi sospirato, le accennai dell’incontro di ieri sera, mi rispose raccontandomi l’accaduto.

<Non so perché ne sto parlando con te.> mi disse, sempre con un sospiro che stava morendo.

Le presi le spalle.

<Ti prego…>

Le sussurrai frasi che mi vennero al momento, percepì il suo respiro profumato e il suo viso che si voltò verso di me. Ci trovammo le bocche che si assaporarono il gusto del piacere per troppo tempo soppresso. Lei si voltò, me la vidi davanti in tutta la sua bellezza che mi cercava, mi mise le mani al collo come volersi trainare, con la mia mano affondavo nella sua splendida capigliatura, con l’altra le accarezzavo i fianchi, salire per il sentiero che mi stava portando verso quei seni rigogliosi. Con il piede chiuse la porta, ci appoggiammo su di una barella ch’era disposta provvisoriamente nella sua stanza.

<Ma tu sei folle!> mi urlò Gaetana. <Quella è intoccabile. Lo vuoi capire?>

<Adesso ch’è mia, ovviamente si.>

<Le sta dietro il futuro primario. E non è una bella persona per farselo nemico.>

Alzai le spalle, vivevo troppo nella mia isola di felicità per intimorirmi di un medico qualunque, aspirante primario, anche. Quando ero di servizio, i nostri sguardi erano il ritratto di un cielo dove due semidei avevano trovato il loro giardino di rose per volare come libellule da un fiore all’altro. Insieme. E come tutte le storie d’amore, la caducità degli eventi la fanno da padrona. Il Mattei, il candidato primario del reparto, ebbe, una mattina come tante, un moto così scortese nei confronti di Faythe, da lasciare l’ambulatorio e pazienti in attesa, e ritirarsi nel suo ufficio. Cinque minuti dopo, lo vide uscire in borghese e lasciare il reparto senza dire una parola. Aveva tutte le chiave degli uffici, Faythe, lo aprì mossa da un triste presentimento. Apri l’ultimo cassetto e lo trovò aperto e vuoto. Senza pensarci, corse via per le scale con il cellulare all’orecchio.

<Rispondi, amore mio. Ti prego, ti prego, ti prego, rispondi.>

Io, avendo terminato il mio turno, mi apprestavo a timbrare il badge all’orologio marcatempo e in mezzo a quella folla che si avvicendava alla cassa ticket non udivo la vibrazione. Udii il mio nome, mi voltai e vidi il Mattei che mi puntava una pistola. Uno sparo, urla agghiaccianti e movimenti febbrili di persone che fuggivano da una parte all’altra: a cadermi fra le braccia fu proprio Faythe!>

De Andrè con la de minuscola aveva terminato la storia, Sonia si era seduta sul suo letto coinvolta con le dita intrecciare e gli occhi appena velati da lacrime.

<Nessuno me l’aveva raccontata così.>

De Andrè, improvvisamente, ebbe un fremito, chiuse gli occhi come udire e aspirare qualcosa; s’alzò dal letto e si diresse lentamente verso il corridoio, da dove giungevano rumori di tacchi che presagivano una certa solennità nell’incedere. Vide passare una figura femminile con una lunga e folta chioma corvina che si dirigeva verso la stanza più lontana del reparto. Non trascorse che un minuto quando la videro uscire con addosso un camice bianco.

<Buon giorno, mio caro signor de Andrè.> sorrise quella bellissima giovane.

<Buon giorno a te, mia cara. Ogni giorno che passa, assomigli sempre di più alla vecchia caposala di questo reparto.>

Ella con uno splendido sorriso, s’inchinò lievemente:

<Beh, si. Me lo dice anche mio padre. Ma lei è obbiettivamente più bella.>

<Obbiettivamente si. Ma non troppo.>

Iniziò la sua perlustrazione mattutina, mentre de Andrè si decise a passeggiare per il lungo corridoio. Giunto davanti ad una stanza aperta, curiosò entrandovi e osservando attentamente i quadretti ov’erano fotografie di matrimoni, figli appena nati, primi compleanni soffermandosi davanti ad una cornice che raffigurava un cartoncino con sopra impressione dei versi scritti a mano.

La giovane dal camice bianco era alle sue spalle.

<Quella è una poesia scritta da mio padre il giorno che conobbe mia madre. E il titolo è la prima frase ch’ella disse a lui.>

Lui sorrise fissando la giovane e recitò:

<Mi chiamo Faythe.>

Serie: La regina bianca


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Grazie davvero Tiziano per la tua chiave di lettura. Effettivamente è così, cerco sempre l’intreccio per poi snodarli alla conclusione. Arriveranno a breve gli altri episodi che continueranno con quel canone narrativo. Ti preannuncio, che parzialmente, molto parzialmente sono biografici. Del tipo che Faythe è una splendida caposala esistente ed è così come la narro.

  2. Ciao Peter, sono curioso di capire come si svilupperà questa serie. Il primo episodio è molto bello e mi piace il modo in cui intrecci i personaggi e sciogli nel finale i vari modi disseminati lungo il racconto. Aspetto con ansia altri episodi.