Mi chiamo Mary

Anna si chiamava Mary Shelley e aveva visto quell’oggetto nella camera dei genitori, adagiato sul letto. Suo padre lo stava preparando per bene, mentre il pranzo si cuoceva in cucina. Pasta e fagioli e lucidatina, lucidatina e pasta e fagioli. Rigirava nella pentola e poi correva in camera. Era la passione che lo spingeva a farlo con tanta attenzione. Domani si sarebbe visto con la sua regina e lei sarebbe stata orgogliosa di quel lavoro.

“Come avrebbe vissuto senza il mare”, pensò Mary spiandolo dalla sua stanza mentre lui operava; non lo vedeva mai felice se non in quei momenti, quando preparava tutto il necessario per un nuovo appuntamento romantico. Lei non rientrava in quello stato d’animo, anzi l’avrebbe rovinato se si fosse messa in mezzo, quindi doveva restarne fuori.

Si sentiva l’odore forte della cipolla rosolata aleggiare dalla cucina, anteprima di un buon piatto sugoso, ma non era anche per lei. Era di suo padre, lui l’avrebbe mangiato da solo; lei aveva cucinato il minestrone di verdure nella pentolina di fianco. Se ci fossero stati la mamma e il fratello, loro avrebbero condiviso i fagioli come in una bella famigliola, ma a Mary non era concesso, non era parte del cerchio. Lei era il mostro di Frankenstein e così si era scelta il nome Mary Shelley che le calzava a pennello. Suo padre la chiamava spesso così, non Frankenstein ma mostro. Per lui Mary era insensibile, anzi spietata e non si spiegava il perché dato che lui era un perfetto santo, sempre innocente, si muoveva per casa fischiettando soprattutto dopo che incontrava la regina che a tutti era simpatica tranne a Mary. Lei non la sopportava da dieci anni. In casa vigeva la regola della libertà, ognuno faceva ciò che voleva senza dare fastidio all’altro, pure se non era giusto, pure se il padre faceva tutto per la regina e non per sua madre. Trascorreva tutti i pomeriggi in sua compagnia, andava a pranzo da lei e a tutte le sue feste in casa, ovviamente. La mamma era brava perché lo lasciava libero e stava zitta. Mary parlava, nonostante il fratello le dicesse di chiudere la boccaccia, perché non serviva avvisare la mamma, lei sapeva già tutto, vedeva e sentiva ma non le importava, seguiva la regola e Mary doveva imparare che le regole del padre andavano rispettate.

“Vieni un attimo”, la chiamò il padre.

Lui che la chiamava era bizzarro, ma forse l’aveva scoperta a spiare, o aveva un’altra intenzione.

“Vieni Mary”, avrebbe forse voluto dire, “avanti che oggi mangi i fagioli, li ho fatti anche per te”.

Mary avanzò verso di lui e scovò nel suo sguardo la sorta di imbarazzo che gli procurava la sua vista. Le avrebbe parlato con quella sua voce pastosa e patetica di bimbo. Sentì il sudore bagnarle la nuca, perché la calma fu deviata da un sospetto. Suo padre non avrebbe mai potuto volere nulla da lei, perché lei non solo era disubbidiente ma inutile per ogni faccenda, ma forse questa volta gli serviva perché erano soli in casa. Forse voleva che girasse il cucchiaio nella pentola al suo posto perché lui doveva concentrarsi sul suo hobby, altrimenti la regina chissà che avrebbe detto l’indomani.

Mary entrò nella camera e lui si voltò verso di lei, con il suo oggetto tra le mani. La casa vuota, come la camera, si riempì della sua goffaggine, propria dell’immagine di quel servo tontolone che Mary gli aveva disegnato addosso, insomma erano già dieci anni di schiavitù.

“Sei un povero sciocco papà”, pensò Mary e l’adrenalina gli sfrecciò sotto la pelle. Poi domandò: “Che c’è?”, la voce simile alla sua per farlo sentire a suo agio.

Lui strizzò quelle labbra sottili come se fosse un bacio per la sua Mary e spostò all’ingiù la spalla come un burattino legnoso, strofinò una mano sul fucile da pesca. Era lungo, nero e consumato ma sembrava pronto all’azione. La fiocina a cinque punte era sulla coperta tappezzata di fiori perché era primavera e si addiceva al coro degli uccelli che ogni giorno cantavano nel giardino annesso alla casa, solo quegli esserini avrebbero visto quello che sarebbe successo, ma quella mattina erano scappati via. Dai fiori agli uccelli, il pensiero di Mary si spostò ai suoi amici gatti sepolti da due anni in un angolo del giardino. Suo padre vi aveva piantato sopra lunghe foglie di aloe: erano un forte antinfiammatorio, ottimo rimedio a disposizione nei momenti di panico.

“Com’è sentirsi là sotto imprigionate? Ma lo scoprirai tu, caro papà. Io no”. Quanto tempo sarebbe bastato per sottrargli l’arma e ribaltare la situazione? Il fucile era scarico, le munizioni erano sulla trapunta primaverile. Lei era giovane, veloce, poteva farcela. Suo padre era quasi vecchio ma già rattrappito dal tempo, lento nei gesti.

“Non riuscirai a farlo, papà, io ce la farò se dovesse essere necessario. Tu dammi un secondo e te lo dimostrerò, ma io non andrò lì sotto. La creatura di Frankenstein vuole uccidere il suo dottore, stai attento papà. È così la storia. Alla fine sei tu che uccidi il mostro o è il mostro che ammazza te?”.

“Ho comprato il prezzemolo fresco, se ti serve”, disse il padre.

Il sudore diventò gelido e le bloccò il collo. Il padre poggiò il fucile accanto alla fiocina a cinque punte e tirò su col naso, come faceva dopo essersi sforzato a mostrarsi gentile con lei.

“Vabbè, ma col minestrone non serve”, rispose Mary.

E come un pezzo di ghiaccio si trascinò in camera, disidratata dallo spavento, da se stessa, dal mostro di Frankenstein libero di viaggiare nella sua mente per prenderne il comando. Libero, lui sì che seguiva la regola. Mary salì sulla scaletta che portava al letto a castello e abbracciò il suo pupazzo preferito che profumava di zucchero filato e che da piccola immaginava cantasse come un delfino.

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni